L'allenatore statunitense con radici campane ora in Liga alla guida della Real Sociedad dopo gli anni in Germania: "Da ragazzo andavo ai tornei ascoltando Nino D'Angelo e Toto Cutugno. Serie A un po' chiusa, si cercano solo profili che conoscano già quel calcio. Sono laureato in matematica, avrei potuto lavorare nella finanza"
17 aprile - 19:45 - MADRID (SPA)
Pellegrino Matarazzo, detto Rino. Nato nel New Jersey nel ’77 da genitori italiani. Laureato in matematica alla Columbia University, patentino da allenatore in Germania, finalista della Coppa del Re con la Real Sociedad che domani sfida l’Atletico Madrid. Una storia di radici, musica, studio, calcio e soprattutto emigrazione, il collante, il filo conduttore che traccia la strada di vite che s’intrecciano. Papà irpino di Ospedaletto d’Alpinolo, mamma campana di Agnone Cilento.
E allora subito una domanda difficile, Avellino o Salernitana?
"Lupi, sempre".
Ok. Mamma e papà mettono su famiglia negli Stati Uniti dove sono emigrati. A Wayne, New Jersey.
"E lì parte la mia storia. In due mondi. La quotidianità yankee e le radici italiane. Nel classico van Chevrolet col quale andavamo ai tornei di calcio c’era sempre una cassetta di Nino D’Angelo o di Toto Cutugno".
Pellegrino Matarazzo
Allenatore
Nato a Wayne (Usa) il 28/11/1977, dopo il ritiro (era attaccante) ha allenato Norimberga, Hoffenheim, Stoccarda e ora Real Sociedad.
Matarazzo si ferma e intona ‘Nu jeans e ‘na maglietta’.
"Poi ho iniziato a suonare la chitarra, componevo e cantavo con un amico greco, il mio vicino di casa che oggi insegna scienze politiche alla NYU. Lo chiamavo dalla finestra e suonavamo fino a notte fonda. Niente di che, ma ci piaceva. Dalla musica napoletana sono passato ai Radiohead di "Ok Computer" e "Kid A" e ai Coldplay di "Parachutes". Ma Nino D’Angelo… che cantate ci siamo fatti nel van".
L’emigrazione è stata importante nella sua vita? L’ha aiutata?
"Senz’altro. Sono cresciuto in America ed ero l’italiano. In Italia ero l’americano. In Germania l’italoamericano. Da una parte era come se non avessi mai una casa, però in realtà io dico di averne tre, una in America, una in Italia e una in Germania. E ora una quarta, qui a San Sebastian. Se parli diverse lingue sei ricettivo rispetto a modi di intendere la vita differenti. Le parole sono pensieri. Ti immergi in culture diverse, capisci e ti apri al genere umano. Non ho dubbi che il mio background multiculturale mi abbia aiutato ad adattarmi ovunque sia stato".
Non ho dubbi che il mio background multiculturale mi abbia aiutato ad adattarmi ovunque sia stato
Pellegrino MatarazzoAllenatore Real Sociedad
E non le fa male vedere ciò che succede oggi negli Stati Uniti, con l’Ice e la continua lotta all’immigrazione?
"Non voglio fare politica, io sono un allenatore. Però i miei nonni erano immigrati. Sono arrivati negli Stati Uniti e lì, in una cerchia molto italiana, si sono incontrati i miei genitori. Io sono Born in the Usa e quindi sì, fa male. Gli Stati Uniti sono sempre stati un melting pot e la cosa è sempre stata un punto di forza per loro. Quindi ripeto, sì".
Mi pare abbia altro da aggiungere.
"Io sento di poter dare qualcosa al posto che mi accoglie. I miei nonni e i miei genitori sono stati in grado di dare qualcosa al New Jersey. E lo stesso vale per tutti gli immigrati italiani, o irlandesi. Ci vuole apertura. E perché adesso non c’è questa apertura? C’è un modo di tornare ad aprirsi? C’è davvero bisogno di regolare? E se c’è questa necessità, perché? Non ho risposte, e quindi continuo a fare domande".
Lo faccio e le tolgo l’incombenza. Però se le chiedo del calcio italiano forse la metto comunque in difficoltà.
