Roby Facchinetti: "Per il dopo-Gasp sogno Conte. E quando Zapata veniva a casa mia..."

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Il cantante dei Pooh si divide tra le sue due grandi passioni: musica e Dea. Il 28 marzo ha pubblicato "Parsifal - L'Uomo delle Stelle": un'opera-prog che racconta le gesta di un eroe simile a... Gasperini

Francesco Calvi

Giornalista

4 aprile - 15:51 - MILANO

L’Atalanta e la Tavola Rotonda: due mondi diversi, ma al tempo stesso incredibilmente simili. Che si parli dell’una oppure dell’altra, gli occhi di Roby Facchinetti diventano più azzurri. La luce si accende, il cuore batte forte. A quasi 81 anni - li compirà l’1 maggio - il cantante dei Pooh ha ancora l’entusiasmo di un bambino, che riempie le giornate con musica e pallone. Il 28 marzo ha pubblicato un’opera-prog di 44 brani dedicata a Parsifal, il cavaliere che già nel 1973 segnò un punto di svolta nella carriera dei Pooh. Oltre mezzo secolo di amore passionale, che comunque non si può paragonare a quello che lega Roby e la Dea: “A chi non è mai stato allo stadio per tifare una squadra dico che si è perso lo spettacolo più potente del pianeta”. Nel suo caso, quello spettacolo è gentilmente offerto da De Roon e compagni.

L’uscita di “Parsifal - L’Uomo delle Stelle” l’avrà aiutata a non pensare a un’Atalanta che è finita fuori dalla lotta-scudetto.

“Diciamo che il tempo libero non abbondava (ride, ndr). Per fare un’opera serve tantissimo tempo: liriche, musiche e testi hanno richiesto in tutto 3 anni. Dopo un lavoro lungo e faticoso, sono riuscito a ottenere ciò che io e Valerio Negrini, scomparso nel 2013, avevamo sempre sognato. Quanto all’Atalanta, beh, a me piace pensare che la palla è rotonda. E ogni tanto rotola dove le pare…”.

La permanenza di Gasperini a Bergamo, in questo momento, sembra tutt’altro che scontata. Riesce a immaginare l’Atalanta senza di lui?

“Assolutamente no. Non metto in dubbio che in giro ci siano centinaia di allenatori bravi, ma quanti di loro si calerebbero così bene nel contesto atalantino? Grazie a Gian Piero, l’Atalanta oggi è conosciuta in tutto il mondo. Merito di un’alchimia incredibile che unisce club, città e tifosi, ma pure i giocatori stessi. Ogni volta che scendono in campo, ho l’impressione che siano pronti a dare tutto per aiutare i compagni”.

Un tempo parlava in questi termini dei Pooh…

“Il concetto non cambia. I calciatori dell’Atalanta, un po’ come noi, sono… amici per sempre. Se qualcuno va in difficoltà, eccone un altro che arriva ad aiutarlo, poi un altro ancora e così via. Più che una squadra, mi sembra un branco”.

Ipotizziamo un addio del Gasp: a chi affiderebbe la panchina della Dea?

“Conte mi riempirebbe di gioia. Antonio è già passato da Bergamo, però la sua avventura non finì nel migliore dei modi. Ricordo che ereditò una squadra che non riusciva a ingranare sotto il punto di vista fisico. Inizialmente faticò ad ambientarsi, ma andò via proprio quando i ragazzi avevano cominciato ad adattarsi ai ritmi del suo calcio. Peccato, chissà cosa sarebbe successo se fosse scoccata la scintilla. Magari in futuro ci sarà modo di riprovare”.

A prescindere dalla questione-allenatore, dove vede l’Atalanta nel giro di due o tre anni?

“Sarò sincero: ormai c’è la percezione di essere diventati una grande squadra. Abbiamo vinto l’Europa League e vissuto notti magiche in Champions. Con questi presupposti, puntare allo scudetto è giusto, anche se non deve diventare un’ossessione. Certo, conoscendo l’ambizione dei Percassi c’è da aspettarsi di tutto. A Bergamo si dice che, quando loro toccano qualcosa, non diventa oro… ma diamante!”.

Cosa ha pensato quando gli investitori Usa hanno acquisito la maggioranza delle quote del club?

“Qualcuno avrà temuto di non vedere più l’Atalanta di una volta, però questo pensiero non mi ha mai sfiorato. Per quale motivo i Percassi, bergamaschi doc, dovrebbero privarsi di un gioiellino che li fa divertire e regala grandi soddisfazioni? Dubito che si separerebbero dall’Atalanta, a maggior ragione dopo aver creato un modello di gestione invidiato da mezza Europa. Avete visto i miliardari del Como? Quando hanno parlato dei club ai quali si ispirano, hanno citato la Dea, mica l’Inter o il Milan…”.

Tifa l’Atalanta da quando era un bambino. Qual è il ricordo più bello che porta con sè?

“Anche se negli ultimi anni abbiamo realizzato qualcosa che pareva impossibile, io resto affezionato alla Dea della mia infanzia. Mi sembra ieri, quando mio zio Silvio mi portò per la prima volta allo stadio: avevo 6 anni e guardavo sbalordito le curve. Mi innamorai di quel continuo susseguirsi di emozioni, cori e schiamazzi. Se mi concentro sul campo, invece, la mente va subito all’Atalanta di Stromberg. Quella formazione rimarrà per sempre nel mio cuore”.

Ha mai legato con qualche calciatore o dirigente della sua squadra del cuore?

“Sì, durante il periodo del Covid. A Bergamo ho una casa con un giardino molto ampio e mio genero è un preparatore atletico. Poichè i calciatori non potevano allenarsi in gruppo, Duvan Zapata veniva da me e svolgeva degli esercizi per tenersi in forma. Ho scoperto un ragazzo strepitoso, gentile e solare. Mi è dispiaciuto quando è andato via, ancora di più quando si è infortunato all’inizio di questa stagione”.

Durante il Covid Duvan Zapata faceva esercizio atletico nel mio giardino

Roby Facchinetti

Chiudiamo citando il suo amato Parsifal, il cavaliere senza macchia, sensibile e umanamente impeccabile. C’è un atalantino che gli assomiglia?

“Il Parsifal che raccontiamo nell’opera è più moderno, un “eletto” che comunque si misura con le difficoltà dell’uomo comune. Per certi versi è accostabile a Gasperini, anima della squadra, passionale e determinato. Certo, Gian Piero ha un bel caratterino… ma il mio Parsifal rimane lui”.

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