Rinaldi e la sfida giapponese: "Mi diverto e cresco, qui il volley è durissimo"

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Lo schiacciatore azzurro del Sakai Blazers: "Si gioca tanto, ma guadagno più del doppio che in Italia. Ora inseguo i playoff e aspetto la chiamata di De Giorgi..."

Mario Salvini

Giornalista

11 marzo - 11:27 - MILANO

La prima volta che gliel’hanno chiesto aveva gentilmente rifiutato. Troppa distanza, troppe incognite. “E poi io a differenza di molti miei compagni di nazionale non ero uno di quelli trapanati dalla passione per il Giappone, per i manga, gli anime, zero”, sorride Tommaso Rinaldi. “Ero curioso, questo sì”. E poi i Sakai Blazers hanno saputo essere convincenti. Con lo stipendio, certamente. Ma non solo, per esempio comunicando che tra i suoi compagni di squadra ci sarebbe stato Matt Anderson. E dunque adesso Tommaso è entusiasta: “Il Giappone è veramente una bella scoperta. Va tutto benissimo, sono stracontento della mia scelta e dell’esperienza che sto facendo”, dice. Parere importante, perché, si sa, nella SV League il prossimo anno passeranno da due a tre stranieri in campo, e non è un mistero che la cosa faccia gola. Già dalla scorsa estate diversi azzurri, Mattia Bottolo prima di tutti, hanno scaricato app e studiano il giapponese online. Per cui è vero che Rinaldi non è il primo, in Giappone avevano già schiacciato Francesco Recine e, in tempi ben più lontani, Gianluca Nuzzo e Daniele Desiderio, ma adesso la sua vicenda è sotto esame di tanti, con occhi e curiosità diversi. E allora sotto. 

Perché il Giappone? 

“Perché sono stati molto convincenti, con un progetto strutturato. E’ da considerare che i Sakai Blazers sono sempre stati una squadra di bassa classifica, stavolta però con un piano molto preciso, nel lungo periodo, con uno staff di più alto livello, con Anderson… All’inizio ho rifiutato. Poi mi hanno richiamato, mi hanno offerto un biennale. E ho detto sì. Anche perché venivo da un anno in cui la spalla mi dava problemi. In più a Modena quando fai un errore ti mettono fuori. Avevo bisogno di continuità. A 23 anni mi pareva che fosse il momento giusto per fare questa esperienza. E poi sì, anche a livello economico era conveniente. Parliamo di più del doppio di quel che guadagnavo in Italia”. 

La classifica è difficile… 

“Sì, anche perché abbiamo avuto Anderson fuori per due mesi con un problema ad un polpaccio, gioca il terzo straniero (se ne possono tesserare 3, ma in campo per ora ne possono andare solo 2, ndr), Ulrik Dahl (danese, ndr). Cercheremo di andare ai playoff, ci proviamo”. 

E il campionato è bello tosto, anche solo come numero di partite… 

“Sì, molto. Si giocano due partite in ogni fine settimana, una al sabato e una alla domenica. Noi praticamente non abbiamo riserve: di fatto io non sono mai uscito dall’inizio del campionato. E non mi dispiace per nulla, ho l’età per reggere il ritmo, dai. Si gioca il doppio, mi diverto molto e si cresce di più. Due anni qui ne valgono quattro o cinque in Italia. E poi così gli allenamenti sono meno lunghi”. 

E’ dura però… 

“E’ una delle due cose difficili…” 

L’altra? 

“La mentalità. Qui si vive la sconfitta in modo molto diverso. All’inizio abbiamo perso un sacco di partite, e io ero arrabbiato, anche perché avevo giocato sempre abbastanza bene. I miei compagni e gli allenatori no, mi ripetevano di stare tranquillo. Dicevano cose tipo, ‘Ci penseremo domani, domani vinceremo…’. Di buono c’è che non ti mettono pressione, hanno molte attenzioni per noi stranieri. Ma per me era straniante”. 

Impatto culturale più difficile, quindi… 

“Sì, ma mi sono adattato bene. E mi piace molto, mi piace il rispetto. Ci sono tanti aspetti che sono all’opposto di come funzionano da noi, ma con un po’ di apertura mentale ci si adegua. Anche perché poi molte cose per me sono preferibili…”. 

Ad esempio? 

“La sicurezza. Qui si gira ovunque, a qualsiasi orario. Vale per me, vale per la mia ragazza quando viene a trovarmi. Nessuno mai ti infastidisce. A casa lascio la porta aperta”.

Che cosa l’ha stupita lì? 

“Se la sicurezza mi ha affascinato, mi stupisce un po’ come siano tutti schematici. Se c’è un modo codificato per fare una cosa, per dire una cosa, deve essere quello, punto e basta. Non ci si fanno domande. E poi ci sono un sacco di cose bellissime. Io sono a Sakai, a venti minuti da Osaka, che trovo bellissima”. 

Cosa si fa nel tempo libero? 

“Ho due compagni che sono metà giapponesi e metà occidentali, il libero Shunsuke Watanabe è americano e Daniel Mizuno è australiano. Viviamo nello stesso comprensorio di case, ci troviamo molto bene. Il che è fantastico, perché la paura più grande è di venire qua ed essere poi abbandonato a te stesso, senza nessuno con cui parlare. Un problema che per fortuna davvero non ho. E poi a Osaka ho trovato un supermarket di prodotti italiani, quindi mi cucino tutto senza problemi”. 

Cosa aspettano, i Blazers, da Rinaldi? 

“Attacco, pipe e battuta a mille. Mi hanno detto che mi hanno preso per la pipe, e per la battuta”. 

Ha la sensazione di essere in avanscoperta, e che presto altri giocatori italiani la seguiranno? 

“Sento dire da altri che vorrebbero, sì. E se ne parla. Ma attenzione: i budget delle squadre non aumenteranno. Con quello che pagano due stranieri ora dovranno prenderne tre. Potrebbe non essere conveniente come sembra ora. O almeno non per tutti. Le star saranno strapagate, gli altri no, per nulla”. 

Ha avuto notizie da De Giorgi? 

“No, per ora no”. 

Ma le aspetta? 

“Certo. Ho avuto il problema alla spalla, ma ci sto convivendo bene, anche se qui i fisioterapisti non sono preparati come da noi. Quindi sì, le aspetto”. 

Come è stato veder vincere i ragazzi nelle Filippine, l’anno scorso? 

“Ero già qua in Giappone. E’ stato un misto di soddisfazione per i miei amici e di magone”. 

Gli obiettivi immediati, lì in Giappone, quali sono? 

“Con la squadra i playoff. A livello individuale di restare al top (è in top ten sia in quanto a punti che per gli ace, ndr) nelle varie classifiche”.   

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