Hadi, dall'Iran all'Italia per la libertà: "Questa nazionale non rappresenta il popolo"

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Costretto a lasciare il suo Paese per aver sostenuto pubblicamente le proteste per i diritti delle donne, Hadi Tiranvalipour ha trovato asilo in Italia. Oggi, attraverso la sua esperienza, racconta un Iran diviso tra desiderio di libertà e repressione. E di contrasti e polemiche che si riflettono anche sul Mondiale in corso

Chiara Soldi

Giornalista

23 giugno 2026 (modifica alle 18:06) - MILANO

Ci sono scelte che cambiano per sempre il corso di una vita. Per Hadi Tiranvalipour, atleta iraniano di taekwondo, quella scelta è stata prendere posizione, non restare in silenzio. Dopo essersi espresso pubblicamente a sostegno del popolo iraniano e della libertà delle donne, ha visto chiudersi davanti a sé le porte del lavoro, dello sport e della vita che aveva costruito nel suo Paese. Così nel 2022 ha lasciato l'Iran, la sua famiglia e la sua carriera, ricominciando da zero in Italia. Oggi Hadi vive a Roma, insegna taekwondo e, dopo la partecipazione a Parigi 2024 con la squadra dei rifugiati, continua a inseguire il sogno olimpico verso Los Angeles 2028. Ma il legame con il suo Paese non si è mai spezzato. Per questo continua a seguire con attenzione ciò che accade in Iran e le tensioni che oggi emergono anche attorno alla nazionale di calcio impegnata ai Mondiali negli Stati Uniti tra proteste, contestazioni e una diaspora sempre più spaccata in due: chi sostiene la squadra e chi la contesta apertamente. Una frattura che va ben oltre il calcio e che racconta proprio quella stessa realtà che, quattro anni fa, lo ha portato a lasciare il suo Paese.

Hadi, perché alcuni iraniani oggi non si riconoscono nella propria nazionale di calcio? 

"La squadra che sta giocando il Mondiale non rappresenta davvero il popolo iraniano, ma il governo. Ci sono stati giocatori che in passato hanno sostenuto la gente nei momenti difficili e oggi non li vediamo più in nazionale. Un esempio è Sardar Azmoun, che voi italiani conoscete bene avendo giocato nella Roma: è forte, ma proprio perché ha sostenuto il popolo non è in squadra. Pochi mesi fa sono stati uccisi 40.000 iraniani. Nessuno di loro ha parlato in sostegno del popolo e col silenzio hanno scelto di sostenere il governo. Come potrei tifare questa squadra? Come potrei tifare questi questi giocatori?".

Poco prima del Mondiale la presenza dell’Iran è stata a lungo oggetto di discussione, avresti preferito non partecipasse?

"Dovevamo partecipare, ma non con questa squadra. Non ci rappresenta, così come non ci rappresenta la bandiera che l’Iran sta usando alla Coppa del Mondo [quella ufficiale della repubblica islamica con al centro il nome di Allah, NdR], perché la nostra bandiera è quella antica con il leone e il sole [precedente alla rivoluzione del 1979, oggi simbolo di opposizione al regime, NdR]. La mia speranza è che un giorno si possa tifare una nazionale che rappresenti davvero tutti gli iraniani, perché lo sport dovrebbe essere un portatore di pace, capace di unire e non di dividere".

Mentre parliamo si è concluso il primo round di colloqui di alto livello fra Iran e Stati Uniti in Svizzera. Quale pensi sia oggi la preoccupazione più grande per il popolo iraniano?

"È una situazione molto difficile. La gente non sa se sta vivendo un momento di pace o di guerra. E questa incertezza pesa tantissimo".

Il Paese viene spesso raccontato solo attraverso il regime, le tensioni internazionali e le divisioni interne. Qual è il volto dell'Iran che il mondo non conosce?

"Quello di un popolo che vuole solo una cosa: una vita normale, con dignità e rispetto. E per provare ad averla abbiamo pagato caro".

Tu hai pagato lasciando tutto ciò che avevi.

"Ero un atleta della nazionale e facevo il conduttore televisivo in un programma sportivo. Quando ho deciso di parlare e di esprimere pubblicamente il mio sostegno alle proteste per i diritti delle donne, sapevo che sarebbe stato difficile, ma sentivo che era una mia responsabilità. Dopo quelle dichiarazioni mi hanno chiuso tutte le porte: mi hanno licenziato, stroncato la carriera sportiva, gli studi. In quel momento ho capito che dovevo lasciare tutto quello che avevo costruito e partire".

