Aldair: "Litigai con Giannini e Boskov mi chiamava 'biondino'. Lasciare la Roma fu un lutto"

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Sessant'anni e un docufilm in uscita al cinema: nell'intervista, il brasiliano ripercorre la sua carriera e la vita in giallorosso

Andrea Pugliese

Giornalista

14 maggio - 08:08 - MILANO

Gli occhi si sono inumiditi spesso, sul suo volto ma anche su quello di tanti che erano lì, davanti a lui. Perché ripercorrere una carriera a ritroso è sempre bello ma a tratti può essere anche tempestoso. Ecco, ieri al cinema Barberini di Roma erano in tanti a piangere, emozionati. E tra questi c’era anche lui, Aldair Nascimento do Santos, per tutti semplicemente "Aldair, cuore giallorosso". Già, proprio come il titolo del docufilm che sarà in tutti i cinema dal 21 maggio e che è dedicato ai 60 anni di Pluto. "Quel soprannome me lo hanno dato i tifosi della Roma e mi piace — dice lui —. Ovunque sono, che sia il Brasile, l’Italia o la Cina, quando sento qualcuno chiamarmi così mi emoziono perché c’è qualche tifoso giallorosso che mi cerca". Già, perché il docufilm del regista Simone Godano ripercorre tutta la storia di Aldair, dal Brasile a Roma e ritorno, fianco a fianco con Sandro Bonvissuto, scrittore tifosissimo della Roma. In mezzo un fiume di ricordi, tanti aneddoti e le dolci testimonianze di gente come Verdone, Totti, Capello, Delvecchio, Giannini, Peruzzi, Cafu, Zico, Rosella Sensi e tanti altri ancora.

Aldair, si ricorda il suo primo campo di calcio?

"Certo: a casa mia, in Brasile, a Ilhéus, stato di Bahia. Lì sono cresciuto a Banco da Vitoria e nel campetto vicino casa ho iniziato a giocare a 7 anni. Lo facevo da scalzo e forse ho trovato sensibilità nei piedi anche per questo, i primi scarpini penso di averli messi a dieci anni. All’inizio facevo di tutto: portiere, terzino, attaccante. Anche difensore centrale, ma mi lamentavo troppo e allora mio padre mi disse: 'Ti faccio fare l’attaccante'. Ma alla fine aveva ragione lui, io ero un difensore centrale...".

Da lì il salto al Flamengo...

"Arrivai a 16 anni, ma comunque ero sempre abituato a giocare scalzo e mettere gli scarpini fissi non fu facile. Solo che davanti a me avevo gente come Zico, Leandro, Junior. A Rio sono affezionato, ci ho passato quasi 7 anni".

Mai come i tredici vissuti però alla Roma. Quando si è reso conto di essere diventato un idolo per la gente giallorossa?

"Roma è talmente grande, immensa, per capire certe cose ci ho messo almeno tre anni. I primi cinque mesi, poi, non sono stati semplici, ci è voluto un po’ ad adattarmi. All’epoca era un calcio diverso, tre soli stranieri e tutti italiani. Arrivai con Bianchi, Dino Viola e Mascetti, dopo aver perso la finale di Champions e mi aiutarono molto ad inserirmi i vari Giannini, Nela e Tempestilli. Ma la Roma si aspettava di aver preso un marcatore, mentre a me piaceva uscire palla al piede. Ho giocato così fin da piccolo, anche in Nazionale avrò fatto 'impazzire' qualche allenatore...".

Per me l’addio al calcio è stata l’ultima partita con la Roma"

Aldair

Ci racconta qualche aneddoto giallorosso?

"Per carattere difficilmente litigo, ma a volte è successo proprio con Giannini: non gli piaceva che lanciassi lungo di esterno. E poi gli allenatori: Boskov mi chiamava 'biondino' e non so perché, con Zeman invece non è vero che litigavamo. Semplicemente lui voleva che giocassi qualche metro più avanti e io invece qualche metro più indietro. Di lui ricordo la grande fatica in ritiro: per me l’allenamento è con la palla, non senza. Diciamo che del calcio mi manca lo spogliatoio, non certo i ritiri".

Falcao e Zico dicono che i calciatori muoiono due volte: "Quando smettono di giocare e quando volano nelle braccia di Dio". Concorda?

"Assolutamente sì. Per me l’addio al calcio è stata l’ultima partita con la Roma (24 maggio 2003, contro l’Atalanta, ndr). Brutta, perché pensavo: 'non giocherò più davanti a tutta questa gente'. Poi sono andato a Genova, ma non era più la stessa cosa. Per un calciatore quello è il passaggio più difficile. Noi siamo fatti così: io avevo già 37 anni, è stato il momento più duro della mia carriera".

Mio padre aveva un chiosco dove ovunque c’erano foto e gagliardetti del Vasco. Quando andai al Flamengo tolse tutto"

Aldair

Ma è vero che ha rischiato di andare alla Lazio?

"Rischiato no, perché non avrei mai potuto tradire la Roma. Ma è vero che Cragnotti mi voleva e che la Lazio mi fece un’offerta. Che io però rifiutai. Come ne rifiutai altre di altri club che mi cercarono".

Si narra che suo padre Carmeridos fosse tifosissimo del Vasco e che cambiò tutto per lei.

"Vendeva le noci di cocco e aveva un chiosco dove ovunque c’erano foto e gagliardetti del Vasco. Quando andai al Flamengo tolse tutto e dopo arrivarono anche le foto della Roma".

Quando, tra l’altro, diventò anche campione del mondo.

"Una gioia immensa. Venni chiamato per gli infortuni di Mozer e Ricardo Gomes, poi si fece male anche Ricardo Rocha. A Banco da Vitoria, quando tornai dopo il titolo, non si poteva neanche camminare dalla gioia. E lì mi hanno intitolato la via dove sono nato, con una targa. Cose che di solito non succedono spesso per le persone ancora vive...".

Il derby più bello? Il 3-0 con Mazzone in panchina"

Aldair

In giro c’è un nuovo Aldair?

"Non vedo giocatori che mi assomigliano. Di certo c’è che bisogna migliorare molto sui difensori, anche in Brasile. Oggi si parla della possibilità di andare al Mondiale con Thiago Silva, che ha quasi 42 anni. Evidentemente qualcosa non torna".

All’orizzonte c’è il derby di Roma. Qual è stato quello più bello e più triste della sua carriera?

"Il più bello è stato sicuramente quello del 3-0 con Mazzone. Il momento più brutto invece quando abbiamo perso 4 derby di fila, anche se io ne giocai uno solo. L’attaccante della Lazio più difficile da marcare? Direi Boksic: mi faceva girare la testa".

La Roma di oggi ha la mentalità vincente?

"Ha un buon allenatore, che forse si aspettava qualche giocatore che è arrivato invece un po’ tardi. La squadra è buona, è importante che la società abbia dato fiducia al tecnico. Anche Capello il primo anno fu in difficoltà, poi con acquisti come Batistuta, Samuel ed Emerson la squadra è migliorata e ha vinto lo scudetto". Più chiaro di così...

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