"Rino sta lavorando bene. Punta anche sui giovani, ha la fiducia del gruppo. Il Milan? Se potessi lanciare io Leao..."
Gianni Rivera è sempre in movimento. È una gentile star in servizio permanente effettivo. Una icona del calcio. Lo inseguono, lo tampinano, lo chiamano. E lui, un golden boy di 82 anni, si muove leggero e disponibile. Come quando giocava. Convegni, rassegne, festival, dibattiti. E festosi incontri con i club dei tifosi. L’ultima apparizione ieri sera a Roma.
Ovviamente Milan club, no Gianni?
“Certo. Il cuore è sempre rossonero. Il Milan è una parte bellissima della mia vita. Vent’anni in campo, scudetti, Coppe dei campioni”.
Poi, nel 1979, dopo lo scudetto della stella, sempre in campo, ha preso il microfono e ha salutato tutti.
“Era l’ultima partita, mi sono alzato dalla tavola con un po’ di fame. Avevo 36 anni”.
Il suo collega Pallone d’oro, Modric, va verso i 41 anni ed è saldamente con i piedi sotto la tavola.
“È un grande giocatore, un vero talento. Gioca bene, con grande passione, fa quello che si sente”.
Anche nella nazionale croata. Prepara il suo quinto Mondiale. Rivera si è fermato a quattro…
“Una bella cifra!”.
La Nazionale è in Bosnia per il lasciapassare. Si va in America?
“Dobbiamo, assolutamente. Abbiamo fallito due qualificazioni consecutive. Basta spareggi, stop”.
Dove vedrà Bosnia-Italia?
“A Roma, a casa, davanti alla tv. Solo e in totale relax, sono l’unico in famiglia a seguire il calcio”.
Chi seguirà con attenzione?
“La squadra. Noi siamo l’Italia, 4 titoli mondiali, come la Germania. Solo il Brasile ha fatto meglio. Niente scherzi e niente processi. Si va, si parte e basta. Mi piacerebbe che, visto che si giocherà anche in Messico, questi ragazzi entrassero nel nostro mitico Azteca, dove c’è la targa della partita del secolo. L’hanno messa per noi: Italia-Germania 4-3”.
Quel 'partido' è l’emozione più grande della sua carriera?
“Sì, penso proprio di sì. Una partita così non si ripeterà mai più, c’erano 30 milioni di italiani davanti alla tv. È un pezzo unico di storia del calcio, un eterno romanzo che continua a emozionare. Però io avrei preferito battere il Brasile del meraviglioso Pelè e poi vincere il Mondiale”.
Il ct Rino Gattuso ha detto che Galles e Bosnia sono le partite della sua vita. Esagerato?
“Lo capisco, si gioca tutto. Ma Gattuso ha vissuto altri momenti importanti: Campione del Mondo con la Nazionale, Campione d’Europa col Milan”.
Le piace Gattuso?
“È serio e solido. A Milano direbbero un 'bel fioeu'. È il tecnico e non deve piacere a me. Deve guidare la squadra e vincere. Gattuso sta lavorando bene. Punta anche sui giovani, ha la fiducia del gruppo. Lo seguono. Poi c’è un’altra cosa che si vede: la grinta. È riuscito a trasmettere la passione e la grande voglia a tutti. Sono uniti, concentrati, si nota persino quando cantano l’inno. Belli, veramente”.
Mi piacerebbe che, visto che si giocherà anche in Messico, i ragazzi giocassero nel nostro mitico Azteca, dove c’è la targa della partita del secolo..."
Poteva cantarlo anche lei l’inno. È vero che stava per diventare ct?
“Sì, me lo propose il presidente della Figc Carlo Tavecchio, dopo l’esonero di Giampiero Ventura, nel 2017. Ma non avevo ancora il tesserino da tecnico. E l’associazione allenatori mise il veto. Niente da fare. Poi quando ho compiuto 80 anni mi sono proposto. Vi interessa un ct? Sono qui, libero. Allenavo quando andavo in campo da giocatore, perché non farlo dalla panchina?”.
Le sarebbe piaciuto allenare?
“Ai tempi della presidenza Farina, a metà anni Ottanta potevo diventare il tecnico del Milan, poi Berlusconi mi propose di diventare il presidente dei Milan club. Che fare? Ho lasciato, sono entrato in politica, sono diventato parlamentare e ho seguito il Milan da lontano”.
Gattuso è un vecchio cuore rossonero. Ma in Nazionale non c’è un milanista…
“Beh, sono pochi anche gli italiani nel Milan, Bartesaghi e Gabbia, che adesso non sta giocando. Anche il presidente è straniero, in società ormai non credono più alle politiche che creavano, facevano crescere i Baresi e i Maldini. Non nascono i campioni ed è dura senza di loro ottenere grandi risultati. In A i pochi calciatori bravi sono praticamente tutti stranieri. Esclusa l’Inter, credo. Prima i migliori erano quasi tutti italiani e arrivavano con merito in Nazionale. Ora il nostro calcio non crea più i fuoriclasse. La colpa? Soprattutto dei club che, invece di far crescere i ragazzi e portarli ad alti livelli, hanno lasciato tutto in mano ai procuratori. Io ho esordito in Nazionale a 18 anni, eravamo in sette del Milan”.
Se li ricorda tutti?
“Certo. Belgio-Italia 1-3, all’Heysel, 13 maggio 1962, amichevole in attesa di partire per il Mondiale in Cile. Il Milan un mese prima aveva vinto lo scudetto, io sono stato convocato con David, Radice, Salvadore, Maldini, Trapattoni e Altafini. Ho giocato con il numero 8. Il 10 era Omar Sivori. Centravanti José Altafini, ha fatto due gol. Josè aveva il gol facile”.
Spinto, aiutato da un certo Gianni Rivera…
“Ero un 10, cercavo di fare bene il mio lavoro: i lanci e i passaggi. Li ho fatti ad Altafini, Prati, Maldera. E a qualcun altro...”.
Nel Milan di adesso c’è Leao finto nueve e di passaggi ne riceve pochi.
“Beh, io lo aiuterei. Farebbe tanti gol, ama attaccare gli spazi, sarebbe la mia freccia ideale”.

