Da ragazzino a L'Avana sognava le Olimpiadi, poi ha colto l'occasione per ricongiungersi alla madre in Italia con un viaggio tremendo. E domani combatte per il titolo italiano a Roma: "Cuba era bella quando ero un ragazzino, per me non c'erano più possibilità..."
Quando è arrivato, dicono, Angelo Morejon non spiccicava una parola. Per lui parlavano il corpo, quasi due metri per cento chili di muscoli, quei pugni con una firma riconoscibile - scuola cubana, eleganza, mobilità, ritmo – e soprattutto la sua storia di determinazione feroce. È grazie a questa che è riuscito a costruirsi un record da pugile professionista da 10 vittorie su 10 (70% di ko) e domani sera combatte a Roma per il titolo italiano dei pesi Massimi contro Angelo Carlesimo (serata Taf, al Palatiziano). Morejon nasce a L’Avana trent’anni fa, e “comincio subito con la boxe, a scuola il maestro mi dice che sono portato e comincio ad allenarmi. Divento grande io e diventa grande il gioco, il pugilato diventa la mia vita”. Ha una voce profonda, Angelo, ma quando gli si nomina Cuba si percepisce un sorriso: “Eh era veramente bella quando ero piccolo. Ora non più, colpa del governo…”.
la fuga
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Angelo Morejon si guadagna un soprannome altisonante, “El terrible”, combatte tanti incontri ma la grande boxe la guarda in tv. Non perché non sia bravo, ma perché il pugilato professionistico è bandito sull’isola. Da dilettante è bravo, sogna le Olimpiadi. “Non ci sono andato per un motivo: Julio Cesar la Cruz. Era più forte e più esperto di me”. Nel frattempo sua mamma ha sposato un italiano e si è trasferita qui, a Porretta Terme. Angelo vuole fare lo stesso e l’occasione arriva nel 2022, proprio nell’anno in cui il pugilato cubano apre le sue porte al professionismo. A ottobre lui e altri quattro pugili volano dall’Avana a Mosca, per una riunione contro colleghi locali. Angelo fa un figurone, batte ai punti Ivan Veriasov che, lui sì, alle Olimpiadi due anni prima c’era stato, poi decide di dare una svolta alla sua vita. “Non torno, resto un paio di mesi lì. A Cuba non ho prospettive, in Italia ho mia madre. Poi vado in Serbia”. Da qui prende la direzione dell’Italia, passando per la Croazia e per la Slovenia. “Faccio il viaggio a piedi, per strade poco battute, spesso attraversando le montagne, al buio. Durissimo. Per passare la frontiera ti dà indicazioni un tipo al telefono, ti guida passo passo”. Più volte lo rimandano indietro tra le varie frontiere, alla fine ce la fa a passare.
l'italia
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È il 2023 quando Angelo entra in Italia, senza nulla se non le sue mani. “Un giorno una signora viene a parlarmi – racconta Lele Orlandi, allenatore di Morejon alla Pugilistica Alto Reno di Castel di Casio, Bologna -, mi dice che ha un figlio pugile che vorrebbe allenarsi. Faccio qualche ricerca e scopro chi è”. E annoda i fili del destino perché quella signora ha anche un altro figlio pugile, nato sempre a L’Avana ma dal suo matrimonio italiano: Giovanni Rossetti, peso medio, che per uno stranissimo scherzo della sorte combatte domani sera nella stessa riunione per il titolo italiano di categoria contro Francesco Faraoni. Due fratelli per due titoli sullo stesso ring, uno scrittore l’avrebbe sceneggiata peggio. Angelo nel frattempo ha ottenuto un regolare permesso di soggiorno e l'Italia ha arricchito anche il suo bagaglio, al moveset made in L'Avana ha aggiunto potenza nei colpi: “Mi sento un pugile cubano a tutti gli effetti - racconta -, ma qui in Italia sto imparando tante altre cose. Qui per me ci sono molte più possibilità, e ho scelto di continuare a dedicare tutto me stesso alla boxe, non faccio altri lavori. Dopo il titolo, voglio tornare a combattere già a novembre”. A Cuba ha ancora parte della famiglia, i nonni, mentre sua figlia sta in Messico e spera un giorno di portarla in Italia. Difficile dire dove potrà arrivare, ancora più difficile trovargli avversari e sparring partner: “Quando è arrivato qui non aveva nemmeno i vestiti, era un tipo umile, chiuso, timido, ora si è sciolto parecchio. Non ha la stazza di un vero peso massimo, ma l’abbiamo spinto in allenamento anche contro pugili più pesanti e ha retto sempre bene. Non è un peso massimo fatto e finito, ma nella categoria bridgeweight può dire sicuramente la sua con quel fisico. Cento chili veri, di muscoli e non di pancia”.


