Sarri: "I 5 mesi più difficili della carriera. Vorrei chiudere alla Lazio, e vi dico come…"

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Il tecnico biancoceleste si è raccontato a Storie di Serie A su Dazn: "Mi diverto ancora, e con due o tre innesti possiamo essere competitivi a livello più alto. L'esordio più bello a Napoli, quel calcio era straordinario. Allegri? Visioni diverse diverse di calcio, ma c'è stima"

29 novembre - 17:16 - MILANO

Maurizio Sarri ha iniziato la sua scalata nel 1990, in seconda categoria. In 35 anni di carriera ha viste tante, forse quasi tutte. Ma c'è ancora spazio per i sogni, e per la passione, come ha raccontato in una lunga intervista nel nuovo episodio di Storie di Serie A, il format della Lega Serie A, con Dazn. "Vorrei che la mia carriera finisse così: che la Lazio riesca a prendere il Flaminio, che alla prima partita al Flaminio ci sia io in panchina e che lo stadio si chiami Tommaso Maestrelli". Ma prima di futuro, c'è il presente, che significa questa sera alle 20.45 la sfida contro il Milan di Allegri. "La mia prima sfida contro Max è stata Aglianese vs Sangiovannese, 0-0 e zero tiri in porta: uno spettacolo pietoso - racconta il tecnico -. Lì ho conosciuto Max con cui ho sempre avuto un buon rapporto, è un toscano, come sono le mie origini. È chiaro che la visione del calcio può essere diversa, ma significa poco. Il rapporto personale è di stima reciproca". 

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Sarri aveva allenato la Lazio dal 2021 al 2024. Dopo le dimissioni e un anno di stop, è tornato quest'anno sulla panchina biancoceleste: "Sapevo che sarebbe stato un anno impegnativo, non così: sono stati cinque mesi difficilissimi tra mercato chiuso, infortuni a valanga, i più impegnativi della mia carriera. Ma anche divertenti. Ho la fortuna di avere un gruppo che segue. Non bisogna creare alibi". L'ardore, quello c'è sempre: "Mi diverto ancora. Andare a casa la sera e pensare ‘che bello l’allenamento di oggi’ a volte mi dà più gusto che vincere una partita. In questo periodo, stiamo costruendo un bel gruppo sia dal punto di vista umano che caratteriale”. E sulla stagione il tecnico ha le idee chiare: "Creare una base di giocatori che con 2/3 innesti può diventare competitiva per un livello sopra a quello a cui siamo attualmente". 

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Quella di Sarri è una storia inevitabilmente di passione. "Il calcio è una passione che mi diverte. Anche quando non ho allenato ho continuato a vedere partite. Da quando lo faccio di professione la sensazioni di andare a lavorare non l'ho mai avuta, e questo è tanta roba. All'inizio è stato per divertimento, poi volevo farne una professione. Un po’ di fortuna di essere nei posti giusti al momento giusto mi ha portato portato più in alto di quello che pensavo". L'esordio più emozionante? "Quello a Napoli, dove sono nato  - racconta Sarri -. È stato un giorno pieno di emozione. Era una squadra che aveva nel dna il mio gioco, è stato un calcio straordinario  per me, per i giocatori, per la gente. Non abbiamo vinto niente ma è stato un viaggio bellissimo".  

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"Il gioco dell'allenatore è un ipotesi, poi bisogna confrontarsi con le caratteristiche dei giocatori: bisogna esaltarle e non portarle verso quello che dà più gusto a te. Nessuna squadra che ho avuto in seguito poteva giocare il calcio di quel Napoli". E sugli allenatori giovani della serie A: "Fabregas ha un'intelligenza superiore alla media, penso sia un predestinato, mi piace Grosso. Ci sono tanti ragazzi che possono avere un futuro importante. E mi piace la personalità di Chivu". Per allenatori di esperienza come lui, la domanda sul più forte  mai allenato, è quasi impossibile. "Dipende da ruoli, dai momenti. Poi uno allena Cristiano Ronaldo ed è chiaro quanto è determinante. Ma anche Higuain o Mertens che ho avuto a Napoli lo erano. O i centrocampisti straordinari del Chelsea. Per non dimenticare Hamsik: era un giocatore da Barcellona e Real Madrid". 

ulivi e ciclismo

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Le passioni non sono solo legate al campo da calcio. "Gli ulivi? Me li sono ritrovati in casa e il rapporto con la natura ti prende. Ci vuole pazienza? Fino a qualche anno fa n0n ne avevo molta, ma più passano gli anni più cerco di capire le persone che ho davanti, mentre prima partivo dalla mia idea e tutto il resto non lo accettavo".  Ma niente come il ciclismo: "Una storia familiare, mio nonno e mio papà erano ciclisti, sono cresciuto a tappe del Tour del Giro, mi è rimasto addosso. Uno sport durissimo e bellissimo, quando posso lo guardo sempre". 

La Gazzetta dello Sport

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