Tirante: "Ho rifiutato prestiti e, ora che ce l'ho fatta, aiuto mia mamma a costruire casa"

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In Argentina impazza il fenomeno degli investitori, da ripagare con i premi dei tornei. Thiago rappresenta un'eccezione. Dopo i quarti di Cincinnati e il best ranking (n.42 Atp) ci racconta la sua storia

Marco Iaria

Giornalista

24 agosto - 18:15 - MILANO

La sorpresa di Cincinnati è stata un argentino atipico. E non semplicemente perché, durante il match vinto contro Djokovic, ha scagliato un dritto a 193 km orari, il colpo più veloce di questa stagione in un Masters 1000, ribadendo che l’etichetta di terraiolo, comune da quelle parti, non gli appartiene. Thiago Tirante, a differenza di quasi tutti i suoi connazionali, si è fatto largo nel difficilissimo mondo del tennis senza un finanziatore. E ora che il suo bottino diventa sempre più consistente – 194 mila dollari il premio per i quarti in Ohio, 2,5 milioni di dollari in totale in carriera, ovviamente al lordo delle tasse – può tenere tutto per sé, non avendo alcun debito da saldare. In Sud America, e in particolare in Argentina, il fenomeno è radicato. Investitori singoli o riuniti in piccole società offrono ai giovani talenti la copertura delle spese negli anni dell’attività giovanile e fino all’approdo nel professionismo, “scommettendo” sulla loro scalata al ranking Atp. Non sono filantropi, intendiamoci. Si tratta di prestiti che vanno da 50 mila a 200 mila dollari l’anno, da restituire con cospicui interessi. Questi soggetti privati colmano un vuoto lasciato da federazioni e organismi sportivi. In Europa, dove circolano più risorse, gli aiuti passano invece attraverso canali ufficiali, come il prestito d’onore della Fitp. Il risultato è che, una volta diventato un “pro”, devi restituire una percentuale importante del prize money, fino al 50-60%, e a volte anche una quota dei contratti di sponsorizzazione, lungo tutto l’arco della carriera. Con la conseguenza di ritrovarti con un guadagno misero, tra costi vivi, tasse e, appunto, rimborso del finanziamento. 

storia

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Tirante è un’eccezione e la sua storia merita di essere raccontata. È nato e cresciuto dentro un circolo, La Cumbre, acquistato dal nonno nel 2001, proprio l’anno in cui è venuto al mondo, a La Plata. “Io e i miei genitori andammo a vivere lì dentro perché c’era tutto il necessario: la cucina, la camera da letto, il bagno. E il mio cortile di casa erano i due campi da tennis del club. È stato così fino ai 5 anni”, ci racconta adesso Thiago, mentre affronta il viaggio da Cincinnati a New York. “Era molto bello, in un ambiente familiare, ma il mio percorso è stato frutto di tanti sacrifici”. Sì, perché la famiglia di Tirante era “piuttosto umile”. Mamma Marine e papà Gonzalo facevano doppi lavori per arrotondare. La zia Vanesa gli ha messo in mano la prima racchetta e gli ha insegnato a giocare. Poi, quando ha scelto di fare sul serio con il tennis, abbandonando il calcio, sono stati fondamentali i nonni. “Andavamo ovunque in macchina, facendo quello che potevamo e pagando quello che potevamo, mangiando quello che c’era perché non c’erano soldi. Da quando avevo 11 anni i miei nonni mi portavano alle 5.45 del mattino da La Plata a Buenos Aires, percorrendo 65 km in auto, per allenarmi tutto il giorno, tornando a casa alle 21.30. Devo molto a loro. Spesso mi accompagnavano anche ai tornei, perché non potevamo permetterci un coach. Mai in aereo, solo in auto, anche per le lunghe distanze. E i miei genitori saltavano i pasti per risparmiare i soldi per le scarpe da tennis. Con il passare del tempo, la pressione su di me cresceva perché, se non vincevo, non potevo giocare altri tornei: dovevo vincere a tutti i costi perché solo con i premi guadagnati potevo andare avanti. La mia famiglia ha fatto sacrifici enormi, ma non poteva di certo aiutarmi all’infinito. E io ho preferito non affidarmi a un finanziatore, perché sapevo che sarebbe stato molto difficile restituire il prestito, con gli interessi”. 

scalata

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Con il senno di poi, quella scelta “mi ha reso più forte oggi”, dice Thiago che, a 25 anni, sta disputando la migliore stagione della carriera, dopo essere stato numero 1 mondiale juniores nel 2019. Iniziato il 2026 da numero 103 Atp, ha raggiunto le semifinali a Houston, i quarti a Rio, Bastad e Cincinnati, gli ottavi a Roma e Montreal, il terzo turno al Roland Garros, battendo otto top 20: Cerundolo, Shelton, Paul, Norrie, Cobolli, Fritz, Djokovic e Mensik. Nella nuova classifica è balzato al 42° posto, il suo best ranking. “È scattato qualcosa dentro di me, sono riuscito a completare la mia maturazione, sia fuori sia dentro il campo. Prima vivevo il tennis con maggiori ansie, adesso vedo tutto da una prospettiva diversa”, spiega Thiago, allenato da Miguel Pastura. Quando non era ancora esploso, un imprenditore italiano, Mario Masucci, ha avuto il coraggio di sponsorizzarlo: il marchio della sua azienda, Envikem, compare tuttora sulla manica sinistra della divisa da gioco. “Mario è un mio amico. Gli ho detto: ‘Credici, Tirante ti darà belle soddisfazioni’. Abbiamo firmato un biennale, il contratto sarebbe stato confermato nel 2027 solo se Thiago fosse entrato nella top 100. Adesso è tra i primi 50”, racconta Luca Del Federico, manager del giocatore. Tirante conosce bene il valore del denaro. I primi guadagni li ha reinvestiti nel suo team, per costruire le condizioni migliori per la sua crescita. Un paio d’anni fa regalò al nonno e al papà i biglietti per gli Us Open. Più di recente, ha aiutato la mamma a costruire la casa in cui vive assieme a lei e a una delle sorelle, nella sua La Plata. Il tennis lo ha portato in giro per il mondo, ma il legame con la famiglia e con la sua terra è rimasto intatto.

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