Sukur: "Io esiliato, ho perso tutto. Montella top, Calha via dall'Inter? Deve..."

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L'ex campione turco rifugiato proprio in California da quando è diventato persona non gradita per il regime di Erdogan: "Vestire la maglia della Turchia è stato un grande orgoglio, questo non cambia"

Il più grande cannoniere della storia della Turchia è un fantasma, cancellato dalla storia e dalla memoria. Tra le tante beffe di una vita da esule, con un ordine di cattura che pende sulla testa, Hakan Sukur non avrebbe mai pensato a questo: il Mondiale americano e i suoi eredi con la maglia più amata sono arrivati a bussare direttamente a casa sua. Lui si è rifugiato a una ventina di miglia dallo stadio Levi’s Stadium di Santa Clara dove la nazionale turca si gioca la pelle stasera. Quelle tribune, però, non sono ospitali, perfino pericolose, anche se ha ricevuto un invito “con elevate misure di sicurezza" per assistere dal vivo alla terza sfida di LA con gli Stati Uniti venerdì 26 giugno: Hakan resta, comunque, persona sgradita da quando si è opposto al presidente Tayyip Erdogan, di cui un tempo era alleato e parlamentare. I suoi 288 gol col Galatasaray e i 51 con la nazionale non esistono semplicemente più, inutile cercarli in un almanacco, da quando è accusato di terrorismo per aver fatto parte del movimento di Fethullah Gulen, l’ideologo islamico morto nel 2024 e considerato la mente del tentativo di colpo di Stato del 2016. Adesso Hakan sbarca il lunario con il calcio: commentatore su YouTube, coaching individuale per giovani calciatori, organizzatore di campi estivi, mentre per anni ha gestito una panetteria con alcuni soci: “Facevo tutto, perfino le pulizie, ma non era il mio lavoro… La mia vita, anche in queste condizioni, resta pur sempre il pallone”. 

Inter Milan Turkish striker  Hakan Sukur tries to control the ball during the Italian first league match AS Roma-Inter Milan, at the Rome's Olympic Stadium, 04 march 2001. Roma won 3-2.   AFP PHOTO GABRIEL BOUYS / AFP PHOTO / GABRIEL BOUYS

Hakan Sukur

Al Mondiale 2002

54 anni, il turco in Italia ha giocato con Torino, Inter e Parma con cui ha vinto una Coppa Italia

Sukur, innanzitutto come sta? 

“Grazie per avermelo chiesto, è la domanda più bella che nessuno mi fa mai. La mia vita è cambiata notevolmente nel corso degli anni, ho attraversato periodi difficili a causa di circostanze che ritengo ingiuste. Ho perso, almeno per il momento, molte delle cose che avevo conquistato grazie al calcio: tutti i miei beni sono stati congelati. Queste esperienze mi hanno insegnato, però, l’importanza di due parole: resilienza e pazienza. Oggi il mio focus è sulla mia famiglia, sui miei figli, sulle attività sportive che seguo e sui ragazzi a cui cerco di dare un contributo. Nonostante tutto, continuo a essere grato e a guardare al futuro con speranza e mi batto per la verità e per respingere tutte le accuse che mi vengono rivolte”. 

Cosa si prova ad avere la Coppa del Mondo nel Paese ospitante in cui vive? 

“La Coppa del Mondo è sempre un evento speciale per chi ha avuto il privilegio di giocarla. Il fatto che si disputi qui per me la rende ancora più emozionante. Naturalmente la seguirò con grande attenzione, anche senza andare allo stadio. La Coppa del Mondo non è soltanto calcio: è una celebrazione globale che unisce culture e persone e non le divide”. 

Cosa le rimane di quella cavalcata del 2002 in cui arrivaste terzi e lei segnò il gol più veloce della storia del Mondiale? 

“Rappresentare la Turchia nel 2002 rimane uno dei più grandi onori della mia vita. Ogni atleta sogna di vedere il proprio Paese sul palcoscenico più importante e io e i miei compagni abbiamo scritto una grande pagina della storia turca. Naturalmente mi auguro che questa squadra arrivi alla stessa altezza e anche oltre: la mia vicenda personale non cambia l’amore per il mio Paese e quella maglia. Purtroppo, come accade in molti altri ambiti, la politica utilizza anche il calcio per i propri interessi e questo condiziona tutto. Ma lo sport appartiene al popolo e le nazionali dovrebbero sempre essere al di sopra degli individui e dei governi, soprattutto quelli non democratici”. 

C’erano grandi aspettative, ma la sconfitta con l’Australia è stato un clamoroso passo indietro? 

“La Turchia dispone di una generazione talentuosa e con un grande potenziale. Il risultato contro l’Australia è stato inaspettato, ma è un incidente di percorso: ci sono ancora sei punti importanti in palio e sono sicuro che col Paraguay ci rifaremo. Mancava da 24 anni, ma credo che da ora la Turchia possa tornare a essere una presenza costante ai Mondiali”. 

Quali giocatori di questa generazione le entusiasmano di più? 

“Ne abbiamo molti che giocano in club importanti, invidiati nel mondo. Hakan Calhanoglu ha accumulato una straordinaria esperienza nella mia Inter, ha sviluppato qualità di leadership eccezionali. Arda Guler possiede una creatività e una visione di gioco fuori dal comune, ma è decisivo soprattutto il rientro di Kenan Yildiz: ha la personalità giusta, oltre che il talento, per far subito la differenza”. 

A proposito di Calha, lei gli consiglierebbe di restare a Milano o di trasferirsi nelle squadre di Istanbul che lo vogliono? 

“Decisioni di questo tipo sono profondamente personali. Hakan ha costruito una carriera importante in Europa e si è guadagnato grande rispetto. Ogni giocatore deve scegliere in base alle proprie ambizioni sportive, alla famiglia e alla felicità personale. La cosa più importante è continuare a competere in un ambiente in cui ci si sente motivati e apprezzati”. 

Le piace l’identità che ha dato Montella? 

“Innanzitutto, mi sono sempre sentito vicino al popolo italiano, ho passato anni meravigliosi da voi e il fatto che ci sia un italiano così preparato alla guida mi fa felice. Vincenzo è diventato quasi uno di noi. È una persona calorosa e sincera, con un grande passato da calciatore. Oltre agli aspetti tattici, ha portato organizzazione, serenità e un senso di famiglia all’interno del gruppo. Costruire l’identità di una nazionale richiede tempo e negli ultimi anni si sono visti segnali incoraggianti. La vera sfida è riuscire a mantenere questo livello anche contro gli avversari più forti e nel Mondiale c’è il meglio. Io credo in lui e in questi ragazzi”.

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