Parla il ct dell'Italbasket femminile che torna al Mondiale dopo 32 anni: "Il mio percorso partendo dal Molise, giocando all'aperto sotto la pioggia o al buio, è quello che più mi mette i brividi. La maglia dell'Italia ha un profumo diverso, siamo la nazione più bella del mondo. Zandalasini? La sua grandezza è non abbagliare ma illuminare"
La storia dell'Italia di basket femminile al Mondiale per la prima volta dopo 32 anni, a pochi mesi di distanza dal bronzo europeo, ha il sapore della favola. Con il retrogusto della rivincita di un cerchio che si chiude perché a cementare le fondamenta di questo risultato, e di questo gruppo, c'è la voglia di rivalsa per quell'Italia-Lettonia quarto di finale a Eurobasket 2017, persa di un punto per un antisportivo ancora difficile da accettare, che allora precluse la qualificazione mondiale alle azzurre, oltre che un posto tra le prime quattro d'Europa. "Quell'esperienza, personale per alcune e raccontata alle più giovani che allora avevano visto le più grandi giocare, l'abbiamo ricordata più volte e sicuramente ha contribuito a creare lo spirito di oggi. Per me la storia guida il futuro e quello è un pezzo di storia, che oggi ci dà tanto senso di rivincita". A parlare è Andrea Capobianco, il ct azzurro a sua volta simbolo di rivincita. Prima di tutto perché questo risultato arriva alla sua terza volta sulla panchina dell'Italia femminile. Poi per tutto quello che la sua storia personale grida a gran voce.
Ma è nello spirito del personaggio non soffermarsi sui sassolini, di ogni dimensione, da togliersi dalla scarpa, quanto a godersi il viaggio, e pensare alla prossima destinazione. “E ci sono ancora ancora ampi margini di miglioramento… Queste ragazze sono ogni giorno da scoprire, eccezionali”, dice ricordando che la squadra era arrivata al Pre Mondiale con un solo giorno di allenamento al completo, diventando quel che è diventata solo in pochissime ore durante la manifestazione, e con le riunioni. “E col clima giusto. Il sorriso non è un segno di superficialità o menefreghismo, aiuta a creare il clima emotivo adatto per stare bene insieme e questo si trasferisce nel gioco. E’ un gruppo che riesce a mettere in pratica i valori belli della vita. E riesce a farlo con la conoscenza del gioco e l’uso dei fondamentali: il passaggio, per fare un esempio, è la traduzione in fondamentali della parola rispetto”.
E qui entriamo nel Capobianco in purezza: “Un passaggio col sorriso e fatto con l’anima ti manda a segnare, senza questo clima diventa un passaggio pesante, e molto meno efficace. Dietro a questa Nazionale ci sono valori forti che vengono costantemente tradotti nei fondamentali tecnici. La pallacanestro è una parte della vita, se credi in queste cose nella vita. Come mi diceva sempre mio fratello che insegnava analisi matematica all’università, dietro alle tabelle dei giudizi c’è una persona, e la cosa più importante è valutare la persona”.
Ha dedicato questa gioia a suo fratello Gianni, perso l'estate scorsa.
“Certe volte ci vergogniamo dei nostri sentimenti. Quando allenavo in C2 lui mi ha sempre detto di crederci e mi ha insegnato l’importanza in ogni ruolo c’è lo studio. Lui e mia sorella mi hanno guidato a pensarla così: forse non gli avrò detto tante volte grazie per quello che mi ha dato, allora ho voluto farlo davanti a tutti. Se sono qui lo devo a queste persone che sono state le mie stelle polari”.
A distanza di qualche giorno è riuscito a realizzare quello che avete fatto?
“Provo tanta gioia, come succede quando il frutto del lavoro alla fine sboccia, vedendo queste ragazze mettere in pratica le idee che uno ha sempre avuto nella vita, da allenatore e non solo. Aggiungendo il fatto che si va al Mondiale, cosa si vuole di più? E’ stata anche un’acquisizione di maggiore responsabilità: oggi sappiamo che la gente ci guarda, ci vuole bene, ci è vicina, ed è così perché noi gli stiamo dando qualcosa. Questo ci aiuta a non abbassare mai la guardia”.
Cosa vuol dire rappresentare l’Italia?
“Negli anni ho avuto anche proposte importanti. Ho ringraziato, ma se ho rifiutato è perché penso che la maglia dell’Italia è la migliore che si possa vestire, indossarla ha un profumo diverso. Dobbiamo tornare a cavalcare certi princìpi importanti, legati a credere anche nella propria nazione: siamo la nazione più bella del mondo, non la sappiamo valutare perché vediamo sempre il negativo. Non c’è maglia più bella”.
Com’è fare basket a questo livello partendo dal Molise?
“È la cosa che più mi mette i brividi, pensare da dove sono partito e dove sono arrivato. Ho voluto che partire da lì fosse un punto di forza: non avevamo tanti palloni, avevamo il campo all’aperto ed era un problema se pioveva o faceva buio. In quelle situazioni puoi trovare mille alibi per non lavorare seriamente. Oppure quelle mancanze diventano opportunità per dare responsabilità alle persone, perché devi scoprire come risolvere il problema che fa buio e devi andare ad accendere i fari della macchina. Così come, dopo Battipaglia in A, scendere di andare in C2 a Salerno guardando non alla categoria ma a un programma serio. Queste cose mi hanno dato più forza, e la parola d’ordine è stata coraggio. Altrimenti non avrei smesso di fare medicina dopo tre anni in cui ho fatto tutti gli esami con sacrifici notevoli, per spostarmi a fare l’Isef perché volevo fare l’allenatore”.
