Ancora travolto dal successo a Sanremo e in vista di una tournée mondiale, il cantante racconta l’amore per gli azzurri. E naturalmente Maradona, ma anche Spalletti e...
C’era una volta uno scugnizzo.... Cominciano anche così le favole moderne che - "con la mano sul petto" - diventano delirio di massa, lasciandosi cullare pure da quel ‘retrogusto dolce-amaro di rossetto e caffè’. In questo 2026 romantico, in cui si balla ‘core a core’ dall’Ariston di Sanremo a Vienna per l’Eurovision (che si assegna oggi) e poi si vira per il resto Mondo tra spettacoli e concerti, Sal Da Vinci sta scoprendo che non si è mai sazi di lui, della sua voce, d’una melodia che si appiccica nella testa, una tenera ossessione internazional-popolare e che spinge a scavare cos’altro si nasconda in quel microcosmo. Sfizi (sportivamente) segreti per un uomo ormai pieno di pubbliche virtù. Musica...
Sanremo, poi Vienna per l’Eurovision, quindi un tour senza frontiere (tra Boston, Chicago, Atlantic City e il Canada) inducono a sospettare che si sia dinnanzi a un ‘per sempre Sal’.
"È un momento che voglio godermi fino in fondo. Non avrei mai pensato, neanche nei sogni più belli, che tutto questo sarebbe toccato a me. Non mi prendo particolari meriti, se non quello di averci creduto, di essermi impegnato sin da bambino, quindi di aver fatto la gavetta".
C’è un Sal Da Vinci prima di Sanremo e un altro dopo?
"Io resto me stesso, però non nascondo di sentirmi realizzato. Ma so che non posso sentirmi appagato, perché ho impegni anche di riconoscenza verso il pubblico, per chi lavora al mio fianco ma soprattutto verso la mia famiglia. L’agenda è ricchissima, la popolarità mette pressione e va assorbita. Bisogna saperla reggere e mantenere l’equilibrio naturale. Io spero di potermene stare qualche ora - badi: ho detto qualche ora, non giorni - con i miei".
Ha numeri da star, si direbbe da fuoriclasse nel gergo sportivo. E già tutto per lei era cominciato con C’era una volta scugnizzi, il musical di Claudio Mattone...
"Lasci stare, io sono un operaio. Sal Da Vinci non perderà di vista le proprie abitudini, le logiche che l’hanno portato sino a questo successo che mi emoziona ma dal quale cercavo di non farmi travolgere. Non ho più tempo per me stesso, però va bene così. Penso a tanti giovani cantanti bravi e bravi per davvero che l’avrebbero meritato e che stanno aspettando arrivi. A volte credo che il destino sia scritto in anticipo, ma non possiamo prevederlo".
Il Napoli è una malattia. Una volta, da piccolo, costrinsi mio padre a portarmi allo stadio. Era il Napoli di Ruud Krol"
Sal Da Vinci
Siamo a 128 milioni di visualizzazioni per Rossetto e caffè e Per sempre sì sta dominando ovunque, Giappone incluso.
"A me pare fantascienza. Mi sembrava impossibile avvicinare i numeri di Rossetto e caffè e invece si rischia di andare oltre. Sto vivendo una magia in un mercato strepitoso".
Napoli è un brand...
"Da sempre. Essere all’Eurovision è motivo d’orgoglio. Manifestazione universale, in cui si mescolano le culture e ci si spupazza con le emozioni. Ho portato il profumo di una città meravigliosa come la mia, patrimonio di un Paese, l’Italia, che è pieno di altre città magnifiche, direi spaziali".
Napoli è...?
"Tanti uomini, artisti e scrittori, poeti e attori, figure gigantesche. Rischio di fare brutta figura provando a citare i riferimenti di questa terra perché finirei per dimenticarne qualcuno. E pur restando nella musica, so che salterebbe qualche esponente. Ma Napoli è Pino Daniele e Libero Bovio, è Nino D’Angelo e Salvatore Di Giacomo, è James Senese e Gigi Finizio, è Gigi D’Alessio, è Napoli Centrale, è Geolier, è Mattone, è De Simone, è Peppino di Capri. Oddio, mi so’ scordato sicuramente tanti altri".
E il Napoli è?
"Una malattia, e non sembri una banalità. Avevo una decina d’anni, giocavamo a Torino, mi pare nel vecchio Comunale, alle 14.30. Costrinsi mio padre - con cui avevo uno spettacolo alle 18 (Sal divideva il palco col padre già da bambino, ndr) - a portarmi allo stadio, era il Napoli di Ruud Krol".
Non so se esiste un prima e un dopo Sanremo. C’è stato invece un prima e un dopo Maradona
Sal Da Vinci
Quattro scudetti vinti, ne può scegliere uno solo....
"Impossibile. Ognuno è un momento di felicità. Il primo, innegabile, ha un valore superiore, segna il riscatto, anche sociale, costruito grazie a Maradona. Abbiamo assaporato la gioia in quei sette anni, c’era un clima festoso, andavi al San Paolo ed eri diverso dentro, ti bastava esserci, potevi anche perdere ma avevi visto Lui".
Quando si dice le fasi della vita...
