L'ex tecnico rossonero: "Dopo la vittoria in Supercoppa è bastato un pareggio col Cagliari perché cominciassero a girare voci su chi avrebbe preso il mio posto. E nessuno le ha smentite. La finale di Coppa Italia? Il mio cuore batte un po' più per la Lazio"
12 maggio - 12:04 - MILANO
Schietto, come da copione. In parte affilato, ma attento soprattutto a difendere il proprio lavoro, più che a lanciare accuse. Sergio Conceiçao in un'intervista a La Repubblica è tornato a parlare di Milan. Quel Milan che aveva portato a vincere la Supercoppa, ma che poi è naufragato nei mesi successivi. Fino al suo esonero. "Ero stato chiamato per portare a termine un lavoro in cui Fonseca aveva trovato difficoltà e ho trovato un gruppo che voleva lavorare: c'era la Supercoppa italiana in Arabia, abbiamo battuto Juve e Inter e l'abbiamo vinta. Sono comunque stati sei mesi positivi", racconta il portoghese.
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Poi arrivano le note dolenti: "Non è facile fare l'allenatore del Milan. È una squadra storicamente abituata a giocare stagioni di altissimo livello, e a vincere le finali di Champions. Al tempo stesso, il momento era complicato. Al Porto era diverso, avevo un presidente che è rimasto in carica per decenni e si è ritirato da più titolato al mondo. La società è ben strutturata e organizzata. Il passaggio non è stato facile. A Milano, dopo la vittoria della Supercoppa, è bastato un pareggio col Cagliari perché cominciassero a girare voci su chi avrebbe preso il mio posto. E nessuno le ha smentite. Ho frequentato spogliatoi per venticinque anni e so che l'instabilità ambientale arriva anche lì. Non era facile giocare con i tifosi che disertavano la curva. E con i social, quello che si diceva di noi arrivava ai calciatori. Se la società non è forte, lo spogliatoio non può essere forte".
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Poi, qualche accenno ad altre situazioni. Sul figlio Francisco: "Sono orgoglioso di lui, come dei miei altri figli, anche se non giocano in Serie A. Spalletti sta facendo un ottimo lavoro, con lui e con la squadra". Su Ronaldo il Fenomeno: "Il 5 maggio 2002 fu un momento durissimo per entrambi. Eravamo in panchina, uno al fianco dell'altro. Ci dicemmo cose che restano fra noi. Siamo rimasti amici". Sulla finale di Coppa Italia: "Il mio cuore batte un po' più per la Lazio, la squadra con cui ho vinto di più da calciatore".
La Gazzetta dello Sport
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