L'attaccante del Genoa si racconta nella settimana che porta alla sfida contro il "suo" Milan: "Salvezza merito di De Rossi e del gruppo"
Qui comincia un'altra storia. Il Milan è stato una parte importante della vita professionale di Lorenzo Colombo: 9 anni di giovanili, una stagione e mezza nel calcio dei grandi. Poi, 6 campionati in giro per l'Italia, sempre in prestito. La prossima partita contro la squadra di Allegri, attesa in un Ferraris pronto all'ennesimo tutto esaurito, sarà ufficialmente la prima volta da ex milanista per l'attaccante del Genoa, diventato di proprietà rossoblù. Si sono materializzate tutte le condizioni necessarie a far scattare l'obbligo di riscatto del Grifone, che verserà ora 10 milioni al Milan per il suo cartellino. Nell'ordine: 5 gol (è a quota 7, record personale), 22 presenze (è a quota 35), la salvezza (centrata).
Dalla Fiorentina alla Fiorentina: Lorenzo è cambiato tutto dalla sfida dell'andata in cui lei si era sbloccato al debutto di De Rossi in panchina, a quella di quattro giorni fa, in cui per la prima volta ha giocato sapendo già dove sarà il prossimo anno.
"Da nessuna parte sono rimasto più di una stagione. Avevo in testa l'idea di mettere radici in questo club, lo sento un po' come casa. Per la sua storia, per la passione che trasmette questo ambiente e per ciò che rappresenta. All'andata dovevamo dimostrare la nostra voglia di uscire da un momento buio, stavolta abbiamo messo le basi per il nostro domani".
Quella sfida di Marassi fu pazzesca: il rigore provocato, poi il tiro dal dischetto respinto da De Gea, poi il gol da terra in acrobazia per il 2-2 finale, nella prima partita con due punte in campo. Fu quella la chiave, o l'arrivo di De Rossi in panchina?
"Quando le cose non vanno si provano un po' di cose. Di sicuro al mister dobbiamo tanto, sia dal punto di vista caratteriale, sia tattico, ma un po' di meriti dobbiamo prenderceli anche noi".
Ha detto: "Bisogna saper dare uno schiaffo agli errori".
"Penso che l'aspetto mentale sia il più importante. Se non gira la testa, non fai nulla. Anzi, a volte i pensieri ti portano dove non dovrebbero. Una persona molto importante mi ha detto che bisogna sempre cogliere gli aspetti positivi della vita. Mi sembra una metafora azzeccata. Un po' come l'Araba Fenice che rinasce dalle proprie ceneri...".
Quando ha capito che il peggio era alle spalle?
"Sono stati diversi i segnali. La prima vittoria in campionato contro il Verona a fine novembre fu il primo mattoncino di una rinascita poi completata quando ne abbiamo costruiti altri mille".
Il mister, icona della romanità, ha creato un'alchimia totale con la piazza genoana, supportato dalla società. Stupito?
"Tutti se lo aspettavano. Pochi ci avrebbero creduto, ma noi che lo vediamo tutti i giorni possiamo confermare che è davvero passionale. C'è grande sintonia con noi giocatori, perché ha smesso da pochi anni e si sente ancora uno del gruppo, spesso ci fa battute, gli piace stare nello spogliatoio, ci prende in giro".
A lei cosa ha dato?
"È un grande motivatore, lo vedi nei suoi discorsi prepartita".
Considera Atalanta e Bologna come modelli di crescita. Potete alzare anche voi l'asticella?
"È il nostro desiderio e deve diventare un pensiero collettivo di tutti in società, non bisogna accontentarsi né essere mediocri. Anche se ci siamo già salvati, occorre trovare nuove motivazioni anche in queste ultime gare. Dobbiamo acquisire quella forma mentale che hanno i grandi campioni e le grandi squadre. Sempre al massimo, questo fa la differenza".
Lei è cresciuto nel Milan e ha giocato a San Siro, ma ai tempi del Covid, senza pubblico. Il Ferraris è davvero la vostra forza in più?
"Assolutamente sì, e non sono certo il primo a dirlo. I tifosi sembrano entrare in campo, le assicuro che per un avversario è un clima pesante".
Perché nelle giovanili rossonere veniva paragonato a Batistuta?
"Avevo i capelli lunghissimi, ancora più di oggi e senza la fascetta in testa. Inoltre, calciavo forte per essere piccolino, ed è nato il paragone. Ma il mio vero modello è Ibrahimovic. L'ho avuto come compagno di squadra al Milan, è stato qualcosa difficile da raccontare. Averlo al fianco ogni giorno ti insegna qualcosa che non puoi spiegare a parole: lì ho compreso il campione che è stato. E qui entriamo nel discorso mentale di ottenere qualcosa in più: ci riesci grazie a giocatori come lui, oltre che al lavoro che in quegli anni fece Pioli".
Quali allenatori l'hanno più aiutata in carriera?
"Baroni al Lecce: mi ha preso in A come scommessa aiutandomi a creare il ruolo da punta centrale. Non lo ero, stavo molto fuori dall'area. Poi D'Aversa a Empoli: con lui l'anno scorso si è creato un rapporto speciale, era come un padre. Una grande persona, oltre che un ottimo allenatore".
In attacco con Vitinha, Ekuban ed Ekhator avete una grande varietà di soluzioni.
"Non solo: abbiamo anche imparato che non è importante chi gioca, ma quello che si fa quando viene il tuo momento. C'è grande sintonia. Abbiamo segnato tanto cambiando le partite con i subentrati".


