(di Claudia Fascia)
"Nella vita non contano gli anni, ma
la vita che metti negli anni", pare abbia detto Abraham Lincoln.
Una frase che ben si adatta a Giulio Rapetti, in arte Mogol, che
il 17 agosto è pronto a spegnere le 90 candeline sulla torta
della vita. "La vita volevo viverla pienamente, tuffandomi in
ogni situazione senza paura", perché "era talmente forte il
desiderio di vivere l'avventura che alla paura non ci pensavo.
Vivere per me è gioire, il più bello dei regali", ha detto
qualche mese fa durante la presentazione della sua autobiografia
'Senza paura. La mia vita' (Salani).
Novant'anni e un patrimonio artistico e musicale che ha
attraversato almeno sei decenni di storia della musica italiana:
523 milioni di dischi venduti, 1776 canzoni che portano la sua
firma. Brani diventati colonna sonora di generazioni intere,
entrate direttamente nell'immaginario collettivo. Un autore
capace di trasformare emozioni, amori, inquietudini e speranze
in versi semplici solo in apparenza. Una poetica, la sua, che
rompendo gli schemi ha rivoluzionato il modo di scrivere i testi
musicali.
Il primo, insieme a Carlo Donida, lo firmò nel 1960: la
canzone era Briciole di baci. La cantava Mina. Ma Rapetti - così
identificato nel suo nome d'arte, da aver avuto la possibilità
di usarlo insieme al suo cognome - in mezzo alla musica c'è
nato: suo padre, Mariano, era un importante dirigente della
Ricordi e, a sua volta, con lo pseudonimo Calibi, aveva avuto
successo come paroliere negli anni '50. Già prima dei vent'anni
Mogol era entrato a lavorare nella casa discografica, nel 1959
ha assunto lo pseudonimo Mogol, nel 1960 la firma della prima
canzone. L'anno dopo con Al di la, anche questa firmata con
Donida, ha vinto Sanremo.
Negli anni '60 ha firmato una serie di grandi successi, tra
cui molte cover famose. Il Paradiso (scritta con Battisti), Sono
bugiarda, Sognando la California, Senza luce, Io ho in mente te,
29 settembre, A Chi, Ma che colpa abbiamo noi, E la pioggia che
va, La spada nel cuore, Riderà, Se piangi se ridi, Una lacrima
sul viso, passata alle cronache anche perché la performance a
Sanremo di Bobby Solo ha rappresentato il primo caso di playback
nella storia del festival. Tra le sue traduzioni ci sono alcuni
super classici di Dylan, Blowin'in the Wind (La risposta è
caduta nel vento cantata da Luigi Tenco), Mister Tambourine Man
(Mister Tamburino cantata da Don Backy) e Like a Rolling Stone
(Come una pietra che rotola, cantata da Gianni Pettenati). Mogol
era il traduttore italiano autorizzato da Dylan: il rapporto
finì dopo un incontro a Londra prima del quale il paroliere
dovette fare una lunga anticamera. Dylan non era d'accordo sul
fatto che il suo traduttore interpretasse i testi, Mogol,
invece, rivendicava il suo status di autore. Altrettanto celebre
è la versione, molto più che infedele, di Space Oddity di David
Bowie: Ragazzo solo ragazza sola. Pubblicata nel 1970 la canzone
aveva un testo di Mogol che racconta della fine di un amore:
nessuna traccia di Major Tom e viaggi nello spazio.
Ma tutto cambiò dopo l'incontro con Lucio Battisti. Il
connubio forse più importante e fortunato della musica italiana,
Da quella collaborazione - che diede vita anche all'etichetta
discografica Numero Uno - nacquero capolavori senza tempo:
Emozioni, Il mio canto libero, Acqua azzurra, acqua chiara, I
giardini di marzo, Ancora tu, Sì, viaggiare, Con il nastro rosa,
La canzone del sole, Pensieri e parole. Fu proprio Mogol a
convincere Battisti a cantare le proprie canzoni, vincendo le
resistenze della discografia che riteneva quella voce così
insolita poco adatta.
Il sodalizio si sciolse nel 1980, per dissidi sulla
ripartizione degli introiti (un dissidio che dopo la morte di
Battisti, sfociò nella causa intentata e vinta - con
risarcimento da 2,6 milioni - alla vedova che si opponeva
all'utilizzo e alla diffusione del repertorio e dell'immagine
del marito; negli anni il rapporto è rimasto molto teso e
caratterizzato da polemiche). Da allora Battisti andò verso una
musica sempre meno orientata al mercato e un'esistenza sempre
più ritirata, mentre Mogol proseguì la sua attività, anche con
clamorosi successi. Non c'è dubbio però che gli anni con Lucio
restino l'apice di una carriera ineguagliabile.
Dopo Battisti, Mogol si è legato a Riccardo Cocciante (con il
quale ha firmato Se stiamo insieme, Cervo a Primavera), Mango
(tra le altre, Oro, Come Monna Lisa), Gianni Bella (con il quale
ha firmato, Io non so parlar d'amore di Adriano Celentano), Gigi
D'Alessio, Patty Pravo, Ornalla Vanoni. È stato anche
co-fondatore della Nazionale Cantanti e fondatore e tutor del
CET, il centro musicale del Toscolano, in Umbria, nato per
formare nuovi talenti della canzone. È anche Commendatore al
merito della Repubblica Italiana.
A febbraio, il Festival (che ha vinto quattro volte: nel 1961
con Al di là di Betty Curtis, nel 1963 con Uno per tutte di Tony
Renis, nel 1965 con Se piangi, se ridi di Bobby Solo e poi nel
1991 con Se stiamo insieme di Riccardo Cocciante - Giulio
Rapetti) gli ha conferito il Premio alla carriera Città di
Sanremo. Sul palco dell'Ariston Carlo Conti lo ha definito "la
storia della musica italiana", ma con l'occasione (oltre alla
polemica per aver utilizzato un elicottero dei Vigili del Fuoco
per tornare a Roma) si è riaccesa anche la disputa tra Don Backy
e il paroliere, con il cantautore che torna a rivendicare la
paternità quasi totale de L'Immensità sostenendo che Mogol
intervenne solo per sostituire tre parole.
Spesso definito intellettuale di destra, anche per una certa
simpatia espressa a favore di Giorgia Meloni (fu nominato
consigliere per la cultura popolare dall'allora ministro Gennaro
Sangiuliano), ha sempre rifiutato qualunque etichetta: "La
musica non ha colore politico".
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