In Tunisia la chiamano "frippe", o "fripe", e non è soltanto un mercato di abiti usati. È una geografia urbana, una pratica familiare, una forma di economia popolare e, sempre più spesso, anche un codice estetico. Nei banchi di Bab El Khadhra, Hafsia, Ibn Khaldoun, Ariana, nei mercati settimanali delle città dell'interno o nelle nuove boutique "vintage" dei quartieri più benestanti, la friperie tunisina racconta un Paese che cerca di vestirsi bene spendendo poco, ma anche di dare nuova vita a ciò che altrove è stato scartato.
Chi entra in una frippe non fa semplicemente shopping. Cerca, fruga, valuta, controlla cuciture, etichette, loghi, qualità del tessuto. Un capo firmato trovato in mezzo a una pila di maglioni può trasformare una mattina qualunque in una piccola vittoria personale. Il prezzo originale ancora attaccato, magari in euro, diventa una certificazione simbolica: la giacca che costava 89 euro in Francia e che a Tunisi si porta via per pochi dinari è insieme affare, orgoglio e racconto da condividere. La frippe è democratica, almeno nella sua rappresentazione più popolare. Vi si incontrano studenti, madri di famiglia, impiegati, professionisti, adolescenti in cerca di un look adatto per Instagram e pensionati attenti al bilancio domestico. Tutti davanti agli stessi banchi, con la stessa regola non scritta: se un capo è già in mano a qualcuno, è suo finché non lo lascia. Le cabine spesso non esistono, si prova sopra i vestiti, ci si guarda in uno specchio improvvisato, si chiede consiglio a una sconosciuta.
Anche la trattativa fa parte del rito. Tra il prezzo richiesto e quello pagato c'è un piccolo negoziato quotidiano, fatto di sorrisi, insistenza e complicità. Ma dietro il folklore commerciale c'è una realtà economica robusta. Il settore della friperie in Tunisia è regolato da procedure di importazione, trasformazione e distribuzione che passano per autorizzazioni, magazzini di smistamento e quote.
Uno studio economico realizzato per la Conect ha stimato in passato circa 200mila dettaglianti e fino a 600mila persone occupate direttamente o indirettamente nella filiera, tra commercianti, trasportatori, selezionatori, venditori ambulanti e piccoli negozianti. La stessa filiera, tuttavia, vive da anni una tensione strutturale tra formalità e informalità, tra necessità sociale e difficoltà di controllo. La domanda resta alta perché il potere d'acquisto è sotto pressione. L'abbigliamento nuovo è diventato più caro e, secondo i dati dell'Istituto nazionale di statistica tunisino, a maggio 2026 il gruppo "abbigliamento e calzature" registrava ancora un aumento annuo superiore al 9%. In questo quadro, la frippe continua a svolgere una funzione di ammortizzatore sociale. Per molte famiglie, soprattutto in occasione della rentrée scolastica, dell'Aïd o dell'inverno, il capo usato non è moda sostenibile, ma bilancio domestico.
Negli ultimi anni, però, la frippe ha cambiato volto. Quello che un tempo era percepito come mercato dei meno abbienti è diventato anche luogo di tendenza. Il vintage ha portato nei mercati dell'usato giovani delle classi medie e alte, influencer, appassionati di moda, clienti in cerca del pezzo raro. Ne è nata una frippe "di lusso", con boutique selezionate e prezzi talvolta lontani dalla vocazione originaria del settore. Così, il mercato che aveva democratizzato l'accesso ai marchi internazionali rischia di riprodurre nuove gerarchie: chi arriva prima, chi conosce il venditore, chi può pagare di più, prende il meglio. C'è poi il nodo ambientale. La Tunisia è da decenni un punto d'arrivo, smistamento e redistribuzione di abiti usati provenienti soprattutto dall'Europa e dal Nord America. Questo ha alimentato un'economia circolare concreta, molto prima che la sostenibilità diventasse uno slogan globale.
Ma il modello non è privo di contraddizioni. La qualità degli abiti importati, secondo studi recenti, si sarebbe deteriorata con l'aumento della fast fashion e dei capi sintetici di basso valore. Quando il tessile non è più riutilizzabile, la frippe smette di essere risorsa e diventa rifiuto, con costi ambientali scaricati sui Paesi di destinazione.
È qui che la frippe tunisina rivela la sua doppia natura mediterranea. Da un lato è ingegno popolare, socialità e capacità di riuso, dall'altro è lo specchio di un sistema globale in cui il Nord consuma, scarta e spedisce, mentre il Sud seleziona, ripara, rivende e, quando non può più valorizzare, smaltisce. Tra una camicia firmata trovata per caso e un cumulo di tessuti inutilizzabili passa tutta la distanza tra economia circolare e semplice trasferimento dei rifiuti. Eppure, nei mercati tunisini, la frippe conserva una forza quasi affettiva. Non è solo il luogo dove si compra a meno. È il posto dove si impara a guardare meglio, a riconoscere il valore nascosto, a non fidarsi della prima apparenza. Forse è per questo che continua ad attrarre generazioni diverse: perché in un Paese abituato a fare i conti con vincoli economici, scarsità e improvvisazione, trovare il capo giusto nel mucchio somiglia a una piccola lezione di vita. La frippe insegna che non tutto ciò che è usato è consumato. A volte, è semplicemente in attesa di una seconda possibilità.
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3 ore fa
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