Il mediano della Grande Inter di Herrera: "Eravamo la squadra più forte di sempre. Il brasiliano era un dio, dietro di lui Eusebio, Zigoni lo marcavo parlando in dialetto. Oggi mi rivedo in Barella, abbiamo la stessa tigna"
Quelli di Gianfranco Bedin erano i tempi in cui il mediano era la ruggine sul talento del numero 10, era la tenebra che zittiva di colpo il canto degli usignoli, era il castigo che toccava alle belle gioie, convinte che il calcio fosse un gioco e non una faccenda maledettamente più complicata. Il nome di Bedin, nella filastrocca che la generazione degli anni 60 recitava a labbra socchiuse come una preghiera, sbucava oltre l’incipit — Sarti, Burgnich, Facchetti — e faceva da collante al resto del sonetto, quello che chiudeva il reparto difensivo con Guarneri e Picchi.
Bedin, la Grande Inter è stata davvero l’Inter più grande di sempre?
“Direi proprio di sì: è stata una squadra che ha vinto tantissimo e ha colpito l’immaginario di tutti. Eravamo fortissimi, mai dimenticarlo”.
Il compagno più forte chi è stato?
“Luisito Suarez, un genio, un’enciclopedia: calciava il pallone a 40-50 metri con una naturalezza spaventosa”.
A lei il Mago Herrera dava il compito di smontare l’ego dei 10 avversari. Partiamo da Pelé.
“Il più vicino a dio. Un felino, ogni suo gesto era armonia, rapidità, bellezza. Amichevole Inter-Santos, Pelé scatta, lo rincorro senza raggiungerlo, allora mi butto in scivolata ma lui frena all’improvviso e con un tocco lieve mi supera, così io vado a sbattere contro l’attrezzatura di un fotografo a bordocampo e travolgo anche il fotografo. Mi rialzo e quello mi fa: 'Bedo, Pelé l’ha ciapà el palo'. E io: 'Meno male, mi è andata bene'".
Rivera.
“Che battaglie nei derby. Gianni aveva gli occhi sulla nuca e la partita già in testa, come un film. Lo tormentavo, gli tiravo la maglia ma lui niente, impassibile. Il gol più bello della mia vita lo feci in un derby, abbandonai la sua marcatura e mi spinsi avanti, tiro di controbalzo di sinistro all’incrocio dei pali. E no, non avevo mirato. Pura fortuna. C’erano altri italiani tosti. Bulgarelli e De Sisti mi toccava andarli a prendere nella loro metà campo, ma erano bravissimi a liberarsi. Con Zigoni mi divertivo da matti. Parlavamo in dialetto, mi diceva: 'Bedo, no stame legnare', poi sbuffava, bofonchiava qualcosa, viveva la partita in un mondo tutto suo”.
Sivori.
“Una simpatica carognetta, posso dirlo? Era un fuoriclasse assoluto, un diavolo con quel sinistro. Però attaccabrighe, rifilava a tutti tacchettate a tradimento”.
Eusebio.
“La Pantera nera, un campione fenomenale, con un fisico resistente a tutto, lo metto appena sotto Pelé. L’ho marcato nella finale della Coppa dei Campioni del 1965, Inter-Benfica. 1-0 per noi, a San Siro. Lo sa che quando ho alzato la coppa mi tremavano le mani. Avevo vent’anni e ho pensato: forse sono un campione anch’io...(ride) ma mica era vero. Però che soddisfazione, io da Mauthausen alla Coppa dei Campioni”.
Mauthausen?
“Era il nome che quelli di San Donà di Piave, dove sono nato nel 1945, tre mesi dopo la Liberazione, e dove sono cresciuto, avevano dato alla zona dove abitavo, una baraccopoli, né più e né meno. Lo so, ironia macabra, ma erano baracche, senza luce e senza acqua, con il tetto in lamiera che non teneva la pioggia e il bagno... il bagno ce lo sognavamo, si andava per campi. Vivevamo in dieci in pochi metri quadri, papà, mamma, quattro fratelli e poi i nonni e gli zii, tutti insieme. A quattordici anni sono stato scelto dall’Inter e mi sono trasferito a Milano”.
E a diciannove ha debuttato in Serie A.
“Da due mesi il Mago mi diceva: 'Bedo, domenega sciuga tu'. Ma non mi faceva mai giocare. Un giorno, due ore prima di Inter-Lazio, Jair si incazza con Herrera e se ne va dallo spogliatoio sbattendo la porta. Allora il Mago si volta e con la sua cantilena mi fa: 'Bedo, te avevo deto che sciugavi tu'. Che ridere, il Mago, mi diceva che ero giovane e che dovevo correre di più, sempre di più…”.
Il gol più bello lo feci in un derby, abbandonai la marcatura di Rivera, tiro di controbalzo di sinistro all’incrocio dei pali. E no, non avevo mirato.
Nel post-carriera lei ha lavorato anni per l’Inter, in qualità di osservatore, individuando tanti ottimi prospetti. Ha un rimpianto?
“Certo, Thiago Silva. Lo seguivo da tempo, ero convinto di portarlo all’Inter. Invece me lo soffiò il Milan. Uno che ha reso meno di quanto mi aspettassi invece è stato Van der Meyde, l’olandese che pescai all’Ajax. Grande talento, ma era matto (ride) aveva la testa che andava per conto suo”.
C’è un calciatore di oggi in cui si riconosce?
“Barellino, lo chiamo così Barella: è il mio preferito, abbiamo la stessa tigna”.
Domanda doverosa: l’Inter lo vince lo scudetto? (Silenzio) Pronto, Bedin…
“Mi stavo…ecco…stavo facendo un gesto…diciamo così…superstizioso. Dai, diciamo che ci sono le condizioni per farlo, l’Inter è la più forte, anche se i limiti ci sono e su quelli bisogna lavorare: l’abbiamo visto in Champions”.
Come vive l’ottantenne Bedin?
“Ho una bella famiglia, vivo a Milano, ho una casa a San Donà di Piave dove torno d’estate. Vado a vedere più partite possibili, ho uno schedario dove annoto tutto sui calciatori che vedo”.
Scusi, perché sentiamo un rimbombo? Dov’è?
“Sono in piscina, c’è l’eco. Vengo qui a nuotare, mi serve per la spalla. Poi gioco a tennis, non sono niente male. Poi cyclette, bagno turco e per chiudere un Prosecchino con gli amici. Sono un uomo fortunato, la vita mi ha dato tanto: ho vissuto infanzia e adolescenza su una baracca, come potrei oggi lamentarmi?”.



