Serie A, è il momento di cambiare: più talento, meno calcoli e una nuova sfida alla Premier

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Quest'estate ha accolto Stones, Gonçalo Ramos, Alajbegovic, Mastantuono: l'obiettivo è svecchiare, correggere e rinascere

Sebastiano Vernazza

Giornalista

22 agosto - 09:25 - MILANO

È subissata di critiche, ma la Serie A resta una competizione di primo livello, una "fabbrica" di gioco e di giocatori. E nonostante l’ultima stagione delle squadre italiane nelle coppe europee sia stata deludente, il nostro campionato rimane secondo, dietro la Premier League, per coefficiente Uefa. La Serie A resiste, nonostante le difficoltà legate al sistema Paese. Qualche cervello è in fuga - Donnarumma, Tonali, Calafiori e Palestra giocano in Inghilterra -, qualcun altro arriva: in questa estate calda, la Serie A ha accolto Stones, Gonçalo Ramos, Alajbegovic, Mastantuono, figure di primo piano. Né esaltarsi né deprimersi: bisogna svecchiare, correggere, rinascere. È il tempo del coraggio, sul campo e fuori.

LA CORSA SCUDETTO

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L’Inter campione d’Italia resta la squadra favorita, perché ha un’identità forte e collaudata, gioca da anni nello stesso modo, con un 3-5-2 classico, che può piacere o meno e che però è redditizio. Antonio Conte, Simone Inzaghi, Cristian Chivu: la continuità ha permesso all’Inter di dominare la scena italiana nella prima metà degli anni Venti del nuovo millennio. Tre scudetti (2021, 2024, 2026), svariate coppe nazionali, due finali di Champions, che sono state perse, una malamente, però arrivare in fondo a una Champions è di per sé un’impresa, una dimostrazione di alta capacità. Inter davanti a tutti, rinforzata da John Stones per una difesa che si annuncia imperforabile, in Italia. Il Napoli è il competitore forte e riconosciuto. Anni fa, alla Juve, Massimiliano Allegri ha dimostrato di essere abile nel rivincere con una squadra ereditata da Antonio Conte, anche se il cambio di sistema, dalla difesa a tre a quattro, potrebbe creare qualche sussulto, nel nuovo Napoli. Milan e Juve sono alle prese con ricostruzioni complicate, però hanno fatto acquisti. Gonçalo Ramos migliorerà l’attacco rossonero, idem Kerim Alajbegovic e Kolo Muani in casa bianconera. Alla Roma di Gasperini non difetta il gioco, qualche giocatore forse sì. Nella Serie A a girone unico, dal 1929 a oggi, soltanto una volta ha vinto lo scudetto una squadra di una città non capoluogo di regione, il Verona di Bagnoli nel 1985. Poi Cagliari (1970) e Sampdoria (1991) vanno iscritte allo stesso filone, delle grandi sorprese provinciali, sebbene le due città siano l’una il capoluogo della Sardegna e l’altra della Liguria. E a quella Samp guardiamo per elevare il Como al rango di "scudettabile". Come il Doria di allora, che apparteneva al ricchissimo Paolo Mantovani, il Como della famiglia Hartono, miliardari indonesiani, ha scalato la piramide con investimenti milionari. Le ambizioni del Como passeranno per le pressioni - a grandi finanziamenti corrispondono grandi responsabilità - e per la gestione del doppio impegno campionato-Champions. Nel 1990-91 del suo scudetto, la Samp uscì ai quarti della Coppa Coppe, però non c’è paragone tra quella coppa, a eliminazione diretta fin dal primo turno, e la Champions di oggi, con la sua mostruosa prima fase a classifica unica.

Liberiamo il talento

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Più tecnica, più dribbling, più tiri: il talento va liberato. Questo chiediamo al nuovo campionato. Ci sono dei segnali incoraggianti. Nelle intenzioni, diverse squadre sembrano orientate verso attacchi con il tridente puro - tre punte da destra a sinistra - oppure con la formula 2-1, due trequartisti dietro il centravanti. Ai primi venti contrari, qualcuno innesterà la retromarcia, è naturale, ma è confortante un altro indizio, il fatto che dal mercato siano arrivati giocatori giovani e di qualità. La Juve ha preso il 18enne Kerim Alajbegovic, il Lamine Yamal di Bosnia. Un’esagerazione? Sì, Alajbegovic non è dirompente come lo spagnolo, però in tandem con Kenan Yildiz renderà virtuosa la Juve. Alla Fiorentina è arrivato Franco Mastantuono, in prestito dal Real Madrid. È un ragazzo argentino con passaporto italiano, un dieci alla stregua di una volta, quel genere di giocatore che per tradizione fa impazzire Firenze. Mastantuono non è il nuovo Antognoni né un altro Baggio, ma nei piedi nasconde giocate di pregio. E quanto a noi, agli italiani azzurrabili, attenzione a Mattia Liberali, centrocampista offensivo, e ad Alessio Cacciamani, esterno sinistro di gamba. Quelli che abbiamo nominato sono tutti nati nel 2007, un’annata eccezionale. 

