Da Caltagirone a Mirabella Imbaccari, tra fichi d'india, cipressi, eucalipto, arte, storia e con l'Etna all'orizzonte, abbiamo percorso la prima tappa del Cammino che da quattro anni fa parte degli itinerari jacopei d’Europa. "Una scommessa vinta", racconta l'ideatore Totò Trumino
Scrusciu d'amuri è (anche) un suono onomatopeico. Quello riprodotto dagli scarponi durante un cammino: il fruscio dei passi, uno dopo l’altro, lentamente. In silenzio, tanto c’è lo scrusciu d’amuri (“rumore d’amore”, in siciliano) a riecheggiare. “Lo avevi mai ascoltato?”, chiede Totò che ne detiene il “copyright”. “Eh, sì, cioè no. Non ci si fa caso”. Ma d’ora in poi, resterà nella testa e nel cuore. Siamo a Caltagirone, punto di partenza del Cammino di San Giacomo. Composto da 6 tappe, l’itinerario si snoda tra le province di Catania, Enna e Messina e tocca anche Mirabella Imbaccari, Piazza Armerina, Croce delle Pietre, Valguarnera Caropepe, Assoro e Capizzi, per un totale di 129 km circa. Qual è il filo che le lega? La devozione di San Giacomo e un forte, fortissimo legame con il pellegrinaggio più famoso al mondo quello che conduce a Santiago di Compostela, in Spagna. A Caltagirone viene conservata come reliquia il braccio del Santo, a Capizzi la giuntura di un suo dito. E in mezzo? In mezzo c’è il Cammino con tutta la sua bellezza. “Fa ufficialmente parte degli itinerari jacopei d’Europa. In quattro anni – racconta Totò Trumino, ex insegnante che del Cammino è l’ideatore e il fondatore – è cresciuto tanto. Abbiamo registrato 6 mila pellegrini, 2.200 solo nel 2025”. Chi scrive ha percorso, in gruppo, la prima tappa, dividendola in due tranche. Ma ora andiamo con ordine.
CALTAGIRONE
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Caltagirone è una città patrimonio Unesco. Con una impronta unica. Merito anche dell’arte della ceramica: le sue tipiche maioliche calatine (dai vasi antropomorfi alle teste di moro) sono famose in tutto il mondo. Così come lo è la scalinata di Santa Maria del Monte. Composta da 142 gradini decorati con maioliche diverse, il 24 e 25 luglio per la festa di San Giacomo, si “accende” con migliaia di lumere contenute nei coppi di carta colorata. Il risultato? Spettacolare. E se volete approfondire, allora il "Luminaja", il museo multimediale dedicato alla Scalinata, merita una visita. “A Caltagirone non mancano strutture donative – spiega Totò mentre il gruppo inizia ufficialmente il Cammino di Santiago – i pellegrini possono fermarsi e per l’accoglienza si può semplicemente lasciare un’offerta”. Insomma, è un punto di partenza perfetto. Il percorso. dove un tempo c’erano le rotaie della ferrovia, è dolce, in piano e ben segnalato dai cartelli gialli e blu. Sulla destra, dopo aver oltrepassato quello che rimane della stazione San Salvatorello, campeggiano le grotte paleolitiche. Ma è quando il panorama si apre che si rimane senza parole. “Eccolo là in fondo – indica Trumino – d’ora in poi il Mongibeddu come lo chiamano Franco Battiato e Carmen Consoli ci accompagnerà”. E il Mongibeddu è sua Maestà l’Etna. Alto 3367 metri, per via della lava, il cono di destra ha superato quello di sinistra. Che spettacolo!
Attorno a noi, pietra calcare, quasi gesso, piante di finocchietto selvatico e ulivi. Il paesaggio è di quelli appenninici. “Il primo pellegrino in assoluto – ricorda Totò – si chiama Francesco Moro. È un bergamasco che ha lavorato come fotografo anche per l’Atalanta. Mi aveva contattato ed era venuto qui ad agosto. Ma c’erano 42 gradi e sono dovuto ad andare a recuperarlo con la moto. Era sfinito”. Ma da allora, il Cammino di San Giacomo è cresciuto per diventare un pellegrinaggio sempre più popolare: “Vengono da tutto il mondo, soprattutto dal Brasile, Sudafrica, Stati Uniti e Australia. E registriamo tanti maltesi”.
