I guai dei rivali dell'Italia di sabato. La Federazione sta per tagliare una delle 4 franchigie professionistiche, i risultati non arrivano e i giocatori scappano all’estero: in campo i gallesi stanno dando l’anima, e contro gli azzurri proveranno a salvare il loro Sei Nazioni
Francesco Palma
10 marzo 2026 (modifica alle 17:01) - MILANO
Negli ultimi 3 anni (dal 2024 a oggi) il Galles ha vinto solo 2 partite, entrambe contro il Giappone. Al Sei Nazioni, addirittura, non vince dal 10 marzo 2023 (29-17 contro l’Italia), e da quel momento sono arrivate 15 sconfitte consecutive nel torneo. Un bilancio sportivo terrificante, e quello economico è quasi peggiore: 20 milioni di debiti e un sistema, quello da 4 squadre professionistiche, che non regge più, e infatti una di queste 4 è destinata a sparire nel giro di un anno. Quella del Galles è una situazione catastrofica dentro e fuori dal campo, e quanto stanno facendo i giocatori è quasi alla stregua di un miracolo: contro la Scozia i gallesi hanno sfiorato l’impresa, e anche a Dublino contro l’Irlanda hanno dato l’anima mettendo in grande difficoltà una squadra nettamente più forte. In URC, la superlega che comprende squadre irlandesi, gallesi, scozzesi, italiane e sudafricane, Cardiff è addirittura al terzo posto, grazie soprattutto al contributo della Federazione gallese che l’ha letteralmente salvato dal fallimento, acquisendone le quote. Finora in questo Sei Nazioni sono arrivate altre 4 sconfitte: le prime umilianti (48-7 contro l’Inghilterra e 52-14 contro la Francia), poi due belle prove d’orgoglio contro Scozia (sconfitti 26-23 in rimonta) e Irlanda (27-17). Con l’Italia è l’ultima occasione per evitare il terzo cucchiaio di legno consecutivo: una vittoria rappresenterebbe una grande boccata d’ossigeno, anche se non basterebbe certo a risolvere dei problemi molto più profondi.
la crisi economica e il taglio degli ospreys
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Il problema principale del Galles non riguarda gli introiti: i ricavi del 2024 sono stati di 103 milioni di sterline, quelli del 2025 di 106 milioni, di gran lunga superiori ai dati pre-pandemia. Il problema sono le spese. Il Covid ha reso insostenibile il sistema da 4 squadre professionistiche, e lo dimostra il fatto che nel 2024 (ultimo dato a disposizione) il debito complessivo sia stato di 129 milioni di sterline, di gran lunga superiore ai 103 milioni di introiti. Il Galles, quindi, spende più di quanto guadagna, e per questo la Federazione è giunta alla conclusione più dolorosa ma necessaria: 4 squadre sono troppe, una deve saltare, con tutto ciò che ne consegue: giocatori e staff dovranno trovarsi un’altra sistemazione, e se non c’è spazio nelle altre 3 squadre dovranno andare all’estero o scendere al livello semi-professionistico. A meno di colpi di scena, a saltare saranno gli Ospreys, franchigia nata nel 2003 che rappresenta di fatto la versione professionistica dello storico Swansea RFC, club con oltre 100 anni di storia. A Swansea il clima è surreale, anche perché i proprietari degli Ospreys (il gruppo Y11 Sport&Media) stanno lavorando all’acquisizione di Cardiff, che al momento è di proprietà della Federazione dopo aver rischiato il fallimento. Tutti hanno fatto 2+2: se Y11 prende Cardiff, è logico pensare che la squadra “sacrificabile” siano proprio gli Ospreys. E lo pensano soprattutto quelli del Consiglio di Swansea, l’ente di governo locale della città e dell’area circostante che ha inviato una lettera legale preliminare alla Federazione Gallese, minacciando di portarla in tribunale. Non solo i tifosi, ma anche i cittadini comuni di Swansea si sono schierati pubblicamente, ritrovandosi nelle varie riunioni del Consiglio accompagnati da grandi ex giocatori come Alun Wyn Jones (leggendario capitano del Galles), James King, Andrew Bishop e Paul James, insieme a centinaia di altre persone. Il problema è che sugli Ospreys la comunità locale ha investito tanto: la squadra genera circa 12 milioni di sterline all’anno di introiti grazie all’attività locale, e dall’altra parte la città ha già investito un milione e mezzo di sterline per la ristrutturazione dello storico stadio di St Helen’s, dove gli Ospreys in teoria dovrebbero tornare a giocare dal prossimo anno. C’entra lo sport, quindi, ma pure la politica, e questo non migliora le cose.
