Weezer, 30 anni dopo il Blue album è l’età dell’oro

51 minuti fa 1

La band losangelina torna con il nuovo disco 'Weezer', il 20esimo in studio, tra ironia, chitarre e un approccio più diretto

“Devo crescere. E diventare un vero adulto. Smetterla di lamentarmi. E dare alla gente quello che vuole”. Le parole di ‘C.E.O.’ arrivano subito dopo un’intro recitata. E’ Rivers Cuomo che mette sul tavolo, con l’ironia che da sempre accompagna i Weezer, il problema di una band che si trova a fare i conti con oltre trent’anni di carriera: quanto è difficile continuare a essere sé stessi quando il pubblico, prima ancora che le canzoni, si aspetta da te una replica della tua storia? La risposta arriva domani, su etichetta Reprise/Warner Records, con ‘Weezer’, il ventesimo album della band californiana. È il cosiddetto ‘Gold Album’, il disco d’oro che aggiunge un nuovo colore a una tavolozza sterminata del gruppo di 'Buddy Holly' e 'Island in the Sun': dopo Blue, Green, Red, White, Teal e Black, il nuovo capitolo arriva a trent’anni esatti dal debutto del 1994, il memorabile ‘Blue Album’.

Da allora, i Weezer hanno costruito una carriera difficile da incasellare veramente, attraversando diversi generi come l'alternative rock, il power pop, l'elettronica, orchestrazioni e deviazioni più eccentriche ma continuando comunque a interrogarsi sulla propria identità. Un percorso tutt’altro che lineare, nel quale l’ironia è spesso diventata un modo per autodifendersi. Dopo il tour per il trentesimo anniversario del 'Blue Album', concluso con concerti sold out e l’esecuzione integrale del disco che li ha fatti conoscere al mondo, i Weezer si sono ritrovati a Orange County, punto d’incontro tra le rispettive residenze californiane. Sono tornati in sala prove a suonare insieme, scrivere insieme e vedere cosa sarebbe successo. Per questo lavoro, tre dei quattro componenti hanno partecipato alla scrittura dei brani e, soprattutto, Rivers Cuomo e Pat Wilson sono tornati a collaborare alla costruzione di una base per una canzone per la prima volta dai tempi del disco d’esordio.

Anche il modo di registrarlo ha seguito questa impostazione. Per la produzione la band ha scelto Klas Åhlund e Kenneth Blume, conosciuto in precedenza come Kenny Beats, due figure con approcci differenti ma accomunate dall’idea di restituire ai Weezer una dimensione più fisica. Blume aveva un obiettivo dichiarato: realizzare “l’album dei Weezer più violento di sempre”. Åhlund ha lavorato sulla precisione e sulla struttura, mentre Blume ha spinto nella direzione opposta. La batteria è stata registrata con i quattro membri impegnati contemporaneamente nell’esecuzione, ascoltandosi e modificando i brani nel corso delle sessioni. Una scelta che si sente nel risultato finale, dove rimangono piccoli attriti, cambi di tempo, rumori e imperfezioni che rendono il lavoro meno levigato e più autentico. È un disco sicuramente rock, sicuramente diretto e attraversato da una forte componente ironica e da un continuo confronto con l’età, la fama e il peso della carriera.

Negli ultimi anni la formazione losangelina ha attraversato territori molto diversi, passando da cover inaspettate ad aperture più orchestrali, fino al progetto 'Sznz' del 2022, costruito sulle quattro stagioni e capace di passare dal dance-rock a sonorità più vicine al metal. Ormai veterani della scena alternative rock, sono diventati le icone di un genere che oggi, se per qualcuno può avere meno appeal rispetto agli anni '90, sembra però mantenere ancora un peso specifico sul pubblico, anche molto giovane. Questo concetto è riassunto bene in 'C.E.O.', uno dei primi singoli pubblicati. Il brano si apre con un’intro in cui Cuomo recita: “Sto sfornando un'altra hit anni Novanta. Vorrei poter fare qualcosa di nuovo. Ma nessuno vuole sentirlo. Vogliono solo i classici. Non puoi biasimarli, in fondo. C'è qualcosa di speciale nella tua vecchia roba”.

’We Might As Well Be Strangers’, con la partecipazione di Karly Hartzman e Xandy Chelmis dei Wednesday, si inserisce invece nel lato più melodico del repertorio della band, mentre ‘Don’t Make It Weird’ punta su un ritornello immediato e chitarre ruvide, pensate per funzionare soprattutto dal vivo. In ‘Hoops’ l’ironia serve invece a raccontare una quotidianità sempre più complicata dalla tecnologia e dalla burocrazia: comprare un tostapane può trasformarsi in una piccola odissea, tra codici Qr e procedure assurde. Le chitarre restano al centro, potenti e spesso stratificate ma mai in modo patinato. Se in ‘Nowhere’ Cuomo guarda alla speculazione edilizia e alla progressiva scomparsa degli spazi verdi, ‘Up in the Clouds’, scritta insieme allo storico collaboratore Karl Koch, rappresenta uno degli episodi più riusciti della tracklist.

A chiudere il disco è ‘The LA Sound’, che riporta tutto alla città dove la band è nata e cresciuta: “Siamo venuti per farti esplodere la testa. Daremo fuoco a questo posto. Ti travolgeremo. Questo è il suono di Los Angeles” assicurano nel brano. Una conclusione volutamente esagerata? Forse. Ma è senza dubbio coerente con un album che non si prende mai del tutto sul serio. E proprio per questo riesce a mantenersi fresco e piacevole fino all'ultima nota. (di Federica Mochi)

Leggi l’intero articolo