Nell'ottobre scorso abbiamo partecipato alle riprese del film, da oggi nelle sale. Dai contratti blindati ai segreti, tra la Pinacoteca di Brera e Villa Arconati
“Tutti vogliono essere noi”. Nel cortile della Pinacoteca di Brera la frase rimbalza di bocca in bocca, sussurrata tra centinaia di persone, tutte lì per lo stesso motivo: entrare, anche solo per pochi secondi, nel mondo inaccessibile de ‘Il diavolo veste Prada 2’. È l’ottobre 2025, tra via delle Erbe e il cuore più elegante di Milano. E' una platea che conosce la moda ma questa non è una sfilata come tutte le altre. Niente inviti o fotografi, banditi i social. Solo accessi rigidamente controllati, telefoni sigillati e un livello di riservatezza inusuale anche per gli standard più elevati di un fashion show. Siamo sul set dell’attesissimo sequel del film cult con Meryl Streep e Anne Hathaway, da oggi al cinema e girato proprio nel cuore della capitale della moda. Ma facciamo un passo indietro. A settembre abbiamo superato il casting, spinti dalla curiosità di vivere almeno per qualche giorno sul set più ambito, e invidiato, del mondo. Dopo due settimane, veniamo contattati. Sono i giorni frenetici della fashion week. Ci dicono che siamo stati selezionati per fare da comparsa tra i settemila che si sono presentati. I figuranti richiesti dalla produzione ne cercano solo 2mila. Vietato rifiutare. Il ruolo da interpretare è quello di ‘guest’, ossia ospite alla sfilata di ‘Runway’, la rivista immaginaria diretta dall'iconica e temutissima Miranda Priestley, ancora una volta impersonata da Meryl Streep, che conta la presenza di ben 600 comparse.
Dopo l’ok a partecipare il messaggio che arriva è secco: “Presentati il giorno dopo per la prova costume e porta tre cambi che rispettino questo mood board che trovi in allegato. No rosso, no bianco e no blu”. La prova per l’abito si svolge in via Tortona, in un capannone industriale vista Mudec. Arriviamo sul posto in anticipo, circondati da relle stracariche di vestiti, accessori di scena, centinaia di cappotti, scarpe, abiti di ogni taglia e gioielli. Dentro stylist e addette scelgono l’abito di scena più adatto. Poi passiamo alla prova trucco e parrucco mentre al pc si prende nota e poi si scatta la foto al look, identificato con un codice. E’ fondamentale che tutto resti identico quando si andrà sul set. Si gira il 9 e 10 ottobre. Alla vigilia del primo ciak arriva un altro messaggio: “Siete tutti convocati in via delle Erbe 2. È vietato fare foto, video o diffondere qualsiasi informazione. Il contratto digitale vi arriverà a breve”. Poche righe che bastano a mandare in tilt i piani di chi, fino a quel momento, non aveva idea di dover passare due giorni interi su un set blindato. Il compenso è di 94 euro netti a giornata, più gli extra se si va oltre le 10 ore.
Il contratto monstre, lungo 18 pagine, impone silenzio assoluto, telefoni spenti e chiusi in un sacchetto di plastica sigillato. Ogni violazione può costare l’espulsione immediata. Alle comparse viene raccomandato di “portare canotte, magliette e calze termiche da indossare sotto”, perché “la scena sarà all’aperto” e “si girerà oltre la mezzanotte”. Altro che moda, è una prova di sopravvivenza. Il pomeriggio successivo, all’arrivo in via delle Erbe, la tensione è palpabile. Ad accogliere le comparse ci sono panini, merendine e un’organizzazione quasi militare. Una stanza per gli uomini, una per le donne. Dentro, squadre di truccatori e parrucchieri sistemano ogni dettaglio: capelli lucidissimi, trucco naturale o esagerato, smalti neutri, outfit approvati secondo mood board predefiniti. Chi ha già fatto la prova costume deve presentarsi identico, chi no riceve istruzioni precise. Intanto, nell’attesa, ci si osserva in silenzio: ogni look viene scrutato, valutato e commentato. Una piccola sfilata parallela, fatta di sguardi e di tanti che ammettono di lavorare nella moda: content creator, influencer, studenti di moda e anche qualche giornalista in incognito. Del resto, era uno dei requisiti per superare il casting.
Le comparse vengono accompagnate a piedi a Palazzo Citterio, a due passi dalla Pinacoteca. L’edificio, destinato a ospitare le opere del ’900 di Brera, viene subito ribattezzato “il bunker”: nella parte interrata, dove ci sistemano, pareti grigie, niente luce naturale, solo lampade fredde, file di tavoli e sedie su cui attendere ore intere. “Sembra Squid Game” commenta ironico qualcuno. Restiamo lì dalle 14 alle 22, in un silenzio ovattato interrotto solo dagli ordini degli assistenti di produzione, che urlano indicazioni. Vengono serviti dei pasti che qualcuno si diverte a definire “da ospedale”. Poi, un piccolo incidente: una comparsa si sente male, arriva la guardia medica. Panico. Tutti vengono invitati a uscire nel giardino in attesa che la situazione si normalizzi. Si vocifera persino di un piccolo incendio scoppiato sul set. Le riprese slittano ancora. Verso le 22, finalmente, scatta l’“ora X”. Veniamo portati nel cortile della Pinacoteca, trasformato in passerella: tende rosse ovunque, una pedana circolare che abbraccia una statua e un esercito di luci puntate sull’ingresso principale. L’aria è elettrica. A dirigere il momento è Luca Tommassini, coreografo e regista dei record, che mima le mosse di una coreografia e guida la scena passo dopo passo. È in quell’istante che capiamo che la “star internazionale” annunciata nel messaggio segreto non era un bluff. E infatti, eccola arrivare: Lady Gaga, in abito di maglia metallica dorato, platform di vinile vertiginose e bastone dorato in mano.
