Non è una patologia, ma una tendenza generazionale sempre più documentata
Daniele Particelli
16 giugno - 17:18 - MILANO
Quando lo smartphone squilla, spesso chi ha meno di 35 anni si limita ad attendere che smetta di suonare e solo a quel punto manda un messaggio alla persona che lo ha cercato. E se il numero non è salvato in rubrica, non ci si scomoda neanche a mandare un messaggio. Quello che può sembrare un meccanismo di difesa in un'epoca dominata da chiamate di spam e truffe, è in realtà uno scenario molto comune che risponde al nome di telefobia. Non si tratta di una patologia, ma di una tendenza generazionale ormai ben documentata: la Gen Z sembra aver sviluppato una vera e propria avversione per le chiamate telefoniche in tempo reale, preferendo nettamente la comunicazione asincrona.
Telefobia, i numeri confermano la tendenza
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Un sondaggio condotto nel 2024 da Uswitch ha rivelato che il 23% dei giovani tra i 18 e i 34 anni afferma di non rispondere mai alle chiamate. Il 58% interpreta addirittura uno squillo improvviso come il preludio a una cattiva notizia. E il 37% degli under 35 dichiara di preferire i messaggi vocali alla telefonata tradizionale, una preferenza che è invece condivisa da appena l'1% della fascia 35-54 anni. In generale, quindi, quasi due terzi dei giovani tra i 18 e i 34 anni preferisce ricevere un messaggio, scritto o vocale, piuttosto che una chiamata.
Non è asocialità, ma un'altra forma di connessione
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La spiegazione all'apparenza più intuitiva, vale a dire che le nuove generazioni siano semplicemente più chiuse o meno sociali, è anche quella più sbagliata. Gli esperti concordano su un'interpretazione ben diversa: la Gen Z ha sviluppato una modalità comunicativa che si adatta meglio al proprio modo di elaborare le informazioni e la conferma è arrivata da uno studio pubblicato su Psychology of Popular Media, secondo il quale la comunicazione digitale asincrona, quella che non richiede una risposta immediata, può favorire la connessione interpersonale, soprattutto nelle persone più introverse, aumentando anche la fiducia in se stessi. Il messaggio vocale, in questo senso, offre il meglio di entrambi i mondi: il calore della voce, senza la pressione di dover rispondere in tempo reale.
Perché una telefonata mette sotto pressione il cervello?
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Non si tratta soltanto di un'abitudine sempre più diffusa tra i giovani. L'avversione alle telefonate ha anche una spiegazione neurocognitiva. Una chiamata telefonica impone al nostro cervello di attivare simultaneamente diversi processi: ascoltare, elaborare le informazioni ricevute e pianificare una risposta appropriata, il tutto in tempo reale e senza pause. In assenza di espressioni facciali e linguaggio del corpo, diventa poi più difficile interpretare le intenzioni dell'interlocutore, capire quando è il proprio turno di parlare o come concludere la conversazione.
La Social Anxiety Alliance UK ha documentato come questi elementi possano generare ansia anche in persone che non soffrono di particolari disturbi sociali. La comunicazione scritta o vocale asincrona, invece, elimina questa pressione, permettendo una risposta più riflessiva e ponderata. Secondo gli esperti, poi, la telefobia rappresenta anche il segnale di un cambiamento più profondo nel modo in cui la società interpreta le norme della comunicazione.
Se fino a qualche anno fa lasciare una persona tramite messaggio era considerato un gesto di freddezza, oggi viene letto da molti come una forma di rispetto, un modo per dare all'altro il tempo di elaborare e rispondere con calma. Le abitudini comunicative evolvono insieme alla tecnologia, e ogni generazione adatta il proprio stile al contesto in cui cresce, nonostante le resistenze delle generazioni precedenti che non possono far altro che adattarsi al cambiamento.




