Nato in Olanda da genitori dell'isola caraibica ha giocato anche nella U23 bianconera: "Quando mi allenavo con Allegri in prima squadra all'inizio non toccavo palla. Il Mondiale è un sogno, ora affrontiamo la Germania senza paura"
A un certo punto Livano Comenencia ha ipotizzato a uno scherzo in grande stile, magari orchestrato da Yildiz o Muharemovic, i suoi amici juventini: “Ero a Torino, a casa, steso sul divano col cellulare in mano. Mi arrivò una chiamata da un numero sconosciuto, non risposi. Poi richiamò: “Sono il team manager di Curaçao, vogliamo andare al Mondiale. Sei dei nostri?”. Livano, 22 anni, mediano passato per la Juve U23 ora allo Zurigo, uno dei “frontmen" del Paese più piccolo della storia a partecipare a una coppa del mondo, se la ride sereno mentre racconta quel “sì” che gli ha cambiato la vita.
Domani il gran debutto contro la Germania a Houston. Andrete allo stadio con lo scuolabus? Sorride.
"Magari! Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo, ma noi siamo questo e lo saremo sempre: entusiasmo contagioso, allegria, spensieratezza, paura di nessuno”.
Dicono che sarà Davide contro Golia.
“Chi lo sa, la Germania non ha undici “Superman”. O forse sì? Comunque, forse saremo noi a fare uno scherzetto, come la Corea nel 2018. La palla è rotonda. E magari il Paese più piccolo può mettere in difficoltà chi ha vinto quattro mondiali…”.
I punti di forza di Curaçao?
“La qualità tecnica e l'aver fatto esperienza in settori giovanili importanti. Ma il segreto è che siamo una famiglia”.
Da quanto ne fa parte?
“Dal 2024. Io sono nato in Olanda, come 25 dei 26 convocati da mister Advocaat, ma i miei genitori sono entrambi di Curaçao. Quando ci siamo qualificati io e mia madre abbiamo pianto insieme”.
Quanto ci ha messo a scegliere con chi giocare?
“In realtà un po’. Dopo la telefonata col team manager chiamai mio padre e scoprii che avevano telefonato anche a lui. Sapevo che avrei potuto avere una chance anche con l'Olanda, quindi aspettai dei mesi. Alla fine, dire di sì a Curaçao mi ha portato al Mondiale. Appena ho messo piede sull’isola ho capito di aver fatto la scelta giusta”.
C’era mai stato prima?
“Sì, a 10 anni, con la mia famiglia. Ricordo la prima in casa a Willemstad, contro il Saint Lucia: erano tutti in tribuna”.
Com’è stato il percorso di qualificazione?
“Abbiamo affrontato diversi ostacoli: un campo non sempre buono, problemi legati ai voli e alle trasferte, comunicazioni varie con gli hotel dove saltavano prenotazioni, ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Se ci penso, ho ancora i brividi”.
Il tuo primo ricordo di un Mondiale?
“Il 2014, col colpo di testa di Van Persie in tuffo contro la Spagna. Intorno a me vedevo solo maglie arancioni: una festa. Della finale persa dall’Olanda del 2010 ricordo qualcosina, ma non abbastanza”.
Capitolo Italia: cosa ha imparato alla Juve?
“Sono grato ai bianconeri per l’opportunità. Ho giocato due anni da titolare in Serie C, un campionato ostico, non molto tecnico. Appena ho messo piede in Italia mi hanno subito parlato di tattica e difesa. Venivo dalle giovanili del Psv ed era tutto un altro mondo. A Torino ho fatto spesso anche il difensore, ma sono un centrocampista”.
Una storia particolare legata a Yildiz, incrociato nell'U23?
"Un amico. Una volta, contro l’Ancona, gli passai la palla a un metro. Lui saltò almeno tre giocatori e andò in porta da solo. Giocava col numero dieci. Dribbling, estro, fantasia. Uno dei migliori giocatori del mondiale”.
Un campo non sempre buono, problemi legati ai voli, alle trasferte, agli hote, ma alla fine ci siamo qualificati. Se ci penso, ho ancora i brividi
Si allenò anche con Allegri?
“Sì, mi allenavo spesso con la prima squadra. Gli piacevo. Lì fu dura, eh. I primi allenamenti non toccai un pallone”.
Muharemovic, invece?
“Un leader che in spogliatoio si trasforma: scherzi, risate, pacche sulla schiena fortissime. Un difensore top che merita una grande squadra. Ricordo anche Huijsen: ha meritato il Real Madrid, peccato non sia al Mondiale”.
E lei come mai ha lasciato la Juve?
“Volevo giocare da protagonista in un campionato di primo livello. Mi volevano anche in Serie B”.
Un idolo di questo Mondiale?
“Neymar. Volevo essere come lui”.
E alla fine, negli Stati Uniti ci siete entrambi.
“Il sogno di una vita. Senza Curaçao non l’avrei mai realizzato”.



