A tu per tu con la guardia dell’Olimpia, nominato miglior giocatore della Serie A: "Venire qui la scelta migliore che abbia mai preso, vedo nascere un team molto competitivo"
L’araldo è lo stesso di dodici mesi fa, quando in una riunione tecnica sorprese Miro Bilan annunciandogli dal niente che era stato nominato mvp del campionato. Calato nel ruolo, stavolta Peppe Poeta ha scelto il cerchio di centrocampo a fine allenamento per la scenetta che scatena la festa, con la complicità di un certo Dino Meneghin - a cui è intitolato il riconoscimento - che irrompe da chissà dove, incredibilmente non notato, per consegnare il premio: Armoni Brooks è il miglior giocatore della Serie A 2025-26: "Il rispetto dei colleghi, degli allenatori, degli avversari, dei tifosi è un grande onore", risponde con umiltà, passato il momento della goliardia, la guardia texana dell’Olimpia. Che non è stato il giocatore coi numeri migliori, non gioca nella squadra che ha fatto meglio, ma la sua esplosione di quest’anno ha abbattuto anche sul campionato un talento di livello internazionale il cui impatto si è materializzato già nella Final Eight vinta da mvp. Aprendogli un mercato che gli ha messo alla porta il Partizan con un contratto da 2,5 milioni all’anno. Ma questo è un discorso per un altro giorno, anche se Armoni non si sottrae, includendo nell’equazione - e non era scontato - il legame con l’Olimpia.
Brooks, come Milano ha cambiato la sua carriera?
"Sono arrivato da ex giocatore di G-League e di Nba in cerca di una base stabile. E qui ho trovato una casa: tutti mi hanno accettato, mi hanno accolto a braccia aperte e mi hanno insegnato tanto. Venire qui è la decisione migliore che abbia mai preso".
La stagione è andata come volevate?
"È stata difficile, con alti e bassi. Ma siamo sempre rimasti uniti ed è la cosa più importante, nelle difficoltà è facile andare ognuno per conto suo. Questo ci ha compattato come gruppo, ora è il momento di spingere e vedere dove ci porta questa coesione".
Cosa è cambiato col cambio in panchina?
"È cambiato il tipo di energia. Messina è un grande allenatore, una leggenda, tutti noi lo rispettiamo e lo amiamo. Ma Peppe è arrivato e ha cambiato la dinamica della squadra. A volte mettere una faccia nuova fa bene. Amo Messina alla morte per tutto quello che ha fatto per la mia carriera. E sono anche felice di aver trascorso un anno con Peppe".
È stata la stagione in cui è deflagrato il suo potenziale offensivo. Qual è il prossimo passo?
"Assicurarmi di coinvolgere con continuità i compagni. Una grande parte di voler essere un leader è mettere i compagni in condizione di fare bene. Con tanti giocatori di alto livello, dobbiamo, devo trovare modi per aiutarli a trovarsi nella situazione giusta per fare bene e darci così una spinta ulteriore".
Dopo due anni, si sente un giocatore da basket europeo?
"Per me il basket è basket. In Europa c’è meno spazio, è un basket più fisico della Nba. Ma se sai giocare, puoi farlo ovunque. C’è stato bisogno di adattarsi, è una lega in cui ogni partita è difficile. Ma bisogna lavorare duro, fidarsi del proprio lavoro e andare a competere ogni sera mettendoci il cuore".
Ha il contratto in scadenza, ha già deciso il suo futuro?
"Non ancora, sto soppesando le opzioni. La situazione è sempre in evoluzione, per questo non posso ancora avere la certezza di cosa succederà".
Su cosa basa le sue valutazioni? Cosa cerca?
"Ovunque sia, voglio solo avere la possibilità di competere. Credo che quella che Milano sta costruendo possa essere una squadra molto competitiva. Dobbiamo solo andare avanti un giorno per volta e assicurarci di trovare un terreno comune, e possiamo trovare una soluzione".
Col suo mentore Langford avete parlato anche di questo?
"Non ci sentiamo forse da sei mesi, ma l’ultima volta mi ha detto di continuare a migliorare. Sta seguendo tutto, mi contatta sempre per complimentarsi come dopo la coppa Italia. E’ bello sapere di poter avere un mentore su cui contare quando serve un consiglio o nei momenti difficili".
E poi c’è la famiglia.
"Mia moglie e i miei figli sono tutto per me. Hanno dovuto sacrificare tanto seguendomi in Europa, stando lontani dalla famiglia e dagli amici: è un sacrificio per tutti noi. Ma sono grato a Dio per avermeli dati. Mia moglie gestisce tutto a casa con tre figli quando ci sono le trasferte, è la spina dorsale della famiglia: faccio il meglio per supportarla il meglio che posso e per esserci per i ragazzi, essere parte della loro quotidianità più possibile".
Milano vince lo scudetto se…
"Se siamo uniti, giochiamo con durezza e altruismo, ci sacrifichiamo l’uno per l’altro. Una volta può essere la mia gara in attacco, un’altra di Shavon o di Zach: fa parte di essere una squadra, senza invidie. Penso che abbiamo un bel gruppo di ragazzi che vogliono genuinamente vedere i compagni avere successo. Con un gruppo del genere, abbiamo buone possibilità di vincere".
Motivi per crederci?
"Basta guardarci in palestra: tutti si allenano duramente, amiamo tutti questo gioco. Amare quello che fai è già metà dell’opera. Se non lavori, non puoi aspettarti di far bene. Vedendo quanto gli altri si impegnano, ci fidiamo uno dell’altro. Restiamo uniti, fidiamoci dei compagni e godiamoci la corsa".