Quanto pesa per un iraniano sapere che le proprie scelte possono avere ripercussioni anche sulla famiglia o su chi si ama?

"Tantissimo. Ancora oggi la mia famiglia subisce pressioni a causa delle mie posizioni pubbliche e dei messaggi che condivido sui social. È una preoccupazione che porto sempre con me. Questo spinge molte persone a non parlare, mentre chi lo fa rischia pure di essere ucciso. Se ripenso alle giovani vite che abbiamo perso… Fossi rimasto magari sarei stato uno di loro".

Com'è stato l'arrivo in Italia?

"Molto difficile. Una volta arrivato a Roma Nord, per dieci giorni ho dormito nei boschi. Poi per mesi ho vissuto sul divano e ho lavorato in un ristorante lavando i piatti. Non avevo molti soldi e ogni giorno era una sfida. Però non ho mai smesso di allenarmi. Il taekwondo mi ha salvato, spingendomi a non mollare".

Quando hai capito che l'Italia non era più soltanto un rifugio ma una nuova casa? 

"Quando sono entrato in contatto con la Federazione Italiana Taekwondo (Fita). Il Presidente Angelo Cito mi ha trattato come un figlio, è grazie a lui e al Ministro Abodi se ho ottenuto lo status di rifugiato. Arrivato in Italia non conoscevo nemmeno la lingua, eppure loro mi hanno accolto con umanità, rispetto e fiducia. Mi hanno dato una seconda possibilità".

Cos'ha significato per te il taekwondo in questi anni?

"Per me non è solo uno sport, è una scuola di vita. Mi ha insegnato la fiducia e il rispetto. In Iran è molto popolare ed è praticato da oltre un milione di persone. Ricordo che quando ero piccolo, mentre guardavo le Olimpiadi di Atene 2004 in tv, dissi a mia madre: 'Un giorno anche io parteciperò'. È stato il mio sogno e il mio obiettivo anche nei momenti più difficili".

E dopo venti anni lo hai realizzato.

"Quando ho ricevuto la notizia che avrei partecipato alle Olimpiadi di Parigi con la squadra dei rifugiati il primo pensiero è andato proprio a mia madre. In quel momento mi sono passati davanti agli occhi tutti i sacrifici e il duro lavoro. È stato uno dei momenti più belli della mia vita".

Che cosa ti porti dentro da quell'esperienza?

"Le Olimpiadi sono diverse da qualsiasi altra competizione. Quando sono entrato al Grand Palais è stato impossibile trattenere l'emozione. A differenza degli altri atleti io non potevo gareggiare sotto la mia bandiera, ma vedere migliaia di persone tifare per me e sostenermi mi ha dato una forza enorme. È un ricordo che porterò sempre con me".

Cosa rappresenta per te far parte della squadra dei rifugiati?

"È un motivo di orgoglio. Ho conosciuto tanti atleti provenienti da Paesi diversi, con culture diverse e storie difficili. Ma tutti abbiamo lo stesso obiettivo comune: costruire un futuro migliore. Da quando ne faccio parte non combatto più solo per me, ma per 120 milioni di persone che hanno perso la loro normalità, spesso per colpa della guerra e delle discriminazioni, e per tutti quello che non ci sono più. Essere parte della squadra dei rifugiati significa ritrovare identità, dignità e speranza".

Qual è l’aspetto che non viene raccontato della vita di un rifugiato?

"Si pensa sempre che siano persone che stanno solo male, ma non è così. Io, ad esempio, ora ho un posto dove stare, studio e lavoro insegnando taekwondo ai bambini. Il racconto deve cambiare. E a tutti i rifugiati voglio dire che esserlo non rappresenta una caduta, ma anzi deve essere un motivo per andare avanti, per costruire la vita".

 Da atleta, il tuo sguardo ora dov’è rivolto?

"Punto a Los Angeles 2028. Vorrei chiudere la mia carriera con una medaglia olimpica".

Magari sotto la bandiera di un Iran diverso?

"Lo spero. Per 47 anni questo governo ha fatto solo male ai giovani, gli ha tolto sogni e obiettivi. L’unica soluzione è che questo regime cambi".

E se un giorno potessi finalmente tornare in Iran, quale sarebbe la prima cosa che faresti?

"Appena sceso dall'aereo bacerei la mia terra. Mi manca tantissimo".

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