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Da calciatore e da dirigente ha saputo farsi apprezzare. Potrà farlo anche in azzurro
Gianfranco Zola ha avuto una fantastica ma strana carriera da calciatore. A vent’anni giocava ancora in Interregionale, all’epoca la quinta serie del calcio italiano, e a ventitré – quando chi ha un talento straordinario come il suo spopola ai vertici del calcio mondiale – ancora cercava di salvare le caviglie in C1. Fu Luciano Moggi a prenderlo dalla Torres e a portarlo a Napoli per farne la riserva di un campione ineguagliabile, Maradona. Un’idea bislacca, in apparenza: come può questo ragazzo che ha trascorso troppi anni in quei campionati raccogliere l’eredità del più grande calciatore della storia? Ma con la classe che gli aveva donato la natura e l’umiltà di chi ha dovuto lottare per emergere, Zola seppe essere fondamentale nel Napoli del post-Diego: non è diventato certo come lui, nessuno ci è mai riuscito, ma ha sopportato il peso della maglia e ha saputo entusiasmare, divertire, lasciare il segno.



