guantoni
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La sera del 17 ottobre 2015 l'arbitro non fermò le scorrettezze di Terrel Williams. Così si spense la luce di Colón, campione portoricano (imbattuto superwelter). Ora mamma Nieves racconta le terapie e i progressi di un figlio costretto a un nuovo, lunghissimo match
Ci sono storie nelle quali il modo in cui "l'altro" riesce a farla franca rappresenta l'aspetto più triste della storia. Laddove lo strascico delle conseguenze viene tirato per un'esistenza intera e nessun risarcimento, in ogni caso, potrebbe essere realmente tale. Questa è una di quelle storie. La parte memorabile finisce per sbaglio in una rubrica di boxe come questa, perché nelle intenzioni del protagonista memorabile sarebbe dovuto, e potuto, essere il cammino che lui stava edificando a colpi di match vinti, di giudizi encomiastici sul suo modo di stare sul ring, di efficacia della sua azione variegata e intensa, con quel destro che si guadagnava il centro della scena. Sorte e destino non sono mai stati sinonimi l'una dell'altro; questa storia è qui anche per rammentarcelo, perché Prichard Colón, venuto alla luce il 10 settembre del 1992 a Maitland, Florida, la sera del 17 ottobre 2015 stava cercando di onorare il proprio destino, ancora una volta come tante volte aveva già fatto prima. La sorte, però, quella sera aveva deciso di intrecciare quei fili invisibili che si danno appuntamento tutti in uno stesso posto. In uno stesso momento. Addosso allo stesso uomo, magari bersagliandolo alla nuca, laddove Terrel Williams aveva cominciato a colpire ripetutamente, non appena gli si presentava l'occasione di farlo. Impunemente.




