Nuovo round di votazioni e nuovo colpo di scena, che non cambia però la sostanza per gli elettori: la Camera dice ancora no alle preferenze, bocciando, dopo quello del centrodestra, anche l'emendamento di Futuro nazionale. Ma la maggioranza si divide di nuovo, con FdI che, recitando il leitmotiv della "coerenza" vota (per la prima volta) coi vannacciani mentre Lega e Forza Italia confermano la loro contrarietà. La riforma però non subisce battute di arresto, nonostante il pressing delle opposizioni che continuano a chiedere al centrodestra di fermarsi.
E mentre prosegue lo scontro sulla parità di genere - Giorgia Meloni "tradisce le donne per il potere" va all'attacco Elly Schlein - si arriva perfino a dare il via libera, all'unanimità, alla possibilità di voto per i fuorisede. In attesa di vedere come si chiuderà il primo round della partita, con il primo via libera di Montecitorio all'intero provvedimento che sarà, ancora una volta, a scrutinio segreto.
Di prima mattina, a Montecitorio, inizia a circolare la voce che possa cambiare il parere del relatore di maggioranza (Angelo Rossi di FdI) sull'emendamento del partito di Roberto Vannacci e pure sull'altro rimasto in vita, sottoscritto da Francesco Gallo e Luigi Marattin, segretario del Partito liberaldemocratico, entrambi iscritti al gruppo Misto. Il parere, inizialmente contrario, diventa di "remissione all'Aula", lasciando quindi liberi i deputati meloniani di dare il loro sì alle preferenze, in una versione, quella di FnV soprattutto, molto più spinta rispetto alla proposta di mediazione (coi capilista bloccati) bocciata il giorno prima. "Abbiamo fatto la nostra battaglia a viso aperto", sintetizza il ministro dei Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani.
Una scelta che serve a sostenere la narrazione pro-preferenze da un lato, e a mandare un segnale agli alleati dall'altro. Anche perché rimane aperta la possibilità di riprovarci a Palazzo Madama, come non ha mancato di osservare, tra le polemiche, lo stesso Ignazio La Russa. "Ho parlato da presidente del Senato e ho ricordato che nel sistema bicamerale quello che viene votato in un ramo del Parlamento può essere cambiato dall'altro", dice respingendo le accuse di avere svestito i panni di "arbitro". "Se a qualcuno non piace, riformuli la Costituzione", taglia corto la seconda carica dello Stato. Ma sarà da vedere, di qui a settembre, se davvero Meloni vorrà andare fino in fondo con le preferenze.
Il timing infatti, dopo le tensioni di questi giorni, non sembra cambiato: via libera della Camera, approdo al Senato dove il testo andrà all'esame della commissione fino alla pausa estiva, e passaggio in Aula alla ripresa a settembre. Una modifica comporterebbe il ritorno alla Camera, inevitabilmente con la fiducia. Nessuno scaramanticamente scommette, nemmeno a taccuini chiusi, sull'esito del voto che arriverà domani in mattinata.
Ma l'andamento dei voti segreti di oggi, compreso quello sull'articolo 1 del testo, di fatto il cuore della riforma - con il meccanismo di voto che passa a sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione di liste che ottengono almeno il 42% dei voti - sembrerebbe ridurre il rischio di ulteriori sorprese. Dall'esito peraltro imprevedibile.
Le opposizioni si preparano all'ultima battaglia, accusando il centrodestra di avere negato la diretta tv per "nascondere ai cittadini il tracollo di una maggioranza finita nella "palude". Assurdo che "la maggioranza fischietti come se non fosse successo nulla", attacca la segretaria del Pd puntando il dito contro la premier rea di essere stata pronta a "sacrificare le altre donne per il potere". Il riferimento è alla proposta, poi cassata in Aula, sulle preferenze che incideva sull'alternanza di genere, oggetto di un lungo battage delle deputate di opposizione (la dem Cecilia Guerra ha pure cantato una canzone tradizionale per la lotta sui diritti delle donne). Uno dei motivi, ammettono a denti stretti i meloniani, che ha contribuito a fare saltare il banco.
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