Un bronzo sulle tracce di Fusar Poli-Margaglio e della Kostner: miracolo italiano

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Terza medaglia azzurra nella storia olimpica della figura dopo quelle di Barbara e Maurizio a Salt Lake City 2002 e di Carolina a Sochi 2014

Andrea Buongiovanni

Giornalista

8 febbraio - 23:14 - MILANO

In quel box, là dove atleti e allenatori osservano insieme le esibizioni degli atleti della propria Nazione e di quelle rivali, sul lato corto della pista del Forum, siede la storia del pattinaggio di figura tricolore. Ci sono i “figli” e i “nipoti” di Carlo Fassi e di Rita Trapanese, i pionieri che in un’era lontana - tra gli Anni Cinquanta e gli Anni Settanta - in uno sport che affonda le proprie radici addirittura a fine Ottocento, hanno per primi messo il Paese sulla mappa mondiale. In mezzo agli azzurri di oggi (i “nipoti”), siedono infatti anche Barbara Fusar Poli e Carolina Kostner (i “figli”, anzi le “figlie”). All’appello manca solo Maurizio Margaglio, partner di Barbara, assente giustificato, ma naturalmente in città. 

che storia

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Salt Lake City 2002: il loro bronzo nella danza. Sochi 2014: il bronzo di Carolina nell’individuale. Milano Cortina 2026: il bronzo della squadra: di Daniel Grassl e di Matteo Rizzo, di Lara Naki Gutmann, di Sara Conti-Niccolò Macci e di Charlene Guignard-Marco Fabbri. Sono le tre medaglie italiane nella storia olimpiche della disciplina. La stessa ogni dodici anni. Perfettamente cadenzate. A unirle un lungo filo sottile. E un movimento che nel tempo, nonostante un’infinità di contraddizioni, è cresciuto sino appunto a diventare una delle prime potenze mondiali. Fusar Poli-Margaglio, a Vancouver 2011 primi campioni iridati, hanno aperto la strada, dimostrando che si poteva fare. La Kostner, con la sua grazia, la sua eleganza e i suoi risultati, è diventata un’icona, oltre i confini delle piste. Loro, però, potevano essere meravigliose individualità. Ora il discorso e la parabola sono cambiati. Perché gli azzurri, negli ultimi anni, sono saliti a ripetizione sul podio di tante rassegne globali, dai Mondiali agli Europei, passando per le finali del Grand Prix, la Coppa del Mondo della figura. 

corazzate

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È un miracolo italiano. Perché gli specialisti, rispetto ad altri Paesi, numericamente sono ancora proprio pochi. Perché sotto il Po, rare eccezioni a parte, la figura non esiste. Perché in una città come Milano, né prima né dopo l’Olimpiade, c’era e ci sarà un solo metro quadrato di ghiaccio sul quale pattinare: né per gli atleti di vertice, né per i bambini. Perché non c’è un vero disegno tecnico che metta insieme le poche piazze dove la disciplina si coltiva, con la grande passione di alcuni, le capacità di qualche allenatore e, in generale, ben poche eccellenze. Federazione e club militari, fin dove possono, ci mettono il supporto economico e logistico. Il resto è “iniziativa privata”. Eppure... Eppure, dietro le corazzate Stati Uniti e Giappone, oggi c’è l’Italia. Da non credere. Anche Fassi e la Trapanese festeggiano.

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