Candace Parker e Elena Delle Donne, cambiare il basket e andare oltre: due storie da Hall of Fame

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Due campionesse WNBA entrano insieme tra le leggende: la maternità di Candace, il legame di Elena con la sorella Lizzie, le battaglie e le scelte che le hanno rese un esempio anche lontano dal parquet

Giulia Arturi

Giornalista

17 agosto - 11:47 - MILANO

Loro sono andate oltre. Candace Parker ed Elena Delle Donne, leggende della WNBA e da ieri Hall of Famer, hanno rivoluzionato il basket e portato una sensibilità che ci ha resi tutti più forti. Entrambe sono sempre uscite dai confini verniciati sul parquet per diventare avanguardia e ispirazione. Le lega anche Chicago: Parker ci è cresciuta ed è tornata per vincere, Delle Donne ci ha giocato quattro stagioni, diventandone la stella. Parker e Delle Donne hanno tirato una riga spessa sulla rigidità della divisione per ruoli, semplificando. Guardie (o playmaker, possiamo osare) nel corpo di lunghe, due ali meravigliose che non si sa neanche da che parte iniziare per marcarle. Versatili nell'eccellenza: ogni angolo del gioco era cosa loro. Parker, maglia ritirata a Los Angeles e Chicago, ha giocato 16 stagioni in WNBA: tre titoli con tre squadre diverse, due premi di MVP, un Finals MVP, due ori olimpici. Delle Donne, due volte MVP della WNBA, è stata campionessa nel 2019 con Washington e ha vinto due ori olimpici, la prima a chiudere una stagione con il 50% 2, 40% da 3 e 90% ai liberi. Due delle più grandi di sempre, in campo e altrove.

parker, la maternità e gli mvp

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Candace Parker, classe 1986, nel 2008, a 22 anni e al suo primo anno in WNBA, vinse l'oro olimpico, il premio di MVP della lega e quello di Rookie dell'anno. Non lo sapeva ancora, ma verso la fine della stagione era incinta della prima figlia Lailaa, avuta con l'allora marito Shelden Williams. Non fu la prima campionessa a diventare madre durante la carriera, ma apparteneva ancora a una generazione che doveva inventarsi il modo di essere madri e atlete professioniste. Swoopes, Thompson e Leslie avevano aperto la strada, Parker la percorse nel momento forse più delicato possibile: giovanissima e da MVP in carica, quando tutti aspettavano soltanto il trionfo successivo. Cinquantatré giorni dopo il parto era già di nuovo in campo. Non uno standard, naturalmente: parliamo di una campionessa fuori dal comune. Ma lo fece in una WNBA che non era quella di oggi, allattando durante l'intervallo delle partite e portando Lailaa con sé in viaggio.

ORGOGLIO

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Ieri, entrando nella Hall of Fame, è tornata proprio lì: "Quando ricevetti l'oro olimpico, il Rookie of the Year e poi l'MVP in quella stagione, sapevo di non averlo fatto da sola. Ero incinta della mia compagna di squadra preferita, mia figlia Lailaa Nicole". Poi le notti senza dormire, "l'allattamento durante l'intervallo delle partite, i suoi primi passi durante una trasferta a Phoenix. Eravamo una squadra e abbiamo condiviso le vittorie e la fatica". E infine, parlando direttamente a lei: "Il mio lavoro preferito è essere tua madre". Nel 2019 Parker sposò Anna Petrakova, ex giocatrice della nazionale russa conosciuta durante la lunga carriera di Parker in Europa. In segreto. Temevano le possibili conseguenze in Russia, dove i diritti civili non sono per tutti. Lo resero pubblico soltanto nel dicembre 2021, quando Petrakova aspettava un bambino. Ieri Parker ha raccontato quella fase con poche parole: "Ho avuto il coraggio di scegliere l'amore e di liberarmi dal bisogno di compiacere gli altri e di preoccuparmi di ciò che pensavano dovessi fare". Che esempio di orgoglio posso dare ai miei figli se non sono io la prima, si chiese durante un discorso.

delle donne, il college e la sorella

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Nel basket femminile, UConn è un college e un laboratorio di campionesse. Elena Delle Donne, classe 1989, era la prossima predestinata: la miglior liceale d'America, destinata a una delle squadre più forti del Paese. Entrò a UConn nell'estate del 2008, ma invece di uscirne 4 anni dopo con un bottino di titoli e record, tornò a casa dopo appena 48 ore. Era in burnout. Ieri ci ha scherzato sopra dal palco della Hall of Fame: "Ho passato tutta la vita innamorata di questo gioco. A parte quella piccola rottura in cui lasciai UConn dopo 48 ore, mollai il basket e decisi di giocare a pallavolo al college per un anno". Casa era il Delaware, casa era soprattutto sua sorella maggiore Lizzie. Nata cieca e sorda e con importanti difficoltà fisiche e dello sviluppo, comunica attraverso il contatto e la presenza fisica. Non potevano telefonarsi, non potevano vedersi in videochiamata: per stare con lei Elena doveva esserci. E a 18 anni stare così lontano non era negoziabile. Delle Donne era abbastanza matura e decisa da scegliere una strada diversa: giocò la carriera universitaria a Delaware, non esattamente il programma dove finiscono normalmente le liceali destinate a diventare stelle della WNBA. Ogni cosa a suo tempo. Il tempo di Lizzie, invece, è sempre.

la malattia

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Ed è proprio da Lizzie che Delle Donne è tornata ieri: "Ogni volta che ho attraversato i momenti peggiori, la lezione di cui avevo bisogno non era mai sul campo. Era a casa, con Lizzie. Non ha mai giocato davanti a migliaia di persone, non ha mai ricevuto una standing ovation. Eppure non ho mai conosciuto nessuno più forte. Mi ha insegnato che la grandezza non si misura dagli applausi, ma dal coraggio e dalla gioia". Guardando Delle Donne poteva sembrare tutto facile: 195 centimetri, quel tocco di palla. Invece ci sono stati anche anni di convivenza e cure per la malattia di Lyme, un'infezione che l'ha accompagnata per buona parte della carriera. Sessantaquattro pillole al giorno, raccontò nel 2020 sul Players' Tribune. Il corpo le avrebbe chiesto il conto ancora: la schiena, un'operazione delicata, altre lunghe assenze. Ma il basket le aveva dato anche altro. Ieri Delle Donne lo ha ringraziato così: "Mi hai dato una piattaforma per lasciare questo gioco un po' migliore di come l'avevo trovato. Ma forse il regalo più grande è stato insegnarmi a riconoscere la grandezza nei luoghi in cui non esiste un tabellone segnapunti".

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