Il nerazzurro ha scavalcato Alvarez nelle gerarchie. C'è feeling con Leo ed è centrale nel gioco del ct
Lautaro ce l’ha fatta. Ha segnato il primo gol della sua vita in un campionato del mondo e soprattutto ha scacciato dalla mente il senso di inadeguatezza che spesso lo tormenta. Adesso sì, può cominciare a divertirsi con l’Argentina. Ma se ha vinto il ballottaggio interno con Julian Alvarez, rovesciando le gerarchie e gli eventi rispetto alla spedizione in Qatar, dipende anche da un altro fattore: si è incastrato alla perfezione nei meccanismi tattici di Scaloni, trasformandosi nel partner d’attacco ideale per Lionel Messi. Giocherà titolare anche contro Capo Verde, per la quarta volta su quattro. Dubbi evaporati.
Legame
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Si è detto molto del rapporto di fiducia assoluta tra il capitano e Rodrigo De Paul, che per amicizia si è trasferito all’Inter Miami accettando di replicare il ruolo di scudiero tra club e nazionale. Ma anche il dialogo tra Lautaro e Messi, che in un passato non troppo lontano lo ha paragonato all’altro fedelissimo Luis Suarez, è cresciuto attraverso il feeling naturale che si è sviluppato in campo. È esagerato affermare che sia stato Messi a suggerire a Scaloni di puntare su Lautaro. Sarebbe ingeneroso nei confronti dell’allenatore e anche dello stesso centravanti, che è rientrato nella formazione per meriti sportivi: con 38 gol complessivi, è salito al quarto posto nella classifica marcatori all time dell’Argentina. Ma di sicuro Messi non ha mai mostrato insofferenza o disagio quando si è trovato Lautaro accanto. Con altri attaccanti Sua Maestà aveva invece faticato a intendersi.
Il caso
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Da parte sua, Julian Alvarez non è stato fortunato né furbo in America. La buona sorte gli ha impedito, causa infortunio alla caviglia, di prepararsi al meglio per il Mondiale, a differenza di Lautaro che aveva pagato il proprio tributo al destino proprio in Qatar. Anche contro la Giordania, l’unica partita giocata da titolare, il suo rendimento è stato deludente. Ma quello che è successo dopo la partita con l’Austria, agli occhi di Scaloni e di conseguenza di Messi o magari il contrario, ha aggravato la sua posizione: Alvarez, che era entrato dalla panchina, è esploso chiedendo senza mezzi termini di lasciare l’Atletico Madrid, dando l’idea di pensare più a se stesso che all’Argentina. Secondo i sussurri arrivati dal centro sportivo di Kansas City, riconosciuto dalla Fifa come il migliore in assoluto del Mondiale, quelle frasi hanno giovato a Lautaro, esempio opposto di abnegazione e devozione alla causa patria.
Collettivo
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Del resto era stato Messi a indicare la strada virtuosa: quando si è trattato di decidere se giocare dall’inizio l’ultima partita del girone, per avvicinare il record dei 13 gol in una sola edizione stabilito da Just Fontaine nel 1958, Leo ha preferito andare in panchina per evitare rischi di sovraccarico. In questo modo ha dimostrato alla squadra di essere interessato soltanto al vero grande obiettivo: il secondo Mondiale di fila che gli consentirebbe di superare nei fatti la parabola di Maradona e regalerebbe al Paese una doppietta consecutiva che è stata realizzata per l’ultima volta dal Brasile di Pelé nel 1962. Ecco. Paradossalmente e involontariamente, chiamandosi fuori ha disegnato l’assist più preciso della sua vita per Lautaro garantendogli lo status di specialista per il rigore contro la Giordania. Messi, che aveva sbagliato il tiro contro l’Austria, sarebbe andato sul disco bianco al suo posto, ritardando il ritorno alla felicità del compagno. Il fato ha poi reso giustizia al gesto magnanimo: il Dieci ha segnato su punizione il sesto gol nel torneo, il diciannovesimo ai Mondiali, infilando nel pallottoliere la nazionale numero 44 della carriera. Contro Capo Verde, nella sua Miami, può allungare la serie. Servito da Lautaro, ovvio.



