"A che ora gioca la Nazionale? Mi sono distratto con Wimbledon..." aveva detto il numero uno della Federazione Italiana Tennis e Padel. Lo scambio di opinioni con il nostro giornalista
Da Angelo Binaghi, presidente della Federazione Italiana Tennis e Padel, riceviamo questa lettera in risposta alla rubrica La Sveglia di Luigi Garlando sulla Gazzetta di ieri.
la lettera di binaghi
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Egregio Garlando, "La situazione è grave, ma non è seria", scriveva Flaiano della politica italiana. E la frase mi è tornata in mente leggendo il suo pezzo. Come hanno compreso tutti coloro che l’hanno ascoltata, la mia era una semplice battuta. Perché lo sfottò, finché resta ironia, appartiene da sempre alla cultura dello sport. Trovo curioso che in questo Paese si affrontino con drammatica leggerezza questioni ben più serie e non ci si possa concedere una risata su un movimento ricchissimo che, per l’ennesima volta, non è riuscito a qualificarsi per un Mondiale extra-large, lasciandoci ancora una volta assenti senza giustificazioni. Rispetto profondamente la passione di milioni di italiani per il calcio. Molto meno, fatta salva qualche eccezione, una classe dirigente che negli ultimi anni ha impoverito un patrimonio straordinario. Chi le scrive è cresciuto all’Amsicora e al Sant’Elia, sognando Gigi Riva e i suoi compagni: campioni, ma prima ancora persone serie. È anche per questo che continuo a voler bene al calcio, riservandomi il diritto di riderci sopra, soprattutto quando, come è accaduto qualche settimana fa, si cerca di farci tacere per aver semplicemente posto il tema della loro inadeguatezza. C’è però un passaggio che mi ha colpito. Lei ci invita a non fare come Kyrgios nei confronti di Sinner. Nel mondo reale, però, Sinner siamo noi: lavoriamo a testa bassa, vinciamo e veniamo rispettati in tutto il mondo. Kyrgios, semmai, somiglia al calcio italiano di questi anni: invece di interrogarsi sui propri limiti, preferisce spesso cercare un colpevole altrove. Se il calcio saprà riformarsi recuperando la serietà dei suoi protagonisti migliori, sarò, mi creda, il primo a festeggiare. Se invece continuerà a confondere l’ironia con l’irriverenza e ogni sorriso con una minaccia, rischierà di tornare d’attualità un celebre slogan degli anni Settanta: "Una risata li seppellirà".
la risposta di garlando
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Egregio Binaghi, mi ha fatto tornare in mente il grande Totò nei panni del Barone Zazà. Ricorda cosa disse, quando perse al gioco i soldi del fratello? “Ma io stavo scherzando…”. Ha ragione, presidente, l’ironia rientra nella leggerezza dello sport e, se ha letto altre volte la mia Sveglia, sa che è ingrediente fisso di questa rubrica. La battuta sulla Nazionale e Wimbledon ci poteva stare, fosse stata estemporanea e isolata, invece è arrivata in coda a un martellamento ossessivo contro il calcio. Dire che il tennis educa e il calcio no, che i calciatori sono bambini viziati e che i vertici andrebbero spazzati via non fa ridere nessuno. Una federazione che impallina un’altra non rientra nella cultura sportiva. Dai numerosi messaggi di consenso che ho ricevuto, ho il sospetto che a molti sia sfuggita la sua ironia. Nel 2003, quando l’Italia fu travolta nello spareggio con lo Zimbabwe e retrocesse nella “serie C” di Davis, era già iniziato il suo impero infinito. Non ricordo inviti del calcio a spazzare via tutto il tennis e neanche nei lunghi anni successivi di vacche magre. Ad Harare, Barazzutti schierò in doppio Galimberti-Bertolini, il calcio aveva Maldini, Del Piero e Totti. Cicli. Si goda con noi lo splendido di Sinner, Cobolli e compagnia; ciclo di cui, ribadisco, lei ha meriti indiscussi, ma con il rispetto che merita una disciplina, da sempre trainante, che sta attraversando una contingenza grama. Oltre all’ironia, lo sport contempla anche la solidarietà. Si sforzi di credere che persone oneste e capaci non esistevano solo nel calcio di Gigi Riva e non dimentichi gli dei liceali, quelli dell’Olimpo, che sorvegliavano l’orgoglio del vincitore affinché non tracimasse in altro. Mi permetta, infine, di prendere con riserva la sua equazione “noi siamo Sinner”. Finché non sentirò Jannik deridere il calcio malato, lo tengo un filo più in alto. L’avrà riconosciuto senz’altro il film di Totò che ho citato all’inizio: “Signori si nasce”. Uscì nel 1960, curiosamente il suo anno di nascita. Cordialità
La Gazzetta dello Sport
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