Coldebella, un italiano al timone del Maccabi: "La guerra? Mai sentiti in pericolo"

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Il dirigente torna a Milano da avversario con gli israeliani: "Inseguo da gm l'Eurolega mancata da giocatore. Qui c'è un'attenzione alla sicurezza altissima. E un dna vincente pazzesco: è la nazionale di un popolo, per questo più di altri abbiamo bisogno di casa nostra. Futuro in Italia? C'è un mondo che sta cambiando con Nba Europe"

Giuseppe Nigro

Giornalista

12 marzo - 22:12 - MILANO

Sono passate poco più di due settimane da quando Claudio Coldebella, vincendo la coppa nazionale da gm del Maccabi Tel Aviv, si è ritagliato un posto speciale nel filone degli italiani all'estero che hanno cominciato la stagione con un successo, che ha visto anche Galbiati vincere la Coppa del Re con Vitoria battendo in finale Scariolo. Da allora il mondo del Maccabi è cambiato: i venti di guerra in Medio Oriente hanno portato alla sospensione del campionato israeliano e il club, come in parte a inizio stagione, ha trasferito le proprie attività nella nuova base di Belgrado. Da qui ha raggiunto Milano, prossima avversaria in Eurolega di quell'Olimpia in cui Coldebella ha chiuso 20 anni fa una carriera da giocatore nobilitata anche dalle 111 presenze in Nazionale e dai tre scudetti con la Virtus. 

“Vincere la coppa è stato uno spettacolo e con questa ho vinto in quattro paesi, tutti quelli in cui ho lavorato: in Italia da giocatore, in Grecia l’ultimo trofeo vinto dal Paok, in Russia la Vtb con l’Unics Kazan - dice Coldebella, fino all'estate scorsa a Reggio Emilia, che da dirigente ha lavorato anche a Caserta, Treviso e Varese -. Però mi è tornato in mente quello che ha detto Messina parlando della sua esperienza al Real Madrid dicendo che lì quando vinci è un sollievo: è stata un po’ la mia sensazione, prima di me ne avevano già vinte 46… Dopo il successo il presidente pensava già al campionato: è un posto con un dna vincente pazzesco”. 

Coldebella, si dice che lavorare al Maccabi sia diverso perché è una squadra-nazione.

“Ovunque io vada mi faccio prendere dalla storia del club, ma il Maccabi è qualcosa a parte. E’ sempre stato la squadra del popolo, la nazionale di un popolo, e l’ha rappresentato vincendo tanto: una delle tre-quattro società più storiche della pallacanestro europea. E’ un’esperienza molto bella sia di vita che sportiva, in un club con uno standard molto alto e un pubblico molto esigente e sempre abituato a vincere”. 

Solo che un tempo c'era solo il Maccabi. Oggi invece la realtà è che la concorrenza interna non è mai stata così forte. 

“I due Hapoel, Tel Aviv e Gerusalemme, hanno stili diversi ma fanno entrambe le cose in grande: il Maccabi non era abituato ad avere due competitor in casa. Noi abbiamo deciso di puntare sui giocatori locali, un’idea che io mi porto dietro da sempre e in cui credo molto: io da giocatore arrivai in spogliatoio e trovai Brunamonti, avere giocatori che ti indirizzano per me è un valore. Questo è un club israeliano e abbiamo un core israeliano, da Blatt e Sorkin all’allenatore: in Eurolega siamo la quinta squadra su venti per utilizzo di giocatori locali”.

Guardando ai risultati, l'inizio non era stato semplice.

“Siamo partiti un po’ così, ma pensare di fare bene quando giochi in campo neutro è utopia, anche perché più viaggi e meno ti alleni. Da quando siamo tornati in casa a dicembre abbiamo vinto 26 partite su 31: in Eurolega siamo a 10 su 15, in campionato non perdiamo dal 17 novembre in casa dell’Hapoel Tel Aviv. Il fatto che questo sia il club del suo popolo cambia tutto, si crea un’energia incredibile, per cui noi più di altre squadre abbiamo bisogno di questo”. 

