Zeppieri come Alcaraz: "Il polso è un calvario, ho avuto due operazioni. Ci rivediamo nel 2027"

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L'azzurro ha deciso di tornare sotto i ferri perché il primo intervento, nel 2024, non è stato risolutivo: "In campo pensi solo al dolore, ma ora sono fiducioso"

Luigi Ansaloni

Collaboratore

17 luglio - 20:16 - MILANO

"L'ultima cosa che un tennista vuole è operarsi al polso, ma quando ti fa male e scendi in campo, provando a giocare lo stesso, non riesci a pensare ad altro che al dolore".

Giulio Zeppieri è uno dei tennisti italiani più talentuosi di una generazione piena di grandi talenti, in primis ovviamente Jannik Sinner. Ventiquattro anni, ex numero 110 del mondo, dal 2024 convive con un problema al polso che è diventato un calvario. Dopo una prima operazione e un bel ritorno lo scorso anno, Zeppieri nel 2026 ha convissuto ancora con quel dolore che non ti lascia mai, fino a quando ha detto basta, tornando sotto i ferri.

Giulio è stato operato nei giorni scorsi a Barcellona dal dottor Ángel Ruiz Cotorro, medico della Federazione spagnola, che si era già preso cura anche di Rafael Nadal e che segue anche Carlos Alcaraz, pure lui alle prese, come sappiamo, con un infortunio al polso. Forse il peggiore, per un tennista, soprattutto a livello mentale.

Il mondo attende il rientro del fuoriclasse murciano, forse già a Cincinnati; per Zeppieri, invece, l'appuntamento è per il 2027.

Giulio, perché hai deciso di operarti di nuovo? Il dolore al polso era diventato insostenibile? Eppure il 2025 era stato un anno molto positivo: eri risalito intorno alla posizione numero 158 del ranking e a inizio stagione avevi anche sfiorato il main draw degli Australian Open. Cos'è successo?

"Sì, il 2025 è stato un ottimo anno per me e per il mio team dell’Horizon Tennis Home di Vicenza, composto da Max Sartori e Tommaso Castagnola come allenatori, dal preparatore atletico Massimo Pinducciu e dal fisioterapista Manuel Astegiano. Venivo da un infortunio grave e non sapevo nemmeno se sarei riuscito a continuare a giocare e a tornare, più o meno, al livello in cui avevo lasciato. Per questo i risultati ottenuti erano molto importanti.

Purtroppo, durante la preparazione del 2026, ho iniziato ad avvertire di nuovo dolore al polso. Sono partito per l'Australia praticamente senza riuscire ad allenarmi come avrei voluto. Lì sono riuscito comunque a giocare, ma sempre con dolore, e poi mi sono dovuto fermare.

Abbiamo iniziato a fare tutti gli accertamenti del caso. All'inizio sembrava soltanto un'infiammazione della sinovia, quindi niente di particolarmente grave. Invece la situazione è peggiorata gradualmente, ma abbastanza velocemente. Ho provato a giocare ancora qualche torneo, abbiamo tentato diverse terapie e ho provato anche a disputare il 500 di Barcellona, ma a un certo punto abbiamo capito che non c'era molto altro da fare".

Qual è stato il problema, nello specifico?

"È un problema abbastanza particolare e difficile da spiegare nei dettagli, anche perché non è molto comune. L'intervento precedente era riuscito bene: questa non è stata una ricaduta, ma un problema diverso. Non sappiamo esattamente perché si sia presentato, però non migliorava e l'unico modo per risolverlo era intervenire chirurgicamente.

Fortunatamente l'operazione è andata molto bene. Tra l'altro abbiamo trovato una situazione migliore di quella che ci aspettavamo, quindi siamo tutti molto contenti. Il recupero non dovrebbe essere lunghissimo e l'obiettivo è essere pronto per tornare a competere a gennaio del prossimo anno".

Quest'anno hai giocato soltanto nove partite, tutte con dolore. Eppure eri arrivato fino al terzo turno delle qualificazioni degli Australian Open. Il tuo calvario con il polso, però, era iniziato già nel 2024, con l'intervento e lo stop di otto mesi.

"Sì, i primi problemi sono arrivati verso maggio 2024, intorno al Roland Garros. Ho giocato ancora un paio di tornei convivendo con il dolore, poi ci siamo fermati perché dovevo operarmi".

Hai scelto subito la strada dell'operazione, a differenza di altri giocatori che hanno provato una terapia conservativa, come ad esempio ha fatto Alcaraz.

"In realtà è difficile fare paragoni, perché nessuno conosce con precisione la situazione clinica degli altri giocatori. Nel mio caso il dolore era iniziato a gennaio e mi sono operato solo a luglio, quindi un tentativo conservativo l'abbiamo fatto eccome.

