Matteo definisce "da top ten" la sua vittoria su Fils sul Centrale. Flavio batte in quattro set Duckworth e poi scherza sul prossimo avversario: "L'ho già mandato a..."
3 luglio - 00:28 - LONDRA
Uno sorride e mostra il suo lato maturo, sotto i riflettori del Centrale. L’altro se la prende con la “macchinetta” delle chiamate per fermare il suo nervosismo e manda scherzosamente a c… il suo prossimo avversario. Matteo Berrettini e Flavio Cobolli sono, con Lorenzo Sonego, l’altra faccia d’Italia a Wimbledon, quella che corre veloce e tiene il passo della locomotiva Jannik Sinner. Quella che vince, che gioca e si merita applausi e luci dei riflettori. Quella che si prepara al terzo turno con l’idea di continuare il suo sogno sull’erba dell’All England Club.
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Quello di Matteo prosegue contro l’eterno Grigor Dimitrov, bulgaro che non affronta dal 2019 e con cui si è diviso i due solo precedenti, tutti quell’anno. Berrettini non la smetteva di sorridere dopo aver battuto, sul Centrale, il francese Arthur Fils, numero 20 del tabellone piegato 6-4 7-5 3-6 6-3 in due ore e 51’. “È stata una partita da top ten secondo me” ha raccontato il 30enne, che nel primo turno aveva battuto Stan Wawrinka in quattro set. Contro Fils, Berrettini ha mostrato il suo lato maturo, tutto il lavoro mentale che ha fatto per accettare che “anche se non sono al meglio, come mi sento quel giorno è il massimo che posso dare. Sembra una cosa semplice da dire, ma per uno come me che ha sempre giocato uno slam convinto di dover essere al 100% non è stato facile accettarlo. Soprattutto dopo l’anno scorso, per tornare ho dovuto dimenticare la parte di performance e curare quello che mi dava fastidio fisicamente. E da lì sono ripartito”. Questa ripartenza l’ha portato ai quarti del Roland Garros, dove l’ha fermato un problema fisico nel derby contro Arnaldi. E ora a Wimbledon gli sta permettendo di mostrare il suo lato migliore, quello in cui ha riassaporato il piacere di godersi il tennis, di emozionare e emozionarsi. Quello su cui Berrettini conta di costruire un nuovo Wimbledon da protagonista.
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È lo stesso obiettivo che ha Cobolli, entrato in una nuova dimensione dopo la finale del Roland Garros, una che per sua stessa ammissione non ha ancora compreso appieno. Era nervoso sul Campo 3, infastidito dal rumore del pubblico, dal vento, dalle decisioni del sistema automatico che ha rimpiazzato i giudici di linea. “Lì per lì dici cose che magari neanche pensi, ma questo sono io che mi incazzo, con me stesso. E con mio padre” ha detto ironico. Le arrabbiature gli hanno permesso di domare 7-6 (4) 3-6 7-6 (3) 6-1 l’australiano James Duckworth, con cui ha vinto due parziali su tre al tie-break. Stavolta niente voglia di spaccare qualcosa, come aveva ironicamente detto dopo il primo turno, ma la solita voglia di scherzare nel raccontare che con Khachanov, il suo prossimo avversario (il russo ha vinto l’unico precedente, a Madrid 2024) “ci siamo già visti nell’ice bath e ci siamo mandati a c…". Cobolli ha raccontato di essere stato “fortunato” contro Duckworth, di credere di “lottare tutti i giorni contro me stesso e contro le aspettative che mi do, contro le pressioni. E tutto questo è benzina per il mio tennis, dove amo stare sotto i riflettori al contrario della vita reale”. I riflettori se li sta guadagnando: ha giocato sul Campo 3 contro Duckworth, davanti a un pubblico degno della Curva Sud di quella Roma di cui è super tifoso. Contro Khachanov potrebbe anche guadagnarsi un cambio più “nobile”, con la sua voglia di dimostrare che i quarti dello scorso anno a Wimbledon e la finale dell’ultimo Roland Garros sono riflettori sotto cui merita di stare.