Si dice che lavorare al Maccabi sia diverso anche per tutto quello che significa lavorare in Israele.

“Sono 3000 anni che qui si decide la politica del mondo e non mi lancio in discorsi così importanti. Io sono un telavivian, un abitante di Tel Aviv, una delle città più belle del mondo, un mix tra Miami e Brooklyn: il clima, le persone, la socialità… siamo innamorati del posto, un’esperienza di vita bellissima. Tutti mi chiedono com’è qui, e la nostra è una quotidianità di sicurezza e tranquillità. Di certo è un club che ha un’attenzione alla sicurezza altissima, non mi sono mai sentito in pericolo né io né la mia famiglia, anche in trasferta: dall’estate abbiamo sentito forse una sirena… In questo momento ci sono molti allarmi, ma noi siamo venuti via poche ore prima che la situazione peggiorasse: da venerdì 27 ci siamo trasferiti tutti a Belgrado”. 

Come vi siete organizzati a Belgrado?

“Ognuno può scegliere se vivere in hotel o in appartamento: dobbiamo cercare di ricreare la nostra quotidianità, abbiamo con noi le famiglie. E siamo fortunati che in questo momento c’è un legame fortissimo tra Belgrado e il Maccabi: abbiamo trovato persone stra-ospitali, forse perché hanno passato la guerra anche loro, c’è grande rispetto. Ma mi auguro che si possa tornare prima possibile in Israele, anche perché c’è un campionato da riprendere in cui eravamo primi in classifica. E soprattutto sarebbe il segnale del ritorno alla vita normale, prima di tutto per i cittadini”. 

Già da giocatore Coldebella era stato pioniere delle esperienze all'estero, quando ancora non lo faceva nessuno, andando a giocare in Grecia all'Aek e al Paok.

“Faccio fatica a chiamare lavoro la pallacanestro, l’ho sempre considerata una passione. Sono cresciuto da piccolo vedendo queste squadre, è un orgoglio personale pensare da dove sono partito e che sono arrivato a essere il gm del Maccabi. Il percorso continua, sono esperienze lavorative e di vita che non hanno prezzo”. 

Le due squadre più importanti della sua carriera da giocatore, Virtus e Olimpia, sono ora le avversarie in Eurolega. Come sono viste da fuori?

“L’Eurolega non ha pietà, le 38 partite di quest’anno sono un record ed è difficilmente sostenibile, un format molto impattante: tante squadre da playoff resteranno fuori. Vedo che Olimpia e Virtus hanno un’identità ben precisa, vengono da un campionato difficile che quest’anno è salito tantissimo di livello: continuo a pensare che entrambe abbiano la possibilità di andare ai playoff”. 

Chi va ai play-in?

“I numeri dicono che il Maccabi che gioca in casa sua è una squadra da playoff, quindi avrei detto Maccabi. Ma il nostro valore va ricalibrato sul fatto di giocare in campo neutro: una risposta ce l’avremo già a Milano. Anche Dubai era una squadra che stava facendo benissimo prima degli ultimi sviluppi. Monaco ha appena cambiato allenatore… Tutte queste cose in qualche modo aiutano le italiane. Vediamo”. 

Per Coldebella c’è un futuro in Italia?

“Ho ancora un contratto lungo col Maccabi, il mio obiettivo è riuscire a vincere l’Eurolega qui: da giocatore ci sono andato vicinissimo, ho fatto una finale, così vorrei farcela da gm. Sarebbe bello anche in Italia, c’è un mondo che sta cambiando anche lì con Nba Europe… Sono curioso di vedere come la pallacanestro troverà il suo posizionamento, sarebbe bello per tutti se finalmente si trovasse il giusto equilibrio tra tutte le varie entità”.

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