Giagnoni: "Papà Gustavo rifiutò una combine con l’Inter. Diede un pugno a Causio e tenne fuori Rivera"

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Il figlio dell’allenatore racconta: "Il colbacco? Era finlandese. Nel ‘67, a Mantova, provarono ad accordarsi sul risultato ma lui disse no e i nerazzurri persero la partita e lo scudetto"

Oltre il colbacco c’era di più, si stagliava la figura di un “longosardo”, come amava definirsi lui stesso, Gustavo Giagnoni, l’allenatore rimasto nella memoria per un copricapo di pelliccia. Nato a Olbia e vissuto a Mantova, Giagnoni aveva l’anima divisa in due, tra Sardegna e Lombardia. Prima di essere stato un tecnico modernista, aveva giocato a centrocampo e in difesa nel Mantova, numero dieci di lotta e di governo, poi libero. Qui ne ripercorriamo la vita e le opere assieme al figlio Basilio, detto Ilio, ingegnere nucleare e appassionato tifoso del Toro. 

Suo padre rischiò di diventare don Gustavo. 

“Frequentò le medie a Lanusei, dai salesiani, in collegio. Poi la quarta ginnasio in seminario, a Tempio Pausania. Aveva la vocazione, la perse, perché, mi diceva, soffriva la privazione della libertà, sentiva un senso di clausura. Suo padre, vale a dire mio nonno, di cui porto il nome, era molto religioso e ne soffrì. Ritornato a casa, lo mandarono a fare l’apprendista meccanico. Era bravo a giocare, lo prese l’Olbia, e Gino Colaussi, l’attaccante campione del mondo nel 1938, lo fece esordire nell’allora quarta serie. Colaussi passò alla Landini Fabbrico, la squadra di un paese vicino a Reggio Emilia, di proprietà di un’industria di trattori e chiese che gli acquistassero Giagnoni. La squadra era gestita da un giovane manager, Italo Allodi”. 

Tempo dopo, Allodi volle Giagnoni con sé al Mantova. 

“E nacque l’epopea del Mantova piccolo Brasile. Una scalata impetuosa, dall’Interregionale alla Serie A. L’allenatore era Edmondo Fabbri, il ct che nel ‘66 perse contro la Corea. A Mantova arrivarono Sormani, Dino Zoff, Schnellinger.... Nei ritiri, mio padre divideva la camera con Zoff. Diventarono amici, Dino sposò una ragazza mantovana, papà fece da testimone”. 

Un aneddoto? 

“Un retroscena, legato a Mantova-Inter del 1967, 1-0, con gol di Di Giacomo, rete facilitata dalla papera di Sarti, il portiere nerazzurro. L’Inter perse lo scudetto a vantaggio della Juve. I giocatori interisti erano convinti che avrebbero vinto senza problemi. Da anni Allodi era il manager dell’Inter e molti pensavano che grazie ai suoi trascorsi mantovani avrebbe aggiustato la partita. Mio padre, ancora calciatore, venne avvicinato da un giocatore interista per una combine. Papà gli rispose così: “Io queste cose non le faccio”. A parte Giagnoni, in quel Mantova giocava Dino Zoff, un altro incorruttibile. Nel primo tempo l’Inter sbagliò diversi gol, poi crollò”.

Mio padre, ancora calciatore, venne avvicinato da un giocatore interista per una combine. Papà gli rispose così: “Io queste cose non le faccio”

Chi contattò suo padre? 

“Non voglio dirlo. Sono passati quasi sessant’anni, tutto è caduto in prescrizione”. 

È vero che Gustavo da ragazzo tifava per la Juve? 

“Sì e il suo idolo era Giampiero Boniperti, poi lo conobbe sul campo e gli risultò antipatico. Quando il povero Picchi morì, Allodi – sempre lui, passato alla Juve – pensò a papà per sostituirlo sulla panchina bianconera. Non se ne fece nulla, forse si mise in mezzo lo stesso Boniperti, scelsero Vycpalek. Non so se papà avrebbe accettato. Era notorio come alla Juve l’allenatore ombra fosse proprio Boniperti”. 

Andò al Toro e diventò un idolo dei tifosi granata, per via del cazzotto a Franco Causio in un derby. 

“Papà non amava rievocare quell’episodio. Causio lo provocò e lo insultò, lui lo colpì con un pugno. Il martedì, al Filadelfia, venne portato in trionfo dai tifosi, ma papà non andava fiero di quel momento”. 

Anche suo padre contribuì allo scudetto del ’76. Per esempio, affinò la tecnica di Paolo Pulici. 

“Gli insegnò la coordinazione. Il giovane Pulici era esplosivo, ma si ingarbugliava al tiro. Papà lo migliorò nelle finalizzazioni. Tanti giornalisti criticavano il Pupi degli inizi. Papà gli diceva: “Ascolta me, non quelli là”. Più che altro al Toro di Giagnoni rubarono lo scudetto del 1972, vinto dalla Juve: il famoso gol negato ad Agroppi a Genova contro la Samp, con Lippi difensore blucerchiato che respinse il pallone quando la palla aveva già superato la linea; e la rete misteriosamente annullata a Toschi a San Siro contro il Milan. Gli errori agevolavano sempre la Juve, in quel periodo”. 

Rivera si allenava quando gli pareva. Non si presentò a un allenamento e papà lo escluse dalla partita col Cesena,

Il colbacco? 

“Non era russo, ma finlandese. Glielo regalò un amico mantovano di ritorno da un viaggio. Non era neppure un simbolo politico, come qualcuno immaginava, l’Urss e queste cose qua. Mai stato comunista, papà. Era un moderato di sinistra”. 

Dal Toro al Milan, la “guerra” con Gianni Rivera. 

“Rivera si allenava quando gli pareva. Un giorno papà gli telefonò a casa. Rispose la madre, lui si negò: “Signora, dica a suo figlio che lo aspettiamo a Milanello”. Non si presentò e papà lo escluse dalla famosa partita contro il Cesena, vinta per 3-0. Nonostante il successo, i milanisti insultarono mio papà, qualcuno gli sputò addosso. Io c’ero, quel giorno. Non è vero che lui avesse cercato di scambiarlo con Claudio Sala del Toro. Non c’è mai stata nessuna trattativa, un giornalista s’inventò la cosa perché sapeva che mio padre, se avesse potuto, lo scambio l’avrebbe fatto, però un conto è pensare e un altro fare. Rivera non correva più, ammesso che avesse mai corso. Da bambino stravedevo per lui, papà me lo presentò in campo prima di un Mantova-Milan”. 

Via dal Milan, il Bologna. 

“Lo aveva cercato l’Inter, lo voleva la Lazio per sostituire Maestrelli, molto malato. Scelse il Bologna. Un errore, la squadra era debole. Poi andò alla Roma, con un giovane Luciano Moggi come ds. La squadra non era fortissima. Dopo la prima stagione, papà voleva andarsene. Moggi gli disse: “Devono passare sul mio cadavere, prima che ti caccino”. Lo esonerarono alla sesta giornata. Moggi era un uomo intelligente e simpatico, astutissimo, di compagnia. Un’estate, di ritorno da Olbia con il traghetto, andai a Civitavecchia per prendere il treno e alla biglietteria trovai proprio Moggi, che mi disse di salutare papà. Moggi, lo sanno tutti, era un ferroviere”.

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