A pochi metri di distanza, i figuranti trattengono il fiato. La popstar interpreta ‘Shape of a Woman’, brano inedito - senza musica, solo mimando le parole - mentre intorno a lei sfilano modelle con abiti firmati Prada, Dolce&Gabbana, Pucci, Roberto Cavalli e altri grandi nomi italiani. Poco dopo arriva anche Stanley Tucci, di nuovo nei panni del fidato caporedattore di ‘Runway’ e braccio destro di Miranda, Nigel, per un discorso dedicato a Milano come “capitale morale d’Italia”. Sul set c’è chi giura di aver avvistato anche il sindaco, Giuseppe Sala. Il secondo giorno inizia con una promessa: “Oggi vi divertirete”. Le riprese, però, partono presto e si protraggono fino a notte fonda. Intorno alle 17, veniamo nuovamente portati sul set per girare le scene dell’arrivo degli ospiti alla sfilata. Tutti appaiono più rilassati, si sono strette amicizie e soprattutto, si sa che l’attesa sarà ripagata da una performance unica. Lady Gaga torna in scena, questa volta in un abito nero con corpetto strutturato, spalline pronunciate, gonna in rete e una maschera tempestata da cristalli Swarovski. Si diffonde la voce che si tratti di un look riciclato dal Met Gala 2022, ma è solo una leggenda da set. L’outfit, scopriremo qualche ora dopo, è un Versace indossato dalla cantante ai Grammy del 2012. Lei canta magnificamente a cappella, senza musica e sembra irreale quello a chi stiamo partecipando.
I ciak si ripetono per ore, inclusi quelli con Miss Germanotta, inflessibile anche quando si inizia a staccare una manica o la gonna rischia di farla inciampare. Tante angolazioni diverse e cambi di luce. C’è chi trattiene la pipì per paura di restare fuori dall’inquadratura, chi cerca conforto in un bicchiere di tè caldo, chi non riesce a staccare gli occhi dalla star. “Cercate di muovervi a ritmo, non restate imbambolati sulla sedia” urlano dalla regia. In prima fila, un ragazzo scoppia in lacrime mentre Gaga si muove davanti a lui: “Mi bullizzavano perché la amo”, racconta. Poco distante, un altro mostra orgoglioso i tatuaggi sul polso con i titoli degli album di Miss Germanotta. Lei prima di abbandonare il set torna in passerella e saluta i presenti, che la accolgono con uno scroscio di applausi e una standing ovation. In lontananza appare anche Meryl Streep, come una visione, vestita di bianco. Stesso copione. Le riprese si concludono a tarda notte. Il regista ringrazia uno per uno comparse e modelle infreddolite. Gli applausi esplodono, le luci si spengono. E la sensazione è quella di aver vissuto un piccolo pezzo di cinema.
Fuori, in via Brera e via Fiori Oscuri, centinaia di fan attendono per ore, sperando di vedere qualcosa. La security presidia ogni accesso, metal detector all’ingresso, telefoni sequestrati anche spenti. Eppure qualche immagine sfugge: Lady Gaga, capelli platino e occhiali neri, viene immortalata mentre sale su un van all’uscita del set. Nei giorni successivi, le voci si rincorrono: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci sono tornati nei rispettivi ruoli, con scene girate tra Palazzo Parigi, via Tortona e Brera. Ci sono momenti del film anche sul lago di Como, nella gioielleria Tiffany, una in refettorio, che richiede alle comparse di indossare abiti da frate. Avvistata anche Donatella Versace al Salumaio di Montenapoleone, ulteriore conferma che la moda milanese è il palcoscenico naturale di questo sequel.
Sembra finita lì. E invece no. Qualche giorno dopo veniamo ricontattati. Un nuovo messaggio: serve disponibilità totale, dalle 10 alle 23. Si gira a Villa Arconati, alle porte di Milano. Di nuovo moodboard, di nuovo regole ferree: portare tre look ma prepararsi a tenerne solo due. La macchina organizzativa è identica ma il clima cambia. Le chat si riempiono di messaggi pratici, passaggi in auto, consigli sugli outfit. L’indomani si gira una scena chiave: l’afterparty con i protagonisti. Nel backstage i sartini lavorano senza sosta, aggiustando abiti all’ultimo secondo. E poi una seconda sequenza, subito dopo una sfilata, con i figuranti ancora immersi nel loro ruolo, tanto che si finisce prima del previsto, quasi a sorpresa.
Tra i presenti spiccano personaggi che sembrano usciti da un film. Un ragazzo viene ribattezzato ‘la trota’ per il suo atteggiamento strafottente. Fashion addict dichiarato, collezionista di pellicce di volpe ostentate con orgoglio, in total look Tom Ford. Una caricatura vivente, perfetta per un universo come quello di ‘Runway’. Il set, questa volta, assomiglia più a una festa tra amici che a una produzione blindata, e la giornata scorre via rafforzando le amicizie nate nei primi giorni di set. Sono tre giorni intensi ma per i figuranti l’esperienza è memorabile: prima di salutarci ci promettiamo di ritrovarci al cinema, per scoprire se, anche solo per un istante, in un fotogramma fugace, uno di noi sarà finito sullo schermo. Per tutti gli altri resta la magia di aver vissuto un sogno a occhi aperti. “Tutti vogliono essere noi”, ripete qualcuno citando la battuta cult del primo film. E per una volta, hanno ragione: per tre giorni, lo siamo stati davvero, protagonisti in prima fila del ritorno di una storia che Hollywood aspettava da 20 anni. (di Federica Mochi)
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