Sicilia, alla scoperta del Cammino di San Giacomo dove riecheggia forte lo Scrusciu d'amuri

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Da Caltagirone a Mirabella Imbaccari, tra fichi d'india, cipressi, eucalipto, arte, storia e con l'Etna all'orizzonte, abbiamo percorso la prima tappa del Cammino che da quattro anni fa parte degli itinerari jacopei d’Europa. "Una scommessa vinta", racconta l'ideatore Totò Trumino

Lorenzo Franculli

Giornalista

29 novembre - 11:27 - MILANO

Scrusciu d'amuri è (anche) un suono onomatopeico. Quello riprodotto dagli scarponi durante un cammino: il fruscio dei passi, uno dopo l’altro, lentamente. In silenzio, tanto c’è lo scrusciu d’amuri (“rumore d’amore”, in siciliano) a riecheggiare. “Lo avevi mai ascoltato?”, chiede Totò che ne detiene il “copyright”. “Eh, sì, cioè no. Non ci si fa caso”. Ma d’ora in poi, resterà nella testa e nel cuore. Siamo a Caltagirone, punto di partenza del Cammino di San Giacomo. Composto da 6 tappe, l’itinerario si snoda tra le province di Catania, Enna e Messina e tocca anche Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Croce delle Pietre, Valguarnera Caropepe, Assoro e Capizzi, per un totale di 129 km circa. Qual è il filo che le lega? La devozione di San Giacomo e un forte, fortissimo legame con il pellegrinaggio più famoso al mondo quello che conduce a Santiago di Compostela, in Spagna. A Caltagirone viene conservata come reliquia il braccio del Santo, a Capizzi la giuntura di un suo dito. E in mezzo? In mezzo c’è il Cammino con tutta la sua bellezza. “Fa ufficialmente parte degli itinerari jacopei d’Europa. In quattro anni – racconta Totò Trumino, ex insegnante che del Cammino è l’ideatore e il fondatore – è cresciuto tanto. Abbiamo registrato 6 mila pellegrini, 2.200 solo nel 2025”. Chi scrive ha percorso, in gruppo, la prima tappa, dividendola in due tranche. Ma ora andiamo con ordine. 

CALTAGIRONE

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Caltagirone è una città patrimonio Unesco. Con una impronta unica. Merito anche dell’arte della ceramica: le sue tipiche maioliche calatine (dai vasi antropomorfi alle teste di moro) sono famose in tutto il mondo. Così come lo è la scalinata di Santa Maria del Monte. Composta da 142 gradini decorati con maioliche diverse, il 24 e 25 luglio per la festa di San Giacomo, si “accende” con migliaia di lumere contenute nei coppi di carta colorata. Il risultato? Spettacolare. E se volete approfondire, allora il "Luminaja", il museo multimediale dedicato alla Scalinata, merita una visita. “A Caltagirone non mancano strutture donative – spiega Totò mentre il gruppo inizia ufficialmente il Cammino di Santiago – i pellegrini possono fermarsi e per l’accoglienza si può semplicemente lasciare un’offerta”. Insomma, è un punto di partenza perfetto. Il percorso. dove un tempo c’erano le rotaie della ferrovia, è dolce, in piano e ben segnalato dai cartelli gialli e blu. Sulla destra, dopo aver oltrepassato quello che rimane della stazione San Salvatorello, campeggiano le grotte paleolitiche. Ma è quando il panorama si apre che si rimane senza parole. “Eccolo là in fondo – indica Trumino – d’ora in poi il Mongibeddu come lo chiamano Franco Battiato e Carmen Consoli ci accompagnerà”. E il Mongibeddu è sua Maestà l’Etna. Alto 3367 metri, per via della lava, il cono di destra ha superato quello di sinistra. Che spettacolo!

Attorno a noi, pietra calcare, quasi gesso, piante di finocchietto selvatico e ulivi. Il paesaggio è di quelli appenninici. “Il primo pellegrino in assoluto – ricorda Totò – si chiama Francesco Moro. È un bergamasco che ha lavorato come fotografo anche per l’Atalanta. Mi aveva contattato ed era venuto qui ad agosto. Ma c’erano 42 gradi e sono dovuto ad andare a recuperarlo con la moto. Era sfinito”. Ma da allora, il Cammino di San Giacomo è cresciuto per diventare un pellegrinaggio sempre più popolare: “Vengono da tutto il mondo, soprattutto dal Brasile, Sudafrica, Stati Uniti e Australia. E registriamo tanti maltesi”. 

