Il 29enne di Segrate dopo il trionfo a Punta Cana nel Pga Tour: "Ho pianto, è un successo arrivato grazie a un team tutto italiano. Ora giocherò fino al 2027 negli Stati Uniti"
“Scusate se piango”. Dopo aver imbucato l’ultimo putt alla 18, quello che valeva il birdie che gli garantiva la vittoria al Corales Puntacana, nel momento in cui la sua vita improvvisamente accelerava, Stefano Mazzoli non è stato per niente bravo a nascondere le sue emozioni. Sempre che abbia fatto il minimo tentativo di trattenere lacrime e singhiozzi: “Il mio ultimo anno è stato come andare sulle montagne russe”. Stefano ha 29 anni, una carriera tortuosa, tutto quello che ha raggiunto lo ha conquistato lavorando e sudando, girando il mondo per trovare la sua strada. Finora aveva tre successi sull’Alps Tour, nulla in confronto a quello che ha portato a casa la settimana scorsa: soltanto Francesco Molinari, prima di lui, aveva colorato con un po’ d’azzurro l’albo d’oro del Pga Tour. Adesso che ha vinto il suo primo torneo importante, può finalmente guardarsi indietro e ragionare sul futuro. Sapendo che un posticino nella storia del golf italiano ormai se l’è garantito.
Stefano, da che cosa cominciamo?
“Partiamo dallo sci? Perché era quello lo sport che mi piaceva da bambino. Io sono nato a Segrate, ma cresciuto a Montorfano. Il mio tempo era dedicato alla neve, allenamenti tutti i weekend, ho fatto anche qualche finale nazionale. Però a un certo punto è arrivato il golf. Avevo 12 anni, la mia non è una famiglia di golfisti, mio papà però voleva provare e mi ha portato con sé, abbiamo iniziato insieme. Io poi sono cresciuto tra Villa d’Este e Monticello. A 15 anni ho mollato lo sci e mi son dedicato completamente al golf”.
E così si è aperto un mondo...
“Ho studiato in America, alla Texas Christian University, a Fort Worth, ho giocato per l'università e quando poi sono passato professionista sono stato qualche anno in Europa e poi tre anni fa ho iniziato a giocare in Asia, ho preso la carta per l'Asian Tour dove ho fatto un paio di buone stagioni. E partecipando alle International Series l’idea era anche quella di esplorare la strada che portava fino alla LIV, anche se adesso non si sa nemmeno se esisterà ancora”.
Il successo a Punta Cana mi permette di giocare in America per tutto il 2026 e il 2027. L'obiettivo è restare nelle prime 50 posizioni della Race to Dubai
Il successo a Punta Cana cambia tutto.
“Sì, perché mi garantisce la possibilità di giocare in America per tutto il 2026 e il 2027 e mi dà una carta molto alta per il DpWorld Tour perché il torneo era valido per entrambi i circuiti, quindi potrò giocare i tornei più importanti”.
Il futuro immediato è negli Stati Uniti, ieri è iniziato il torneo in Minneapolis, in Minnesota. Era già previsto che lei lo giocasse?
“No, me lo sono guadagnato grazie alla vittoria della settimana scorsa. Ho cambiato i voli ed eccomi qui”.
Ha già fatto altri programmi?
“Adesso farò qualche gara qui negli Stati Uniti, poi tornerò probabilmente in Europa durante le finali del tour americano dove non sarò qualificato e l’obiettivo diventerà restare nelle prime 50 posizioni della Race to Dubai per fare le finali del DPWorld Tour”.
Allenatore, caddie, preparatore atletico: tutto il team è italiano.
“Mi piace avere anche una buona relazione, una buona comunicazione al di là della sola parte tecnica. Ho provato anche soluzioni straniere, ma per il momento mi trovo bene così. Lavoro con Alain Vergari come coach da aprile. Non lo conoscevo bene, però ho voluto parlarci. Lui aveva delle idee, ci siamo piaciuti e le cose stanno andando bene. Stiamo facendo un lavoro importante sulla parte tecnica. Come caddie adesso ho Federico Zucchetti, ha un anno più di me, lo conosco da tantissimo tempo perché anche lui giocava, anche lui ha fatto l’università in America. Fede era molto più bravo di me, ha vinto vari campionati italiani da ragazzino, abbiamo fatte tante competizioni tra i dilettanti insieme. Anche lui ha provato qualche tour in giro per il mondo, ma ora ha quasi completamente smesso e così lavora con me come caddie. E poi come preparatore atletico ho Federico Colombo”.
Però la moglie non è italiana.
“È messicana, si chiama Sabina, l’ho conosciuta all’università, anche lei giocava. Adesso lavora ancora nel golf, ma più nell’ambito moda. Viviamo a Chiasso, quando può mi segue nelle gare”.
Ricordo ancora con emozione la volta che ho fatto hole in one davanti a Patrick Reed in Qatar
L’esperienza più bella nel golf a parte la vittoria della settimana scorsa?
“Aver giocato nell’Asian Tour mi ha permesso di partecipare alle International Series, dove ho incontrato tantissimi campioni. Ricordo ancora con emozione la volta che ho fatto hole in one davanti a Patrick Reed in Qatar. O quando a Hong Kong ho giocato con Justin Rose. E come dimenticare lo scorso dicembre, ultimo giro dell’Australian Open quando ho giocato insieme a Rory McIlroy”.
Mazzoli dovrà farci l’abitudine. Ormai il suo posto è stabilmente tra i grandi.


