Scoperto il colpevole della morte di un’antica galassia: è stata uccisa da un buco nero che l’ha affamata consumandone tutto il carburante. A ricostruire la storia di questo delitto cosmico è il gruppo di ricerca dell’Università di Cambridge guidato da Jan Scholtz. Alla ricerca, pubblicata sulla Nature Astronomy, a cui hanno partecipato anche gli italiani Giovanni Cresci, dell’Osservatorio di Arcetri dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, e Eleonora Parlanti e Giacomo Venturi, della Scuola Normale Superiore di Pisa.
La vittima è GS-10578, un’antica galassia nota anche come Galassia di Pablo, dal nome dell'astronomo che per primo la osservò in dettaglio. La maggior parte delle sue stelle si è formata tra 12,5 e 11,5 miliardi di anni fa e la sua massa è circa 200 miliardi di volte quella del nostro Sole. Secondo gli astronomi avrebbe avuto una vita molto intensa, ma ha smesso di formare nuove stelle quando era ancora giovanissima. A causarne lo stop, che equivale a una vera e propria morte, sarebbe stato un grande buco nero: le osservazioni fatte con il telescopio Alma dell'European Southern Observatory e con il telescopio spaziale James Webb, indicano che il buco nero avrebbe ripetutamente sottratto i gas presenti all’interno della galassia, soffocando lentamente la sua capacità di produrre nuove stelle.
E' emerso così che “non serve un singolo cataclisma per impedire a una galassia di formare stelle: basta bloccare l'afflusso di combustibile fresco”, ha affermato Scholtz.
I risultati aiutano a far luce sul grande numero di galassie massicce antiche e apparentemente morte scoperte soprattutto grazie al telescopio James Webb. "Prima di Webb erano sconosciute, ma – ha concluso Scholtz – ora sappiamo che sono più comuni di quanto pensassimo e questo meccanismo appena scoperto potrebbe essere il motivo per cui queste galassie vivono velocemente e muoiono giovani”.
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2 ore fa
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