Cessioni pesanti, colpo giovani, zero barriere e una retrocessione: come andò l'unico anno da ds di Almqvist

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Cardinale ha appena affidato il ruolo di direttore del player trading: nella sua unica esperienza simile in carriera, con l'Aston Villa, sul mercato si mosse con orizzonti molto ampi. Non finì bene, ma non per colpa sua

Il mercato sta spalancando le porte e da ormai un mese i tifosi del Milan si svegliano con una domanda fissa: “Ma chi compra i giocatori?”. Pochi giorni fa il Diavolo ha definito la sua nuova struttura societaria. Non una rivoluzione di volti – quelli, in gran parte, lavoravano già al Milan – ma di ruoli e responsabilità. Nessun vero e proprio direttore sportivo o direttore tecnico con la targhetta sulla porta. Gerry Cardinale, numero uno di RedBird, ha scelto una struttura più americana, con tanti piccoli ingranaggi invece del classico uomo solo al comando. La figura rossonera che oggi più si avvicina al ruolo di ds è Hendrick Almstadt, tedesco classe 1973, nominato direttore del player trading. Tradotto nel gergo calcistico: sarà uno degli uomini chiave nelle trattative e nella gestione del mercato, lavorando insieme agli altri dirigenti rossoneri, in particolare a Bobby Gardiner, specialista di big data. Almstadt però, a differenza di altri uomini della nuova galassia milanista, ha già avuto un’esperienza da uomo mercato e direttore sportivo. Nel 2015 approdò all’Aston Villa, in Premier League. Durò poco: otto mesi, per essere precisi. E il bilancio? Diciamo che non finì proprio con una standing ovation. Il Villa retrocesse dopo 58 anni e la campagna acquisti fu tutt’altro che memorabile.

il precedente inglese

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Premessa necessaria: dare tutte le colpe ad Almstadt sarebbe ingeneroso. Una retrocessione non nasce mai per colpa di una sola persona, ma da una serie di errori, dentro e fuori dal campo. Detto questo, il mercato è sempre il primo banco degli imputati quando le cose vanno male. E quindi vale la pena guardare quanto successo quell’estate. Almstadt lavorò a stretto contatto con Paddy Riley, allora capo scout dell’Aston Villa. Insieme portarono a Birmingham 12 giocatori: un portiere, cinque difensori, due centrocampisti e quattro attaccanti. Un mix tra parametri zero, prestiti e investimenti mirati. La spesa più alta fu per Jordan Ayew, attaccante ghanese pagato 12 milioni (e che adesso sta disputando il Mondiale a 34 anni). Nella lista c’erano anche Jordan Veretout (ex Roma e Fiorentina), acquistato dal Nantes per circa 10 milioni, e Adama Traoré, talento cresciuto nel Barcellona, arrivato per la stessa cifra. Poi Scott Sinclair, ala tutta dribbling e fantasia, Rudy Gestede, Jordan Amavi (pagato 11 milioni e rivelatosi un flop), Idrissa Gueye, Joleon Lescott, Micah Richards, José Crespo (ex Bologna e Verona), Tiago Ilori e il portiere Mark Bunn. Un’età media di 25 anni, più giovane rispetto a quella del Milan attuale (27,5). Il problema è che nel calcio, come spesso accade, tra il curriculum sulla carta e quello sul campo c’è di mezzo un oceano.

acquisti e cessioni

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Di tutti gli acquisti, a sventolare più in alto di tutte fu la bandiera inglese (4 nuovi volti). Almstadt e Riley lavorarono molto dentro ai loro confini, ma ampliarono anche i loro orizzonti: arrivarono profili ghanesi, francesi, spagnoli, senegalesi e addirittura beninesi. Un mix tra Europa e Africa. Un’idea di scouting ampia, insomma: guardare oltre il proprio giardino di casa. Il problema è che sei dei nuovi arrivati diventarono titolari senza riuscire a cambiare davvero il destino della squadra. E la piazza iniziò a chiedere spiegazioni proprio a chi aveva costruito la rosa. A pesare, però, fu soprattutto un’altra scelta: la cessione di Christian Benteke al Liverpool per 46 milioni. Centravanti da 49 gol in 101 presenze coi Villains nei tre anni precedenti. Oltre a lui fu sacrificato anche Fabian Delph, centrocampista box to box ceduto al Manchester City per 11 milioni. Erano anni complicati per il Villa, abituato a vivere campionati con il coltello tra i denti e salvezze conquistate spesso all’ultimo respiro. Cambiavano allenatori, giocatori e dirigenti, ma il problema restava sempre lì.

redenzione al milan?

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A complicare ulteriormente la situazione furono le perdite economiche di circa 27 milioni di euro, che resero ancora più delicato il momento del club. Almstadt venne esonerato a marzo dopo una vacanza a Dubai, con l’Aston Villa ultimo in classifica. Nel comunicato ufficiale si parlò di “comune accordo”, formula diplomatica che nel calcio spesso significa tutto e niente. Quella retrocessione resta la grande macchia nella carriera di Almstadt come uomo mercato. Prima aveva lavorato all’Arsenal con Ivan Gazidis, occupandosi di scouting e aspetti finanziari. Ora il tedesco avrà un compito ancora più delicato: dimostrare che quella parentesi inglese è stata un incidente di percorso e non il suo reale valore. Molto della nuova stagione del Milan passerà dal mercato. Anche se poi l’ardua sentenza spetterà al campo. Dati e algoritmi aiuteranno, ma non basteranno per tornare in Champions League.

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