Da cinghiale a elefante: la trasformazione di Sarri che sfida il suo passato più bello

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Al Napoli l'allenatore ha fatto divertire senza però vincere. In quel periodo litigava e si lamentava, adesso a Roma è molto cambiato

Marco Ciriello

2 gennaio - 09:23 - MILANO

Uomo dei sogni al Napoli, insonne alla Lazio. Maurizio Sarri ritrova da avversario gli azzurri e non è cambiato, è stato solo costretto a traslare i suoi sogni. Qualcuno l’ha realizzato: ha allenato in Premier il Chelsea e ha vinto l’Europa League. È tornato in Italia per allenare Cristiano Ronaldo e vincere lo scudetto con la Juventus. Ma sempre in deroga rispetto a quello che era a Napoli: underdog, sfrontato, selvaggio e tutto questo finiva nei suoi calciatori facendone una squadra dalla faccia tosta capace di rompere gli specchi tattici avversari. Il suo Napoli era esteticamente altissimo, ma anche libero. Aveva azzardo, geometria e il pallone correva. Un flipper in mano a Ştefan Kovács. I paragoni si sprecarono dall’Olanda a Vinicio, finì con novantuno punti e un albergo assassino dei giorni di festa. Niente scudetto, ma quanto divertimento. Gonzalo Higuain non è mai più stato così potente, sembrava Pino Daniele con il pallone, segnò 36 gol. Per capire lo stacco tra ieri e oggi: Zaccagni e Cancellieri insieme ne hanno segnati sei e sono i due migliori marcatori della Lazio alla fine del girone di andata. Poi Sarri come Siddharta uscì dal palazzo - che non aveva preso - e andò a Londra, dove scoprì la pioggia e il pragmatismo, Sarriball: just for one day.

Sfrontato

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Ora, Maurizio Sarri è solo sfrontato quando parla. Ha conservato l’ironia, alla Scopigno, il resto l’ha dovuto mettere momentaneamente da parte. La sua seconda esperienza con la Lazio è quella più difficile, dopo un secondo posto e la rottura: deve cucinare piatti gourmet gestendo una friggitoria. Forse si sta anche divertendo di più nel mettersi alla prova, nell’adeguare quello che ha con quello che vorrebbe avere, ma Napoli era differente. È vero che si innestò sul lavoro di Rafa Benitez che aveva battuto con l’Empoli impressionando Aurelio De Laurentiis, conquistandolo fino al punto di farsi ingaggiare dopo un giro d’Italia tutto in provincia e tutto in salita. Mentre in questo secondo incarico alla Lazio si è trovato Tudor e Baroni, due allenatori e un modulo completamente diverso dalla sua ideologia calcistica. Ha dovuto gestire una rosa che non gli apparteneva. E non sapeva del mercato bloccato, che divenne subito una battuta in conferenza stampa: "Lotito mi ha fregato". Ma Sarri fuori dal calcio non ci sa stare. E non ci deve stare. Anche se da comandante è diventato ingegnere e ora deve prendere le misure al posto delle fragole, che ritrova con diversi "tituli" in più. Non una squadra bambina, ma una adulta con un calcio luterano. Ci arriva stropicciato da una operazione al cuore per una fibrillazione atriale. Gianni Mura molti anni fa lo paragonò a un cinghiale, con suo enorme piacere, per come riusciva ad essere avulso dal mondo del calcio – la tuta, il lavoro in banca, la ricerca del bel gioco prima della vittoria –, il suo Napoli era come il Foggia di Zeman o il Chievo di Delneri, anche se si ispirava al Milan di Sacchi, ma non è riuscito a vincere nulla. Dirompenza calcistica, linguaggio e comportamenti erano una sola cosa, compatta. Punkalcistica. 

Cinghiale

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A Napoli era un cinghiale che irrompeva nel calcio, che litigava con Mancini e si lamentava di tutto come Marcello Mastroianni ne "I compagni" di Mario Monicelli. Ora no. Come è giusto che sia. Ha fatto il percorso che voleva fare. L’evoluzione che voleva. E ora è un elefante. E alla fine il suo calcio e la sua lingua non sono più una cosa sola. Si sono scissi. Forse momentaneamente. Forse per sempre. Continua a lamentarsi e a difendersi bene. Prende pochi gol, ma ne segna pochini. Il Napoli lo costringerà a ricordare quando era l’uomo dei sogni, il comandante della rivoluzione calcistica che avrebbe assaltato il Palazzo, il cinghiale che travolgeva tutti.

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