Intervista a Daniel Cassuto: il chirurgo che cura i filler difficili parla anche di acido ialuronico, botox e di come un viso si rovina concentrandosi solo sullo specchio
Eugenio Spagnuolo
11 aprile - 11:19 - MILANO
Labbra indurite, zigomi gonfi, granulomi che compaiono a distanza di anni dalla punturina. Ci sono migliaia di persone in giro con del silicone nel viso iniettato anni fa, spesso da medici che non avrebbero dovuto farlo. Daniel Cassuto, chirurgo plastico, attivo tra Gerusalemme e Milano, è considerato il riferimento internazionale per chi deve affrontare questo problema: circa vent'anni fa ha messo a punto una tecnica laser minimamente invasiva per estrarre il materiale senza cicatrici e senza ricovero, oggi replicata in tutto il mondo. Più di recente ha aggiunto una scoperta che cambia la prospettiva per molte pazienti: in diversi casi, dice, potrebbe anche non servire estrarre più il filler problematico. Basta trovare la causa dell’infiammazione, spesso insospettabile, e agire su quella.
Professor Cassuto, il problema dei filler permanenti è davvero così diffuso?
"Purtroppo sì. L'utilizzo di sostanze permanenti è tutt'oggi ammesso dall’FDA negli Stati Uniti ed altri paesi sud americani, mentre è in una zona di penombra tra il non autorizzato e il severamente proibito in Italia e in Europa. Quando qualcosa va storto, la maggior parte dei medici non sa come rimediare. Il campo dell'estetica, da questo punto di vista, è una bomba a orologeria".
Come si interviene?
"Vent'anni fa ho messo a punto una tecnica che evita di demolire il viso per estrarre le sostanze. Si introduce una fibra ottica sottilissima — 200 micron di spessore — collegata a una base che scalda il tessuto: la sostanza sintetica, primo fra tutti il silicone, si fluidifica e attraverso i piccoli fori creati dalla fibra se ne riesce a estrarre gran parte semplicemente premendo. Non serve ricovero, nella maggior parte dei casi nemmeno l'anestesia, perché localizzata con l'ecografia la zona esatta dove si trova il materiale — e dal momento che il silicone non ha sensibilità, non c'è dolore da gestire. Il primo articolo su questa tecnica l'ho pubblicato nel 2009, il secondo nel 2016 sulla rivista della società americana di chirurgia plastica, dove ha ricevuto il premio per la migliore pubblicazione dell'anno. Un centro olandese che ho istruito ha poi replicato i risultati su circa 300 pazienti, confermando quelli della nostra casistica, che oggi supera il migliaio di procedure".
Ha detto che sta lavorando a qualcosa di nuovo.
"Negli ultimi quattro anni mi sono spostato su un approccio diverso. Questi materiali — permanenti o meno — vanno considerati corpi estranei. Un paziente può convivere benissimo con un corpo estraneo, come una valvola cardiaca o un pacemaker. I problemi cominciano quando c'è una contaminazione batterica che provoca un'infezione. Ho applicato la stessa logica ai filler e funziona: nella quasi totalità dei casi di reazione infiammatoria, non è il materiale in sé a causarla. È la combinazione con i batteri".
E da dove arrivano questi batteri?
"Nella metà dei casi dall'interno della bocca: un dente curato male, un'igiene dentale troppo aggressiva. Una volta identificata l'origine dell'infezione — adottando lo stesso protocollo che si usa per i pazienti con valvole cardiache infette — nella maggioranza dei casi si può rinunciare a estrarre il materiale. Una paziente con le labbra gonfie, dolenti, rigide, che non riesce a mangiare né a bere, dopo la cura torna ad avere labbra normali. Magari non belle, con il silicone dentro, ma quiescenti. Stiamo per pubblicare questo approccio sulla rivista americana. Nel 95% dei casi funziona".
Cosa cambia una volta trovata la fonte dell'infezione?
"Cercando l'origine dell'infezione si scoprono spesso problemi che la paziente non sapeva di avere: un granuloma mandibolare, una sinusite non diagnosticata, un problema intestinale. Il filler infiammato diventa un segnale d'allarme che porta a risolvere qualcosa che altrimenti sarebbe rimasto nascosto".
Cosa si può dire a chi ha avuto problemi con un filler e si sente senza via d'uscita?
"I casi davvero disperati sono l'eccezione. Chi ha avuto reazioni a sostanze permanenti può avere una vita normalissima e può continuare a farsi trattare, a condizione di rivolgersi a un medico con molta esperienza specifica, che non si limiti a gestire le conseguenze ma cerchi la causa del problema. Ricordiamo sempre che il bravo medico offre quello di cui la paziente ha bisogno, non necessariamente quello che chiede".
L'acido ialuronico è considerato il filler sicuro per eccellenza. È ancora così, e cosa è cambiato nel suo utilizzo?
"Il modo di ragionare, prima di tutto. Un tempo l'obiettivo era aumentare il volume e re-iniettare non appena il corpo lo aveva smaltito. Oggi i prodotti migliori non si limitano a gonfiare: attivano le cellule dei tessuti adiposi sotto la pelle e della pelle stessa migliorandone la qualità nel tempo. L'iniezione corretta non produce gonfiamento localizzato ma una ridistribuzione del volume dove si è persa sostanza — cosa che avviene in modo abbastanza uniforme dopo una certa età".
Quanto dura?
"Non è la domanda giusta. Quello che conta è ogni quanto va ripetuta l'iniezione. Le mie pazienti tornano in media ogni due anni".
Come si evita di snaturare un viso invece di migliorarlo?
"Evitando di concentrarsi solo sulle zone centrali del viso — quelle che la paziente vede allo specchio e chiede di correggere. Prima bisogna occuparsi della cornice: è quella che regge il centro, come le fondamenta di un edificio. Distribuendo il volume in modo più uniforme si evita quella disparità tra zigomi gonfiati e il resto che dà l'aspetto che tutti cercano di evitare".
Alcuni influencer promuovono anche laser e radiofrequenze per ringiovanire: quanto c'è di reale?
"Quando la pelle è stata danneggiata, l'acido ialuronico da solo può non bastare, o richiedere anni prima di dare risultati visibili. Le tecnologie — laser e radiofrequenze in primo luogo — attivano le cellule attraverso un meccanismo d'azione diverso da quello dell'acido ialuronico e possono aggiungere beneficio reale. Detto questo, questi strumenti sono per l'80% operatore-dipendenti. L'apparecchio conta relativamente".
E il botox?
"È un farmaco utile, che uso da molti anni. Il problema è quando viene iniettato semplicemente perché è l'unica cosa che un medico si sente di fare in quella zona, senza verificare se ci sia una reale indicazione. Le indicazioni corrette sono probabilmente molto più limitate di quanto si creda".
Un'ultima curiosità: vede più uomini di qualche anno fa nel suo studio?
"Sì, e per ragioni precise. Chi continua a lavorare oltre l'età della pensione sente il bisogno di presentarsi in modo più fresco rispetto a colleghi più giovani. E tanti hanno compagne significativamente più giovani che si prendono cura del proprio aspetto: a un certo punto il divario diventa evidente. La differenza rispetto a qualche anno fa è che sia uomini che donne oggi non vogliono che si veda che hanno fatto qualcosa".