"Non so se per me esista un prima e un dopo-Sanremo. Certo, sono stagioni diverse, come l’esistenza stessa, l’adolescenza, la gioventù, la maggiore età, la maturità, la coscienza e l’incoscienza. So che c’è stato invece un prima e un dopo Maradona. Lui è nato leggenda, lo racconta il suo vissuto, e ciò che ha lasciato qua, un’eredità insostenibile per chiunque. Ci ha trasformati e non è retorica. Rimpiango di non aver potuto andare a una partita di beneficenza, avevo un concerto, però mandai mio figlio e di Diego mi resta la telefonata. Con lui ci siamo calati in un clima di psicosi collettiva. Un mito in vita, e che sia finita in quel modo è un dolore per chi lo ha amato. Ma anche il suo addio a Napoli fu sofferenza allo stato puro".
Chieda un regalo a De Laurentiis...
"Ne ha già fatti tanti e gli dobbiamo gratitudine. Ci ha introdotto stabilmente nel Grande giro, siamo di nuovo in Champions League. Abbiamo vinto due scudetti in tre campionati che però distano solo due anni l’uno dall’altro. Chi l’avrebbe detto? Ha portato calciatori strepitosi".
Adoro McTominay ma ho un debole, umano e calcistico, per Buongiorno"
Sal D Vinci
Con gli allenatori ha avuto un rapporto diretto.
"Spalletti è una bellissima persona che dopo 33 anni ci ha permesso di diventare di nuovo Campioni d’Italia. Ci ha creduto, ha saputo orientarci dopo quella rivoluzione, ci siamo divertiti. E poi si è assunto responsabilità forti".
Conte è il suo allenatore per il futuro.
"Spero resti a lungo. Vincere all’ultima giornata, con un solo punto di vantaggio, è la fantasia dell’immaginario collettivo. Ha reso possibile ciò che ci sembrava impossibile. Mentalità vincente, super, il più grande in circolazione in Italia".
Frequenta i calciatori?
"Sì, tanti: Di Lorenzo e Meret, Spinazzola e Politano. Adoro McTominay ma ho un debole, umano e calcistico, per Buongiorno, che è un ragazzo di un’educazione esemplare, una profondità rara, un suo stile. Ma mi fa impazzire Mazzocchi: rappresenta il collante dello spogliatoio e si diverte, mi verrebbe da dire, si ostina a cantare. Però lo fa bene. Poi aspetto che esploda definitivamente Vergara, lui ha mezzi notevoli. Dopo Insigne è la classe degli scugnizzi che si rigenera. E Lorenzo ha dato più di quanto gli venga riconosciuto".
Il suo dolore ha un nome e un cognome.
"Ce ne sono stati. La partenza di Maradona, quell’accusa per doping, il momento buio attraversato. E ora Kvaratskhelia, una coltellata. Venne dopo Insigne, quando ci sembrava che non potesse più esserci genialità sulla fascia sinistra. Si presentò con un gol con il Tiraggiro. Non discuto le dinamiche societaria, ci mancherebbe, e le cessioni appartengono alle variabili e alle necessità. Però quel talento così grosso mi è rimasto negli occhi. Come Higuain, negli ultimi venti metri non ce n’era per nessuno".
Da bambino giocavo a calcio per strada. In famiglia quello forte era mio fratello"
Sal Da Vinci
Il leader che verrà?
"Lo abbiamo qua in casa, è il professor De Bruyne. Guardatelo, sta in cattedra, fa scuola, sono lezioni pubbliche. E con lui McTominay".
Lei è uno splendido sportivo da poltrona.
"Giocavo da bambino, per strada, mi dilettavo, ma capii in fretta che non era per me. E poi avevo deciso di fare altro: lavoravo in prospettiva".
In casa un calciatore l’avete avuto.
"Mio fratello Franco. Bravo e anche bravissimo, in Serie C faceva la differenza, ha giocato con Cavese, Juve Stabia, Turris e Afragolese. Poteva ottenere molto di più, dice chi lo conosce bene e se ne intende. E io ne sono convinto più di loro".
Nazionale? Dobbiamo rilanciare un movimento che è stato consegnato tecnicamente a troppi stranieri
Sal Da Vinci
Sul divano smanetta il telecomando?
"Sono terribilmente appassionato di auto e dunque capirà che Kimi Antonelli è una benedizione per noi. Con quella faccia da bambino qual è, ha colmato un vuoto troppo grande. Ma io sono pure un divoratore di tennis e devo dire che la sorte è stata generosa con noi, perché Sinner ci ha trascinati in una dimensione che non ci è mai appartenuta, numero 1 al mondo, vincitore di Wimbledon, di Slam, di tutto. Lui e Alcaraz domineranno, anche se alle spalle stanno crescendo altri ragazzi, però al nostro movimento non manca niente, come ci ricordano le Davis che stiamo conquistando in serie".
Lei andrà in Canada e negli Stati Uniti e la Nazionale no.
"Ci vuole attenzione verso i vivai. Noi che abbiamo avuto Baggio, Totti, Del Piero, Vieri, Cannavaro, Ferrara dobbiamo rilanciare un movimento che è stato consegnato tecnicamente a troppi stranieri. Tutto lecito, ci mancherebbe, la libera circolazione è sacrosanta, ma abbiamo smesso di dedicarci ai nostri ragazzi".
Per sempre...?
"Napoli, Italia...".