San Michele Ganzaria

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Intanto, dopo aver percorso una salita di alcune centinaia di metri con i cipressi e le piante di aranci intorno a noi, arriviamo a San Michele Ganzaria, un paese di poco più di 2000 abitanti arroccato su un monte con origini arabe. Qui, il tempo pare essersi fermato. E mentre percorriamo il viale principale c’imbattiamo nel Circolo pensionati del posto: “Siete pellegrini? Volete dare un’occhiata al nostro carretto siciliano?”. A invitarci e a farci da guida è Giovanni, 80 anni, ex caposquadra della forestale con una storia alle spalle da romanzo. “Facevo il cantante nelle navi da crociera e a Milano mi esibivo nei night, nei locali frequentati dalle bande criminali di Francis Turatello e Angelo Epanimonda. Guadagnavo bene, ma quando ho potuto sono tornato a San Michele, la vita scorre veloce”, conclude Giovanni. Proseguiamo la visita della cittadina, merita un stop il piccolo Museo della Ganzaria che si trova nella piazza principale e che raccoglie testimonianze e reperti della comunità.

 Ma per i più golosi, la tappa obbligata è la pasticceria Gallina. Qui da tre generazioni si tramanda la ricetta della “Banana” che è un bignè allungato a forma del frutto tropicale. L’involucro è di pasta choux, il ripieno di crema. E il marchio della “banana” Gallina è registrato e famoso in tutta la Sicilia. “Le sforniamo da 60 anni, la ricetta non è mai cambiata, tiriamo la sfoglia a mano – racconta Lorenzo Gallina il pasticcere che ha ereditato l’attività portandola avanti con successo – la pasta del bignè è leggermente salata. La crema semplice e dolce. Il segreto è tutto qui: tradizione, freschezza e prodotti di qualità”. Il risultato? Una prelibatezza, provare per credere. E dopo aver assaggiato la Banana di Gallina decidiamo di dormire a San Michele, nonostante siamo solo a metà della prima tappa del Cammino di San Giacomo. 

Mirabella Imbaccari

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Al mattino presto, si riparte: direzione Mirabella Imbaccari, chilometri da percorrere? Dieci, scarsi. Con il Monte Ganzaria sulla sinistra (il polmone verde della zona) prendiamo la stessa strada che avevano intrapreso i militari canadesi durante la Seconda guerra mondiale per liberare la Sicilia. “E una decina di anni fa – racconta Totò Trumino – i figli e i nipoti di quei soldati sono tornati qui per ripercorrere quel percorso in cui avevano rischiato e perso la vita”. La strada è in piano, scivola via dolce. Guadiamo un affluente del fiume Tempio. Intorno a noi, distese di fichi d’India. Si intravedono ancora i resti delle traversine della vecchia ferrovia. Da qui passavano treni merci colmi carichi di zolfo, quello che per la Sicilia è stato l’oro giallo e che ha ispirato le opere di Giovanni Verga. Ma le solfatare vennero chiuse definitivamente agli inizi degli Anni 70, quel tipo di attività estrattiva non rendeva più. “Questo invece è un bosco di eucalipto – ci racconta Totò mentre lo attraversiamo -. È una pianta infestante australiana, la tagli e rispunta. Che cosa ci fa qui? Negli Anni 60 Fu Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, a ‘importarla’ per estrarne la cellulosa investendo nelle cartiere. Prima di allora, c’erano alberi di noccioli. Il problema è che l’eucalipto ha bisogno di tanta acqua”. Il percorso continua senza strappi tra sterminate distese di fichi d’India fino a scorgere Mirabella Imbaccari, la città dell’asparago, dell’olio (pluripremiato) e dell’arte meravigliosa del tombolo. “Siamo partiti con il Cammino di San Giacomo in piena pandemia – racconta Totò Trumino con un pizzico d’orgoglio – e ora è una piccola realtà con una sua micro-economia. Questi sono paesi che soffrono lo spopolamento, tanti, tra i giovani emigrano soprattutto in Germania. La nostra è stata una scommessa che stiamo vincendo, una boccata di speranza. E ne siamo orgogliosi”, conclude Totò commosso. Ed emozionati lo siamo anche noi, la tappa con la Credenziali timbrata (sì, la stessa di Compostela) è finita e così anche il nostro Cammino. Ma il suo Scrusciu d'amuri, ora così nitido e riconoscibili, ci accompagnerà per molto tempo…

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