Da La Locomotiva a L'Avvelenata, i brani manifesto tra politica e memoria

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Francesco Guccini non è stato "solo" un cantautore. Attraverso la sua musica e le sue canzoni ha raccontato oltre 50 anni di un'Italia complessa e in profonda trasformazione. Ha ridefinito il concetto di canzone d'autore, trasformandola in uno strumento di riflessione sociale, politica e filosofica. Temi universali come quelli della memoria, della libertà, dell'amore e della morte sono alla base della sua produzione, caratterizzata anche da un linguaggio ricco di riferimenti letterari e da una straordinaria capacità narrativa.

Molti di quei brani sono diventate pietre miliari della storia della musica italiana, ma anche delle storie personali di chi le ha ascoltate e fatte sue. Tra le canzoni più celebri spicca, senza dubbio, La Locomotiva, brano del 1972, considerato un potente inno politico di ribellione che la leggenda vuole sia stato scritto in 20 minuti. Ispirato alla vicenda dell'anarchico Pietro Rigosi, il brano, che racconta il tentativo disperato di lanciare una locomotiva contro un treno di lusso come gesto simbolico contro le ingiustizie sociali, diventa una riflessione sulla forza degli ideali e sul coraggio di chi sceglie di combattere anche quando la sconfitta appare inevitabile. Non è da meno Dio è morto, del 1965 - che entrò anche nel repertorio dei Nomadi -, manifesto di una generazione disorientata che negli anni della rivoluzione sessuale e culturale vede crollare i valori tradizionali. All'epoca dell'uscita il titolo considerato provocatorio e blasfemo suscitò polemiche. Eppure il significato del testo va oltre la frase ad effetto e va all'attacco della società consumistica, riponendo nelle nuove generazioni la speranza di una rinascita morale.

A fargli da contraltare è Eskimo (1978), che fotografa gli anni della contestazione studentesca. Attraverso ricordi personali, Guccini racconta sogni, passioni, illusioni e delusioni di una generazione che sperava di cambiare il mondo. Il cappotto indossato dai giovani, quasi fosse una divisa di chi rivendica i propri diritti, diventa così simbolo di un'intera stagione culturale e politica dell'Italia degli anni Settanta.

Con Auschwitz, del 1966, Guccini affronta uno dei temi più dolorosi del Novecento, quello dell'orrore della Shoah, raccontato dal punto di vista di un bambino morto nel campo di sterminio. Il brano diventa un invito a riflettere sulla necessità di custodire la memoria storica. Un tema, quello della memoria, ma affrontato attraverso l'esperienza personale, affrontato anche in Incontro (1972), in cui il tempo diventa protagonista. La classe politica finisce nel mirino di Cirano, brano del 1996, ispirato al personaggio teatrale di Edmond Rostand. Guccini costruisce una lunga invettiva contro il conformismo, il potere e la superficialità della società contemporanea, un manifesto di indipendenza intellettuale in cui il protagonista preferisce dire la verità piuttosto che adattarsi alle convenienze.

Altra celebre e significativa opera è Il vecchio e il bambino (1972): con il suo stile poetico, Guccini affronta il tema del passaggio generazionale, raccontando un dialogo tra un vecchio e un bambino, che si trovano a riflettere su una società segnata dalla paura e dalla distruzione. Non è solo impegno politico, e pubblico. Nel 1976, forse stanco delle critiche e degli attacchi di certa stampa, scrive l'autobiografica L'avvelenata. Un lungo monologo ironico, amaro e provocatorio contro in cui rivendica la propria libertà artistica, rifiutando ogni etichetta e ogni tentativo di ridurre la sua musica a slogan politici o commerciali. Ancora oggi continua ad essere uno dei brani più amati.
   

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