Gli Stati Uniti si fermano per le Final Four dei college a San Antonio nell’enorme Alamodome. Ricavi per 400 milioni di dollari
Non è solo basket. La March Madness che arriva alla conclusione questo weekend a San Antonio è uno spaccato d’America, una follia collettiva che prende vita attorno a questo torneo universitario a 68 a eliminazione diretta, costellato di storia, sorprese e di campioni. Lunedì, nell’Alamodome di San Antonio, l’NCAA incoronerà la sua scuola regina. Sarà una festa per chi vince, la conclusione di quel rituale diventato parte della società americana che si ripete dal 1939. Sportivamente parlando, solo il Super Bowl ha un’attenzione maggiore. Perché la March Madness è un insieme di emozioni, tifo, costume, economia, tv. E si, anche basket nella sua essenza più pura.
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Auburn, Florida, la favorita Duke e Houston sabato e lunedì si giocheranno il titolo davanti a 72mila spettatori. Ma la March Madness, la follia di marzo è molto più: per tre settimane trasforma la società americana, unita dal basket e dal tifo. E dalla frenetica voglia di controllare il proprio bracket, i pronostici del tabellone da indovinare fino alla finale. La chance del tabellone perfetto è una su 9,2 miliardi di miliardi, di gran lunga più improbabile che vincere la lotteria. È secondario che nessuno ci sia mai riuscito: è un rito che si ripete per appassionati e non, un motivo ulteriore che rende popolare questo torneo. L’altro nome della March Madness (termine reso popolare dalla tv negli Anni Ottanta) è Big Dance: come in ogni gran ballo che si rispetti, tutti cercano una Cenerentola, una piccola scuola capace di battere quelle che hanno fatto la storia del gioco e conquistarsi il loro posto sotto i riflettori. È uno dei motivi per cui il Torneo è capace di catturare l’immaginario di una nazione intera. L’altro è che il tifo per la propria scuola è quello vero, all’europea, che hanno gli americani. Le squadre del proprio ateneo, formate da studenti-atleti, danno quel senso di appartenenza che i team pro’ non danno, un mix di orgoglio, ricordi e passione che torna fuori ogni mese di marzo. La March Madness muove una montagna di soldi: oltre un miliardo di dollari di diritti tv, giro di scommesse legali oltre i 3 miliardi di dollari. Ospitare una Final Four ha un impatto economico enorme per una città: quest’anno San Antonio dovrebbe ricavare oltre 400 milioni di dollari.
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Al via nel 1939 con 8 squadre, il torneo si è espanso fino alle 68 attuali e nei suoi 75 anni di storia ha fatto collezione di momenti magici: la storia della March Madness è la storia del basket. Il torneo se lo sono contesi anche Magic Johnson e Larry Bird nel 1979, primo atto di una rivalità (allora tra la Michigan State di Magic, vincitore della finale, e la Indiana State di Bird), travasatasi poi in Nba. La regina del torneo è Ucla, che l’ha vinto 11 volte: 10 però sono arrivate tra il 1964 e il 1975, sotto la guida del mitico coach John Wooden, con una collezione di campioni che include anche Kareem Abdul-Jabbar, allora ancora Lew Alcindor. Gli Anni Ottanta sono stati quelle delle Cerentole NC State, campione nel 1983 battendo Houston di Hakeem Olajuwon e Clyde Drexler, e Villanova, regina a sorpresa nel 1985 superando Georgetown di Patrick Ewing. Gli Anni Novanta sono quelli di Duke e dei Fab Five, l’iconico quintetto di Michigan che si fermò proprio sul più bello nel 1993 lasciando però un marchio indelebile nella storia del gioco. Questo è basket, e una tra Duke, Auburn, Florida e Houston aggiungerà lunedì un nuovo capitolo. Indipendentemente da chi la vincerà, la March Madness darà appuntamento avendo lasciato il solito, indelebile segno su tutta l’America. Ben oltre il basket.