Stride che chi ha fatto la finale scudetto, anche miglior allenatore di Serie A, non abbia mai fatto l’Eurolega o comunque allenato ad alto livello maschile.
“In Nazionale mi chiamò Pianigiani e dopo due anni in cui ho avuto la possibilità di allenare giocatori pazzeschi, da Gallinari e Belinelli a Bargnani e Datome, si è aperta la possibilità di fare il settore giovanile, a cui tengo molto. Ho pianto quando ho visto in Nazionale giocatori cresciuti con me come Poeta, Amoroso e Infante: per chi allena i giovani il risultato più bello è vederli arrivare a livello senior. Era quello che volevo fare, noi adulti dobbiamo provare a far diventare quelli più giovani di noi migliori di noi. Per questo non ho rimorsi per non aver mai fatto l’Eurolega, dipende da scelte che ho fatto e di cui sono molto contento. Poi quando il presidente Petrucci mi ha chiesto di allenare le ragazze non ci ho pensato un attimo. Posso solo ringraziarlo perché è stata una dimostrazione di stima, affetto e molto altro, e spaziare tra più incarichi mi ha dato la possibilità di approfondire la conoscenza e ampliare gli orizzonti”.
Tre nomi che viene facile associare alla sua parabola: Polonara, Poeta, Pajola.
“Tre campioni della vita, che grazie al lavoro, al coraggio, a quello che sono dentro, sono diventati anche campioni dello sport. Sono tre persone semplicemente favolose con le loro personalità diverse. Con tre tipi di talenti diversi: noi abbiamo sempre un’idea troppo limitata del talento, si pensa solo a quello tecnico ed è troppo riduttivo. Il giocatore che ha solo talento tecnico spesso fallisce, perché non riesce a essere supportato dalla forza mentale per sostenere il proprio talento. Sono campioni nella vita e l’hanno trasformato nell’essere campioni in campo: il campione è chi fa stare meglio gli altri e tutti e tre hanno questa grande dote”.
Ci aiuta a spiegare quanto è forte Zandalasini?
“Non amo parlare molto delle singole. Ma se Zanda è ricercata nel mondo il motivo è evidente. La sua cosa più bella è che è forte in ciò che non si riesce a vedere. Al di là del rapporto eccezionale che ho con lei, ha fatto nel 2017 l’esordio in Nazionale entrando a 22 anni nel miglior quintetto europeo: è un’altra che riesce a far giocare meglio chi ha vicino. Riesce a rendere facili le cose difficili, non parlo solo dal punto di vista tecnico. E ha la capacità, come anche altre giocatrici di questa squadra, di illuminare e non di abbagliare. Al di là del talento, sono doti innate: tocca a me tirarle fuori. Ma abbiamo anche Cubaj che ha richieste dalla Wnba. Abbiamo visto Schio-Venezia di che livello è stata? Quando queste ragazze verranno in giro per l’Italia in campi vicini a voi, battete le mani perché lo meritano, hanno onorato la maglia dell’Italia in modo strepitoso. La rivalità Schio-Venezia? Sono ragazze talmente di alto livello che non c’è stata una virgola di problema”.
A questo gruppo adesso si aggiunge Matilde Villa.
“Sul campo si aggiunge, ma c’è sempre stata, insieme a Panzera e ad altre. E’ Matilde, ci fa piacere aggiungerla, fa piacere a tutte, poi ad agosto si vedrà come verranno composte le 12. C’è anche Stefania Trimboli, che non è venuta ma è come se fosse con noi, ogni giorno ci ha messaggiato. Questo gruppo è molto più grande delle 12 convocate. Poi più io sono in difficoltà nelle scelte, più sono felice perché si alza la qualità, che è quello che mi auguro se vogliamo competere al livello che vogliamo: questo tipo di competizione leale fa solo bene al movimento”.
Cosa significa dare adesso un seguito fuori dal campo a questo risultato?
“Noi tutti addetti ai lavori non dobbiamo spegnere l’entusiasmo ma dobbiamo accenderlo. Partendo dai messaggi dati da queste ragazze: con coraggio, determinazione, sudore e spirito di sacrificio si può arrivare a giocarsi il Mondiale. Tante volte ci arrabbiamo molto coi nostri giovani, ma lavoriamo tutti per lo stesso obiettivo: non sono i nostri nemici, se non è chiaro che siamo dalla stessa parte forse c’è mancanza di chiarezza negli obiettivi. Ma se sa che faccio di tutto per farlo diventare forte, perché non dovrebbe provarci? Se questo messaggio è chiaro, saranno sempre di più a venire in palestra e sempre meno ad abbandonarla. La voglia c’è, dobbiamo essere bravi noi a farla uscire”.
A settembre si va a Berlino per fare cosa?
“Si va a Berlino per giocare come abbiamo giocato fino a oggi. Dobbiamo partire da quello che ci ha portato a fare il risultato, non dal risultato. Quindi provare ad alzare ancora il livello tecnico-tattico, essere più pronti: le ragazze possono crescere ancora. Poi finire il torneo, alzare gli occhi e vedere dove siamo arrivati”.


