Il dominio di Pogacar sul Tourmalet ha di fatto chiuso i giochi già alla sesta tappa. Solo le volate sono incerte, anche se Merlier...
I fine settimana erano fatti per attirare il grande pubblico: quindi montagne, montagne e montagne. Perché si dava per scontato che le grandi salite fossero una promessa di felicità, o comunque di spettacolo. Ma da quando c’è Tadej Pogacar le certezze sono venute meno. Una su tutte: nel ciclismo più spesso si perde, l’eccezione è quando vinci. Ma lui no: soltanto quest’anno lo sloveno ha corso 27 giorni e in 16 occasioni è arrivato davanti lui. E allora ecco che cambiano anche le corse. Fateci caso: nello scorso fine settimana il Tour de France ha proposto due tappe per velocisti (venerdì la Hagetmau-Bordeaux, sabato la Périgueux-Bergerac) e una per Mathieu van der Poel, la Malemort-Ussel di domenica. Non fate quella faccia, i prossimi due weekend tornano alla tradizione: montagne, montagne e montagne. Ma siamo sicuri che siano più divertenti delle tappe adatte agli sprinter? Bini Girmay è certo del contrario. "Capisco chi dice che le tappe piatte siano meno interessanti", ha spiegato il velocista eritreo a Feltet. "Dipende dai gusti. A volte trovo noioso anche io guardare qualcuno che va solo per 40 km in una frazione di montagna". Chiaro riferimento all’unico corridore che negli ultimi anni ha macinato salite in solitaria: proprio lui, Pogacar.
dominio sul Tourmalet
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Il Tourmalet ha rimescolato gli animi. Gli organizzatori lo avevano piazzato (dopo l’Aspin) nella sesta tappa: risalendo dalla Spagna i Pirenei arrivano presto, era inevitabile. Però avevano cercato di sdrammatizzarlo un po’ (per evitare di chiudere la corsa troppo presto) con uno stratagemma: dalla vetta del Tourmalet hanno messo altri 40 km fino al traguardo, con 20 km di discesa e una leggera salita di 20 km fino al traguardo. Un tracciato che avrebbe dovuto scoraggiare qualsiasi tentativo di minare la corsa. Con 40 km al vento a nessuno verrebbe in mente di andarsene da solo. Tutti ragionamenti fatti per corridori normali, ma Pogacar tanto normale non è. In cima al Tourmalet aveva mezzo minuto di vantaggio su Jonas Vingegaard. Al traguardo il vantaggio era salito a 2 minuti e 38 secondi. E mettiamoci anche l’abbuono. Voilà. Ancora Girmay: "Dipende da cosa piace alla gente. Io preferisco guardare le tappe per sprinter perché non sai mai chi vincerà". E poi il colmo. "È più divertente guardare la lotta per la maglia verde che quella per la maglia gialla". Addirittura.
il precedente
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L’uomo che ha disegnato il percorso della Boucle, Thierry Gouvenou, ha ammesso che quando hanno ideato la sesta tappa non avevano previsto distacchi così ampi. "Sapevamo benissimo che il Tourmalet sarebbe stato un momento decisivo. Ma non ci aspettavamo un distacco così grande, pensavamo che le differenze al traguardo sarebbero state molto più contenute". Sulla base di quale calcolo non ci è dato saperlo. Soltanto due anni fa, quando è partito da Firenze, il Tour de France ha vissuto qualcosa di molto simile. Arrivare dall’Italia voleva dire affrontare le Alpi assai presto, e il percorso nella quarta tappa prevedeva il Galibier e una lunga discesa verso Valloire. Quel giorno Pogacar attaccò vicino alla cima, guadagnando 8 secondi su Vingegaard. Sempre loro, sì. Al traguardo, il distacco era salito a 37 secondi. Stesso copione. Eppure Gouvenou è stupito, non ci aveva pensato. "Per quanto riguarda la suspense, si potrebbe dire che sia stata una delusione", ha ammesso Gouvenou. "Ma anche questo fa parte del ciclismo. Pogacar è fatto così. È talmente forte che qualsiasi percorso gli si addice". Il disegnatore del Tour ci sta dicendo che ha provato a disinnescare Pogacar, o quanto meno il Tourmalet: ma così facendo ha ottenuto l’effetto contrario. La tappa, scardinata dalla UAE e poi presa di petto da Tadej, è diventata proibitiva per gli altri. Chiudendo di fatto il Tour dopo appena sei giorni.
ma quale suspance
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E allora? Meglio una tappa dura, in cui puoi giusto chiederti se Pogacar saluterà la compagnia sulla prima, sulla seconda o sull’ultima salita? O meglio un piattone lungo tutto il pomeriggio in cui sai che alla fine avrai quella magnifica scarica di adrenalina che si chiama volata? Quelle tappe veloci in cui non sai chi vincerà fino all’ultimo centimetro, e a volte è necessario addirittura il fotofinish? Quando è stata l’ultima volta in cui una tappa di montagna ti ha lasciato a bocca aperta come uno sprint di gruppo? Presentando questo Tour, il direttore Christian Prudhomme aveva osato uno slogan che adesso non sarebbe carino rinfacciargli: "Suspense fino alla fine" era il refrain. E tutti annuivano. "Fino all'ultima tappa di montagna, tutto è possibile". Invece siamo qui, dopo dodici tappe, con una voragine di 3 minuti e 36 secondi tra il primo in classifica (Pogacar) e il secondo (Vingegaard). Gli altri sono a oltre 4 minuti. Certo, può sempre succedere di tutto. Ma nessuno si augura questo. Non è il tipo di suspense che chiediamo al Tour. Nell’undicesima tappa, già passata alla storia come la più veloce di sempre, Pogacar ha raccontato della borraccia finita sotto la sua ruota a oltre 55 km/h. "Mi sono spaventato, se fossi caduto il Tour poteva finire lì". Ha ragione. Ma sono goffi i suoi tentativi di tenere accesa la corsa dopo che l’ha uccisa in salita. Gli organizzatori hanno scelto di disegnare un gran finale sulle Alpi, con la doppia salita dell’Alpe d’Huez come scenografia indimenticabile. Il problema è che sai già chi vincerà. L’incertezza garantita dalle tappe per velocisti - la formazione dei treni, gli ingranaggi perfetti, la velocità pura, l’ingenuità dell’Alpecin che si ostina a seguire sempre lo stesso schema, il brivido del corridore mago che sbuca dal nulla - sui tornanti dell’Alpe d’Huez è difficile da immaginare.
il piano c
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E poi c’è sempre il piano C. Uno come Baptiste Veistroffer per esempio, un ex triatleta che prima di dedicarsi al ciclismo lavorava come ingegnere navale per la Marina. Appena può esce dal gruppo per inseguire il suo sogno di felicità: non la vittoria, ma correre da solo, sentire il vento in faccia, immaginarsi libero. Come quando va in vacanza con la sua bici gravel: due anni fa è partito con un amico per gli Stati Uniti e hanno viaggiato per 2.290 chilometri. Da Los Angeles a Los Angeles, passando per Nevada, Las Vegas, Arizona, il confine messicano e San Diego. L’anno scorso ha pedalato per tre settimane in Thailandia. Quando il Tour gli sembra noioso, Baptiste parte e va in fuga. Per adesso lo hanno sempre preso, ma nel ciclismo non si sa mai.