San Michele Ganzaria
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Intanto, dopo aver percorso una salita di alcune centinaia di metri con i cipressi e le piante di aranci intorno a noi, arriviamo a San Michele Ganzaria, un paese di poco più di 2000 abitanti arroccato su un monte con origini arabe. Qui, il tempo pare essersi fermato. E mentre percorriamo il viale principale c’imbattiamo nel Circolo pensionati del posto: “Siete pellegrini? Volete dare un’occhiata al nostro carretto siciliano?”. A invitarci e a farci da guida è Giovanni, 80 anni, ex caposquadra della forestale con una storia alle spalle da romanzo. “Facevo il cantante nelle navi da crociera e a Milano mi esibivo nei night, nei locali frequentati dalle bande criminali di Francis Turatello e Angelo Epanimonda. Guadagnavo bene, ma quando ho potuto sono tornato a San Michele, la vita scorre veloce”, conclude Giovanni. Proseguiamo la visita della cittadina, merita un stop il piccolo Museo della Ganzaria che si trova nella piazza principale e che raccoglie testimonianze e reperti della comunità.
Ma per i più golosi, la tappa obbligata è la pasticceria Gallina. Qui da tre generazioni si tramanda la ricetta della “Banana” che è un bignè allungato a forma del frutto tropicale. L’involucro è di pasta choux, il ripieno di crema. E il marchio della “banana” Gallina è registrato e famoso in tutta la Sicilia. “Le sforniamo da 60 anni, la ricetta non è mai cambiata, tiriamo la sfoglia a mano – racconta Lorenzo Gallina il pasticcere che ha ereditato l’attività portandola avanti con successo – la pasta del bignè è leggermente salata. La crema semplice e dolce. Il segreto è tutto qui: tradizione, freschezza e prodotti di qualità”. Il risultato? Una prelibatezza, provare per credere. E dopo aver assaggiato la Banana di Gallina decidiamo di dormire a San Michele, nonostante siamo solo a metà della prima tappa del Cammino di San Giacomo.
Mirabella Imbaccari
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Al mattino presto, si riparte: direzione Mirabella Imbaccari, chilometri da percorrere? Dieci, scarsi. Con il Monte Ganzaria sulla sinistra (il polmone verde della zona) prendiamo la stessa strada che avevano intrapreso i militari canadesi durante la Seconda guerra mondiale per liberare la Sicilia. “E una decina di anni fa – racconta Totò Trumino – i figli e i nipoti di quei soldati sono tornati qui per ripercorrere quel percorso in cui avevano rischiato e perso la vita”. La strada è in piano, scivola via dolce. Guadiamo un affluente del fiume Tempio. Intorno a noi, distese di fichi d’India. Si intravedono ancora i resti delle traversine della vecchia ferrovia. Da qui passavano treni merci colmi carichi di zolfo, quello che per la Sicilia è stato l’oro giallo e che ha ispirato le opere di Giovanni Verga. Ma le solfatare vennero chiuse definitivamente agli inizi degli Anni 70, quel tipo di attività estrattiva non rendeva più. “Questo invece è un bosco di eucalipto – ci racconta Totò mentre lo attraversiamo -. È una pianta infestante australiana, la tagli e rispunta. Che cosa ci fa qui? Negli Anni 60 Fu Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, a ‘importarla’ per estrarne la cellulosa investendo nelle cartiere. Prima di allora, c’erano alberi di noccioli. Il problema è che l’eucalipto ha bisogno di tanta acqua”. Il percorso continua senza strappi tra sterminate distese di fichi d’India fino a scorgere Mirabella Imbaccari, la città dell’asparago, dell’olio (pluripremiato) e dell’arte meravigliosa del tombolo. “Siamo partiti con il Cammino di San Giacomo in piena pandemia – racconta Totò Trumino con un pizzico d’orgoglio – e ora è una piccola realtà con una sua micro-economia. Questi sono paesi che soffrono lo spopolamento, tanti, tra i giovani emigrano soprattutto in Germania. La nostra è stata una scommessa che stiamo vincendo, una boccata di speranza. E ne siamo orgogliosi”, conclude Totò commosso. Ed emozionati lo siamo anche noi, la tappa con la Credenziali timbrata (sì, la stessa di Compostela) è finita e così anche il nostro Cammino. Ma il suo Scrusciu d'amuri, ora così nitido e riconoscibili, ci accompagnerà per molto tempo…