"No no, si figuri. Sono cresciuto con una connessione profonda con gli Azzurri. Avevo 12 anni quando abbiamo perso la semifinale di Italia 90 con l’Argentina e ricordo con nitidezza il mio pianto sul divano. E poi ecco Usa 94. L’idea di poter vedere dal vivo i miei idoli, Roberto Baggio, Franco Baresi, Maldini, Donadoni mi elettrizzava. Con i miei fratelli eravamo in tribuna al Foxboro Stadium a Boston per l’incredibile partita con la Nigeria. Il pareggio di Baggio all’ultimo minuto… e poi la semifinale con la Bulgaria al Giants Stadium di New York, idealmente vicino casa… Vidi 4-5 partite allo stadio e quel Mondiale fece sì che per noi il calcio diventasse finalmente qualcosa di vero, di reale, perché allora era una cosa europea, non americana. Non come oggi che è lo sport più praticato dai giovani".
Spero che in Italia s’inizi a pensare in maniera indipendente investendo in un successo a medio-lungo termine
Pellegrino MatarazzoAllenatore Real Sociedad
Quest’estate il Mondiale torna in America. E noi non ci siamo.
"Intanto spero che il panorama politico si calmi, che ci sia più pace nel mondo così da poterci concentrare e godere il Mondiale. Poi è chiaro che vedere l’Italia fallire la qualificazione in più occasioni è molto più di un dispiacere, è qualcosa di doloroso. E non solo per me ma per un’intera nazione che ha una storia calcistica tanto ricca. Ora è importante reagire non solo emozionalmente ma usare questo momento come un catalizzatore per il cambio. Ripensare il sistema. Io ho avuto la possibilità di toccare con mano la trasformazione del calcio tedesco. Dopo le difficoltà all’Europeo del 2000 hanno cercato soluzioni: vivai obbligatori per tutti i club professionistici, centinaia di centri di allenamento regionali focalizzati nell’educazione di giocatori tecnici e creativi in contrapposizione al binomio fisico-disciplina che allora era la base del tipico giocatore tedesco, investimento in un sistema moderno di educazione all’allenamento. Hanno trovato soluzioni e ha pagato, con la vittoria del Mondiale del 2014. Spero che in Italia s’inizi a pensare in maniera indipendente investendo in un successo a medio-lungo termine".
Lei giocava, e sognava di venire in Italia.
"Sì un attaccante emozionale, forte fisicamente, buone idee, creativo, piedi così così. Un agente italiano mi promise un provino alla Salernitana, passai tre mesi in Italia correndo sulle montagne di Ospedaletto, mi portarono alla Nocerina l’ultimo giorno di mercato ma non ebbi mai una vera opportunità. Tornai in America, continuai a studiare e a giocare finché non ebbi un’offerta in Germania dal Norimberga per giocare nelle serie minori. Partii senza sapere una parola di tedesco. Riuscii a entrare nel corso allenatori dove ho conosciuto Julian Nagelsmann e da lì è iniziata la mia carriera".
Hoffenheim con Nagelsmann, Stoccarda, Hoffenheim da solo, da dicembre la Real Sociedad, con ottimi risultati. E l’Italia?
"Niente. L’Italia non mi ha mai aperto le sue porte. Non sono pronti per me".
Matarazzo ride, e continua.
"Penso che per quanto riguarda gli allenatori la Serie A sia ancora molto chiusa. Si cercano giocatori e tecnici che conoscano quel calcio perché la Serie A si sente differente, o almeno questa è la mia impressione. E va bene così. Io sono felicissimo di come sta andando la mia carriera".
Beh, le cose in Serie A non stanno andando benissimo.
"Sì, e forse ciò che serve è proprio una spinta differente, l’apertura a nuove idee. La Serie A è sempre stata molto tattica, che non vuol dire difensiva, eh? Però c’è un pensiero generale legato al tatticismo che frena il percorso di apertura".
La Serie? C’è un pensiero generale legato al tatticismo che frena il percorso di apertura
Pellegrino MatarazzoReal Sociedad
Lei era a Usa 94: il ct Arrigo Sacchi non è mai stato un grande giocatore, un po’ come lei.
"E infatti il suo esempio è stato ispiratore per me. Anche Nagelsmann non ha mai giocato a grande livello. Come calciatore le occasioni ti arrivano prima, ma poi in ogni caso si tratta di sfruttarle, di dimostrare il proprio valore".
Si è laureato in matematica. Senza il pallone cosa avrebbe fatto?
"Probabilmente avrei lavorato in finanza".
E avrebbe fatto un sacco di soldi.
"Sì, ma non avrei disputato una finale di Coppa del Re! Vuol mettere?".