CAMBIAMO TATTICA

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La Premier League, il campionato più ricco, ha come valore di riferimento l’intensità. La Liga di Spagna è fondata sulla tecnica, sul "tocco". La Serie A è rinomata per la tattica, che sarebbe la capacità di accorciare le distanze con gli stratagemmi: l’astuzia come antidoto alla bravura degli avversari. Ha funzionato per decenni, oggi un po’ meno. Non vinciamo una Champions dal 2010, non partecipiamo a un Mondiale dal 2014. Alcune nostre squadre continuano a essere prigioniere della cosiddetta costruzione dal basso, la ragnatela di passaggi imbastita davanti al proprio portiere per attrarre gli avversari e scavalcarli. Non convince più, non nella maniera lenta, al limite della narcosi, con cui la si pratica in Italia. Pep Guardiola, uno dei pionieri della materia, è già andato oltre da anni, il suo calcio ormai procede per verticalizzazioni. La costruzione dal basso è il rovescio del blocco basso, che sarebbe poi il caro vecchio catenaccio, arte in cui eravamo maestri, anche perché l’abbinavamo al contropiede. Difendersi è ritornato di moda, tutto è ciclico, però ci auguriamo che, nella nuova Serie A, ai “bassi” di cui si è detto, la costruzione e il blocco, si sovrapponga l’”alto”, inteso come aggressività e attacco alla porta avversaria. Meno orizzontalità, più verticalità. Che l’intraprendenza prevalga sulla prudenza e sui calcoli spicci. Confidiamo in partite più aperte, non fondate sulla strategia della resistenza e dell’attesa dell’occasione buona, su cui lucrare fino all’ultimo.

NO PERDITEMPO

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Tra i cinque campionati top d’Europa, la Serie A è ultima per tempo effettivo medio delle partite. L’ultima rilevazione parlava di 54 minuti e 7 secondi a match, quasi un minuto e mezzo in meno rispetto alla Premier League. Novanta secondi sembrano pochi, però definiscono una diversità e pesano, quando in Europa le italiane incontrano le inglesi. Così due nuove regole disciplineranno i momenti preferiti dai perditempo. All’atto della sostituzione, il sostituito dovrà uscire dal campo entro dieci secondi dall’esposizione del tabellone. Se non lo farà, il subentrante entrerà in gioco alla prima interruzione utile, dopo almeno un minuto. Per sessanta secondi la squadra resterà in dieci. Idem, per gli infortuni. A meno che l’incidente non sia grave all’evidenza, che il fallo non sia stato sanzionato con un cartellino e che non ci sia di mezzo un portiere, il giocatore a terra, se soccorso da medico e massaggiatore, dovrà abbandonare il terreno e rimanere fuori per un minuto. No ai furbi, no ai falsi invalidi del pallone. La logica alla base della novità è ineccepibile, anche se prevediamo polemiche furiose in caso di gol subiti nel minuto della temporanea inferiorità numerica. Molti insisteranno con malori o zoppie, per dimostrare di esser vittime di un’ingiustizia e i tifosi beceri andranno loro dietro. Pazienza. Alla lunga, tutti impareranno e si sbrigheranno.

LA GENTE

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Se i costi del calcio, gli ingaggi spropositati, le commissioni smisurate agli agenti, vengono scaricati sugli stipendi della gente, buste paga martoriate dai rincari sui beni essenziali, prima o poi la gente si dedica ad altro. Al Mondiale americano, i biglietti si sono impennati a prezzi assurdi e la spiegazione standard - "Negli Stati Uniti è normale che sia così, vedasi il basket Nba" - non ha convinto. La forza del calcio è radicata nella popolarità e nell’accessibilità, non è un gioco da riservare alle élite. In Italia, a parte qualche lodevole eccezione, lo stato di conservazione degli stadi non giustifica i rialzi. Varie squadre di Serie A giocano in impianti decrepiti, con servizi indecenti. Tante persone non possono permettersi gli abbonamenti alle pay tv. La disaffezione è il rischio più grande. La Serie A è un bene comune, non può diventare un affare di pochi e per benestanti.

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