L'ex difensore della Roma di Liedholm si racconta: "La sconfitta con il Liverpool è una ferita aperta, Falcao era un genio. Ci disse che avremmo vinto lo scudetto e così fu. Mai conosciuto uno più scaramantico di Liedholm, faceva la formazione considerando anche chi aveva energia positiva e chi negativa"
Ubaldo Righetti avrà preso esempio da Russell Crowe ne "Il Gladiatore”. Ha lottato contro la morte, sconfiggendola. Un po’ come succede al protagonista del film, Massimo Decimo Meridio che sopravvive alla sua esecuzione. “Io e la morte ci siamo incontrati, ma non ci siamo piaciuti. Sarà per un’altra volta”. Oggi Ubaldo lo racconta col sorriso, consapevole, però, di aver rischiato grosso. Della serie: L’avversario l’ho sconfitto, ma non lo sottovaluto. “Quella notte ho avuto diciotto arresti cardiaci, avevano detto alla mia compagna che avrei potuto non superare la notte”. Qui Righetti si ferma, respira poi riparte. Durante la chiacchierata si apre, snocciola un aneddoto dopo l’altro e ricorda i personaggi incontrati durante il percorso come fossero figurine.
Ubaldo, partiamo dalla fine. Nel 2021 ha rischiato davvero: un arresto cardiaco improvviso.
“Sono stato colpito da un doppio infarto. Stavo giocando a tennis e ho sentito un peso enorme sulla cassa toracica. Mi mancava il respiro. Sono stato operato d’urgenza. Ricordo la dottoressa che urlava ‘lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo’. Sembrava di stare in un film”.
Ha avuto paura di morire?
“Sinceramente non ho fatto in tempo nemmeno a rendermene conto. Ricordo perfettamente la botta del defibrillatore, però. Una scossa enorme, mi sono sentito aprire letteralmente. Poi mi hanno intubato ed è calato il buio”.
Non ricorda altro?
“Io e la morte ci siamo incontrati, ma non ci siamo piaciuti. Ho avuto diciotto arresti cardiaci quella notte. Avevano detto alla mia compagna che avrei potuto non superare la notte. C’è stato anche il rischio che la mancanza di ossigeno potesse provocarmi danni al cervello. Poi, per fortuna, è andato tutto bene”.
Sono stato colpito da un doppio infarto. Ricordo la dottoressa che urlava ‘lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo’. Sembrava di stare in un film”.
Righetti racconta l'arresto cardiaco
Ha ricevuto tanti messaggi?
“Tantissimi. Un affetto incredibile, tra ex colleghi, addetti ai lavori, amici e tifosi”.
Il messaggio più bello?
“Potrei citarne tanti, ma se ci penso mi vengono in mente quello di Falcao e quello di Sabatini. Walter mi ha scritto un poema, lui d’altronde può capire più degli altri cosa si prova. Mi ha scritto un bel messaggio anche Fonseca, al tempo allenatore della Roma”.
A proposito di Roma, parliamo della sua. È stato in giallorosso dal 1981 all’87. Gli esordi con Liedholm in panchina, quando lei era un giovane di belle speranze. Che ricordi ha?
“Quel gruppo è diventato una famiglia. Ci vediamo ancora oggi. Io, Bruno Conti, Pruzzo, Nela e molti altri. Parliamo delle partite del passato come dovessimo giocare domani e avessimo ancora vent’anni…”
Nell’82 diventaste Campioni d’Italia.
“Una gioia incontenibile. E pensi che il primo a crederci fu proprio Falcao. In ritiro ci disse: “Vinceremo lo scudetto”. Noi lo guardammo un po’ scettici, ma aveva ragione lui”.
In panchina c’era il Barone Liedholm.
“Premetto che per me è stato come un padre. Fu lui a lanciarmi e darmi fiducia. Ma quanto era scaramantico! Una volta dovevamo giocare a Cagliari e lui ci impose di partire da Milano per fare una tappa a Busto Arsizio dal mago Mario Maggi. Faceva la formazione considerando anche chi aveva energia positiva e chi negativa”.
Sulla fascia, invece, volava Bruno Conti.
“Bruno è un mio caro amico. Siamo cresciuti entrambi vicino Roma: lui è di Nettuno, io di Latina. Tante volte mi riportava a casa in macchina. Anche in Nazionale stavamo in camera insieme”.
Ora due vicende dolorose. La prima, la finale di Coppa dei Campioni persa all’Olimpico con il Liverpool…
“È una ferita ancora aperta. Per tutti. Per noi che eravamo in campo e per i tifosi. Quando tra compagni esce fuori il discorso, lo chiudiamo subito. È una vicenda che fa ancora tanto male”.
L’altra è la morte di Agostino Di Bartolomei. Si è mai riuscito a dare una spiegazione?
“No. E non voglio. Entrerei in un loop infinito di malinconia. Mi cambia pure la voce quando ne parlo. Voglio, però, ricordarmi dell’uomo fantastico che è stato. Una persona vera: sensibile, serio, con lui bisognava andare in profondità e non fermarsi in superficie”.
Un flash su Ago?
“Eravamo al Tre Fontane, allenamento a porte aperte. Io per caso mi trovai a correre vicino a lui, che era il capitano e l’idolo della folla. Mi disse: ‘Righetti guarda bene e impara. Dovrai sudare per loro, perché loro sono la Roma’. Ecco chi era Agostino Di Bartolomei”.
La sconfitta con il Liverpool in finale è una ferita ancora aperta. Quando tra compagni esce fuori il discorso, lo chiudiamo subito. È una vicenda che fa ancora tanto male”.
Righetti su Roma-LIverpool del 1984
Lei al tempo era un giovane e a Roma è stato per dieci anni, giovanili comprese. Perché andò via?
“La mia esperienza a Roma finì dopo alcune incomprensioni con Eriksson. Non ci siamo mai presi. Poi probabilmente ho delle colpe anche io. Ma lui si comportò in modo davvero strano con me”.
Ci spieghi.
“Sapeva che io stavo male, avevo la pubalgia e non potevo giocare. Ma lui diceva. 'Ubaldo mi servi, devi restare in campo'. In cambio, mi promise che mi avrebbe protetto dalla stampa e tutelato. Invece, dopo un paio di prestazioni negative, se ne uscì con un 'non capisco cosa abbia questo ragazzo'. E lo sapeva benissimo…”
La prese l'Udinese, poi il Lecce. In Salento trovò Mazzone in panchina.
“Carletto mi ha fatto sentire a casa. Era un allenatore d’altri tempi, aveva un'umanità fuori dal comune. Rara da trovare nel mondo del calcio. In allenamento mi punzecchiava, ne aveva sempre una per me: ‘Righetti, non stiamo a Roma, impegnati!”, mi urlava. E poi si metteva a ridere in spogliatoio. Ci siamo voluti bene per davvero”.


