
maledetti
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Eric si è buttato via tra risse, polemiche, colpi di testa e reazioni per partito preso, sacrificando quello che di lui più piaceva alla gente
Diceva Confucio: "L'uomo superiore è calmo senza essere arrogante. L'uomo dappoco è arrogante senza essere calmo". Eric Cantona, questa massima, non l'ha mai letta. O, se l'ha letta, non l'ha capita o non l'ha voluta capire. E così, a causa dell'arroganza e di un atteggiamento sempre ben al di sopra delle righe, il suo talento si è disperso causando molti rimpianti nel pubblico e decisamente pochi rimorsi nel protagonista, a testimonianza di quel carattere arrogante che lo ha reso celebre in campo e anche fuori. Se dilapidare un dono non è un peccato mortale, poiché ognuno fa di se stesso e di ciò che gli ha regalato il destino (o chi per esso) ciò che vuole, perlomeno si può iscrivere nel registro delle colpe veniali. Perché quando si è dotati di qualità che sono superiori alla media dovrebbe essere un dovere mantenerle, proteggerle, difenderle, fare di tutto perché non vengano sprecate. Cantona, invece, ha preferito assecondare il suo carattere, o forse non poteva fare diversamente, e così facendo ha penalizzato ciò che di lui la gente ammirava: l'esplosione di fantasia, la giocata 'impossibile', il dribbling secco, il tiro potente e preciso. Alla maggior parte del pubblico resta impressa la scena di Cantona che tira un calcio a uno spettatore durante un Crystal Palace-Manchester United. Era il 25 gennaio del 1995. La giustificazione? Era stato insultato. Fu punito con nove mesi di squalifica, perché le istituzioni del calcio inglese vollero infliggere una condanna esemplare: Cantona era il diavolo e non ci si poteva comportare come aveva fatto lui.