
intervista
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Vinse la corsa nel 1967: "I tifosi mi scortarono in albergo e facemmo festa tutta la notte. Gli avversari? Basso era un furbo, un giorno gli attaccai il cartello 'Attenti al cane' sotto casa"
Pier Bergonzi
4 aprile - 08:57 - MILANO
D ici Zandegù e scatta un sorriso. Non c’è campione del ciclismo più estroverso e simpatico del vecchio Dino, velocista e cantante negli anni d’oro di Merckx e Gimondi, poi tecnico nell’era di Moser e Saronni, e capo della carovana pubblicitaria del Giro d’Italia quando si sognava con Pantani. Dino ha corso, diretto e seguito il grande ciclismo degli ultimi 60 anni e nessuno ha il suo sguardo disincantato, la sua spettacolare capacità di raccontare delle storie. Viene da Rubàno (gli abitanti tengono molto all’accento) nella campagna padovana. Papà panettiere, sette sorelle, più un cugino e una serie di zii: per pranzi e cene c’erano 18 teste intorno a un tavolo. Dino Zandegù è stato un ottimo velocista, quando lo sprint era terreno di caccia di giganti come Rik Van Looy e Patrick Sercu, e “banditi” da gruppo compatto come Marino Basso. Zandegù si è ritagliato una pagina di storia trionfando al Giro delle Fiandre 1967, battendo Merckx a casa sua… Ora Dino sta per girare alla boa degli 85 anni, ma continua a portare la sua faccia buona e la sua ironia sulle strade del ciclismo. Propone il vino di Moser, l’olio del Garda o l’ultimo libro (Se cadono tutti vinco io, cento storie vere al 90%), che ha firmato con Marco Pastonesi, amico e splendida firma di sport. Lo fa come un antico imbonitore con quella fresca semplicità che ti conquista. "Faccio serate a parlare del mio ciclismo e del nostro libro - racconta Zandegù -. Aggiungo una storia nuova o ritocco una vecchia... Poi mi chiama Pastonesi e mi chiede quanti libri abbiamo piazzato. Io dico 15-20 anche se sono una decina... Ci tengo a farlo felice perché è bravo e se lo merita".