Cosa fanno davvero e quanto pesano i direttori sportivi

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  Luka Modric , Strahinja Pavlovic and Igli Tare of AC Milan arrive before the pre-season friendly match between Leeds United and AC Milan at Aviva Stadium on August 09, 2025 in Dublin, Ireland. (Photo by Claudio Villa/AC Milan via Getty Images)

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Nel calcio di oggi i gli uomini mercato sono importanti quanto i tecnici. Ma su quali dati si basano?

Franco Arturi

Opinionista

24 aprile - 12:25 - MILANO

Ora i ds vanno e vengono come i tecnici, anche a stagione in corso, il che è curioso, trattandosi di dirigenti pianificatori del futuro medio-lungo dei rispettivi club. In questa stagione ne sono cambiati tre (e sembra in bilico Massara alla Roma): a Torino (ritorno di Petrachi al posto di Vagnati), Pisa (Gabbanini per Vaira), Firenze (Paratici con Goretti). Hanno quasi sempre un passato da calciatori, a vari livelli, e a volte si chiamano direttori dell’area tecnica, altre all’inglese chief of football, group technical director, o altro ancora. Più raramente restano in carica a lungo, come Pantaleo Corvino (Lecce, Fiorentina), Piero Ausilio (Inter), Igli Tare (15 anni alla Lazio prima di passare al Milan). La loro nuova centralità nel calcio italiano è legata a due parole: sostenibilità e mercato. Nessuna proprietà è oggi disponibile, come nell’era di Agnelli-Berlusconi-Moratti-Sensi-Tanzi-Cragnotti, a immettere senza soluzione di continuità soldi freschi nel club. Ergo si va avanti con i ricavi Champions (per chi ci arriva) e con le plusvalenze di mercato: acquistare a poco, valorizzare e vendere a tanto. Quindi se ti chiami Cristiano Giuntoli, peschi in Georgia Kvaratskhelia a 10-11 milioni, ci vinci uno scudetto a Napoli e lo rivendi dopo un anno e mezzo a 80 milioni, diventi a tua volta una star del mercato, e quindi ti prende la Juventus, che però ti scarica molto presto perché la magia a Torino non funziona per niente. 

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