il taglio degli stipendi
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Il taglio degli stipendi Le due cose sono collegate: la mancanza di soldi ha reso ancora più difficile operare un ricambio dopo l’addio della generazione d’oro, quella di Alun Wyn Jones, Dan Biggar e prima ancora Jonathan Davies e Sam Warburton. In panchina c’era Warren Gatland, che hanno vinto 4 volte il Sei Nazioni (3 col Grande Slam) e nel 2019 ha portato il Galles in semifinale al Mondiale. Dopo quella generazione, il nulla. Anzi, i continui tagli degli stipendi hanno portato i giocatori a scappare. Il Covid costrinse la Federazione gallese a chiedere in prestito 20 milioni di sterline dal governo britannico, dopo averne persi 35. Nel 2023, dopo un primo taglio del tetto salariare (da 5,2 milioni di sterline per squadra a 4,5) i giocatori annunciarono un clamoroso sciopero, minacciando di non scendere in campo al Sei Nazioni contro l’Inghilterra: con quei numeri, infatti, lo stipendio medio sarebbe diventato di 8.333 sterline al mese, con un minimo di 2.500 e un taglio di parte della rosa da parte di tutte le squadre. Questo significa che molti avrebbero di fatto perso il lavoro, e anche il minimo salariare appariva tremendamente basso considerando che il rugby è uno sport ad altissimo rischio infortuni, dove se ti va bene smetti a 35 anni e devi aver messo da parte qualcosa per il futuro. Lo scioperò rientrò con l’impegno della WRU di garantire la nazionale anche ai giocatori che decidevano di andare a giocare all’estero per guadagnare di più: prima, chi aveva meno di 60 presenze e lasciava il Galles non poteva essere convocabile, e il tetto fu abbassato a 25. Per questo la Federazione ha deciso di tagliare una franchigia, in modo da poter investire più risorse. Anzi, il piano iniziale prevedeva addirittura il taglio di due squadre, che però avrebbe causato un cortocircuito sociale e sportivo difficilmente gestibile. Fatto sta che in questo clima diventa ancora più difficile scendere in campo: il ricambio generazionale c’è stato, ma non tutti i giocatori sono all’altezza di chi è venuto prima di loro, e giocare con la costante ansia di non sapere cosa sarà del proprio futuro non aiuta. I risultati sono la logica conseguenza: una striscia di 18 sconfitte consecutive tra il 2023 e il 2025, interrotta solo dalle due vittorie contro il Giappone (di cui una risicatissima), mentre al Sei Nazioni prosegue la striscia negativa di 15 sconfitte consecutive dal 2023 a oggi. E contro l’Italia sarà l’ultima occasione.
la fuga
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Inevitabilmente, tutti quelli che hanno potuto sono andati all’estero, anche a costo di rinunciare alla Nazionale. È il caso di Joe Hawkins, uno dei talenti più promettenti del rugby gallese: nel 2023 decise di mollare tutto, rinunciando anche al Mondiale, per trasferirsi in Inghilterra agli Exeter Chiefs. Aveva solo 5 presenze in Nazionale, quindi si è di fatto autoescluso per sempre dalle convocazioni, fino a quando non deciderà di tornare in Galles (e al momento non ha alcuna intenzione di farlo). Sempre nel 2023 Cory Hill rinunciò alla convocazione al Mondiale per andare a giocare nei Secom Rugguts, una squadra di quarta serie giapponese sponsorizzata da una ricca compagnia di vigilanza privata: “Lasciare la Nazionale mi devasta, ma si è creata un’opportunità e devo coglierla per la mia famiglia”. Il caso più emblematico è ovviamente quello di Louis Rees-Zammit, forse il talento più cristallino della nuova generazione gallese, che ha tentato l’avventura nel Football Americano in NFL, tornando a casa con le pive nel sacco, ma sicuramente con le tasche più piene di quando è andato via. Ora è di nuovo in campo con il Galles, che comunque ha cominciato ad allargare le “maglie” della sua politica protezionistica. In questa situazione, la regola delle 25 presenze comincia a perdere di senso, tanto che lo scorso anno al pilone Rhys Carré (autore di una meta fantastica contro l’Irlanda) è stata concessa una deroga per trasferirsi ai Saracens pur non avendo ancora raggiunto la 25esima partita in Nazionale, lo ha fatto solo adesso, durante questo Sei Nazioni. Questa deroga gli ha permesso di rimanere convocabile. L’impressione però è che si continui a navigare a vista, sperando in tempi migliori, ma il rugby gallese al momento è totalmente privo della serenità necessaria, e se la questione del taglio degli Ospreys dovesse andare per le lunghe (soprattutto se si dovesse andare in tribunale) la situazione potrebbe addirittura peggiorare.