Anche il primo intervento era stato, per così dire, il meno invasivo possibile, proprio per cercare di ridurre i tempi di stop. Per un tennista l'operazione è sempre l'ultima soluzione che vuoi prendere in considerazione, soprattutto quando si parla del polso o del gomito.

Il polso è una struttura estremamente complessa: ci sono tante piccole ossa, articolazioni e tendini. Ogni intervento è delicato e ogni specialista ha una visione diversa su come affrontare il problema. Per questo si cerca sempre di evitare il bisturi. Se però non esistono altre alternative, bisogna accettarlo".

Come si convive con un dolore costante al polso? Per un tennista dev'essere una delle cose peggiori che possano capitare.

"Non è semplice. L'anno scorso, però, credo di aver imparato a gestirlo abbastanza bene. Quando giochi, qualche fastidio lo senti quasi sempre. Un polso operato è diverso da un polso sano. Ti abitui, ma è raro giocare una partita senza alcun dolore. Ci sono periodi in cui lo senti meno e altri in cui lo senti di più. La cosa positiva è che l'anno scorso sono riuscito a giocare tutta la stagione senza dovermi fermare per il polso. Quindi sì, è difficile, ma impari a conviverci".

Ti hanno spiegato perché alcuni tennisti sembrano più predisposti agli infortuni al polso? È una questione genetica o dipende dal modo di colpire la palla?

"Probabilmente è un insieme di fattori. Ognuno ha una genetica diversa e anche un modo diverso di colpire la palla.

Negli ultimi anni il tennis è cambiato tantissimo: si colpisce molto più forte, le superfici sono state rallentate e anche le palline sono cambiate. Tutto questo aumenta lo stress su mano e polso. Chi è più predisposto fisicamente può andare incontro a infortuni più facilmente.

Ho letto che stanno valutando di cambiare le palline più spesso, passando da ogni nove game a ogni sette, e credo sia una buona idea. Soprattutto nei tornei indoor le palline si deteriorano rapidamente e diventa necessario forzare molto di più il colpo, aumentando lo stress sul polso.

Anche materiali e corde sono sempre più rigidi e il livello medio del tennis continua a crescere. Oggi quasi tutti servono oltre i 200 km/h, mentre qualche anno fa era una caratteristica di pochi. Inoltre si gioca molto di più già da bambini. I ragazzi iniziano prestissimo ad allenarsi due volte al giorno e a disputare tantissimi tornei. Anche questo probabilmente contribuisce ad aumentare il numero degli infortuni".

Ti sei sentito con Carlos Alcaraz?

"No, assolutamente. Su queste cose c'è molta riservatezza. Si fanno tante ipotesi, ma nessuno conosce davvero la sua cartella clinica. Anche se il medico che mi ha operato collabora con lui, non significa che io sappia quale sia la sua situazione".

Dopo questa seconda operazione sei ottimista?

"Ho imparato a dare valore soprattutto al fatto di poter stare in campo. Due operazioni al polso e altri infortuni mi hanno fatto perdere tanto tempo. Adesso penso a recuperare con calma, poi inizierò la riabilitazione e vedremo come risponderà il polso. È una situazione complicata, ma dobbiamo restare positivi. Io e il mio team lavoriamo per tornare in campo il prima possibile e per tornare a essere competitivi. Sicuramente il mio 2026 è chiuso: adesso penso a lavorare e a rientrare con calma nel 2027".

Come si gestiscono mentalmente tutti questi infortuni?

"L'aspetto mentale è forse il più difficile. Ti ritrovi in una posizione di classifica e in un momento della carriera che non ti aspettavi. Un conto è essere vicino ai tuoi obiettivi e giocare bene, un altro è ritrovarti, dopo mesi di stop, magari numero 500 del mondo. So però che quella non è la mia classifica reale. L'ho già dimostrato: quando sto bene e riesco a giocare con continuità, il ranking risale. Quello che mi preoccupa davvero non è la classifica, ma riuscire a gestire gli infortuni e giocare il maggior numero possibile di tornei".

Quando torni in campo dopo un'operazione al polso hai sempre paura di farti male di nuovo?

"È inevitabile. Dopo un intervento importante quel pensiero è sempre lì. All'inizio, nelle prime partite e nei primi tornei, ci pensavo continuamente. Mi chiedevo se il polso avrebbe fatto male, se avrebbe retto. Poi, vedendo che la mano rispondeva bene e riuscivo a giocare, quella paura è diminuita. Quando però quest'anno è tornato il dolore, il pensiero è ricomparso immediatamente. In Australia e nei primi tornei della stagione non riuscivo a pensare ad altro. Quando hai dolore al polso, è difficile concentrarsi sul tennis: la testa va sempre lì".

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