Ha preso la squadra in Championship e l'ha portata nelle coppe al primo colpo. Ora è candidato a manager dell'anno: "Un orgoglio, ma è un traguardo da condividere col gruppo. E ora non vogliamo porci limiti..."
Da una salvezza che da neopromossa sapeva di missione difficile, se non impossibile, a un posto nella prossima Europa League. È cambiato così tanto l’orizzonte del Sunderland nel 2025-26, trasformatosi in una torta meravigliosamente cucinata dal tecnico Regis Le Bris la cui ciliegina è il settimo posto finale, davanti al Chelsea e al Newcastle, i rivali di sempre.
Regis Le Bris
Allenatore Sunderland
Dopo due stagioni alla guida del Lorient, in Francia, è arrivato a Sunderland nel 2024, conquistando subito la promozione in Premier League
C’è tanto del 50enne tecnico, debuttante in Premier League come tanti dei suoi giocatori, in questa che è una delle imprese più clamorose della stagione inglese.
Mr. Le Bris, si aspettava di finire così?
“Il nostro obiettivo nell’ultima partita era battere il Chelsea, l’unico risultato che ci avrebbe portato in Europa. Poi nel recupero un assistente mi ha detto che eravamo settimi in classifica: non ci credevo. È stato impressionante e inaspettato, anche perché nelle ultime due partite non dipendeva solo da noi. Siamo stati molto continui nel finale di stagione, siamo cresciuti come squadra: per me come allenatore è stato il finale perfetto”.
Nei discorsi in spogliatoio avete mai parlato d’Europa?
“I giocatori forse sì, io personalmente no. Prima della partita col Nottingham Forest eravamo in un buon momento e le persone attorno al club cominciavano a parlare d’Europa. Poi abbiamo perso 5-0, in casa, una delle peggiori sconfitte di sempre in Premier per il club. È stato come tornare alla realtà, ci ha fatto capire che se avessimo cominciato a sognare avremmo avuto problemi, perché questa lega non ti perdona niente. Dovevamo concentrarci solo sulla partita successiva. Per quanto faccia male, a volte è meglio perdere male una volta: a noi è servito per cambiare mentalità”
Cosa ha fatto la differenza per questa stagione storica?
“Identità e miglioramenti. Comincia tutto dalla nostra identità: il modo in cui vogliamo funzionino le cose in questo club è chiaro a tutti, dal proprietario al direttore sportivo, dall’allenatore a tutti quelli che lavorano per il Sunderland. Serve chiarezza nel sapere come vogliamo costruire le nostre prestazioni, quali giocatori vogliamo prendere, come vogliamo che la squadra venga gestita nei momenti negativi e in quelli positivi. Questa chiarezza ha permesso che il nostro mercato funzionasse bene: abbiamo preso 14 giocatori nuovi la scorsa estate, la nostra chiarezza di idee ha permesso di creare un gruppo”.
Il vostro mercato è additato come un esempio.
“I giocatori non addosso l’etichetta ‘Premier League’ finché non dimostrano di valerla: è uno dei motivi per cui molti club preferiscono comprare nel mercato inglese, prendere giocatori con esperienza. Noi, anche con un budget più alto, non avremmo mai potuto prendere 14 giocatori nuovi dal mercato inglese, quindi siamo andati all’estero”
Dove avete trovato Granit Xhaka...
“Un acquisto decisamente azzeccato, per esperienza e livello a cui gioca. Ha 34 anni ma non credo di aver mai visto un giocatore con tanto talento e tanta esperienza. E poi è un leader fantastico: quando hai queste tre qualità nello stesso giocatore, aiuta anche gli altri perché detta uno standard, sia ogni giorno che in allenamento che poi in campo”.
Le partite più importanti della vostra stagione?
“La prima col West Ham, il nostro ritorno in Premier. Poi i due derby col Newcastle: il primo è stato teso e difficile da giocare e abbiamo vinto su autogol; nel secondo abbiamo mostrato la nostra personalità e i nostri miglioramenti. Aggiungo la partita col Leeds, quella per arrivare a 40 punti: dal punto di vista mentale è stata perfetta. E poi l’ultima col Chelsea, il finale perfetto”.
Era la prima stagione in Premier anche per lei: cosa ha imparato?
“Quanto è importante continuare a essere quello che sei: come ti prepari, come gestisci i giocatori. Ho capito che funziona anche contro i migliori allenatori e le migliori squadre del mondo. Io avevo tanti giocatori nuovi quest’anno: per me era importante farli sentire benvenuti, far capire loro che li avresti aiutati non solo dal punto di vista tecnico, ma anche a diventare un gruppo, ad ambientarsi nel club e in città”.
Lo ha fatto così bene che è stato candidato a manager dell’anno.
“Ne vado orgoglioso, ma devo dare merito allo sforzo collettivo, al progetto su cui abbiamo lavorato ogni giorno. Io sono il nome, ma è il lavoro di squadra che ha fatto la differenza”.
Pensa di essere andato oltre le sue aspettative?
“In questo club non vogliamo porci limiti: vogliamo lavorare con la nostra intensità, lavorare duro e di squadra. E poi vedere dove questo ci porta”.
Sembra già il motto per la prossima stagione…
“Sì. Ci aspettiamo una stagione complicata, col secondo anno in Premier e poi la coppa. È duro, ma questo lavoro è sempre duro, sempre difficile ed è per questo che ci piace. Sarà difficile, ma anche una chance per crescere come persona, come allenatore e come squadra”.
Giocherete di giovedì e domenica, tre partite a settimana: cosa deve cambiare?
“Dovremo probabilmente avere altri 3-4 giocatori da ruotare nella nostra squadra titolare. Quest’anno abbiamo praticamente usato 14 elementi, di cui 8-9 perfetti per la Premier: ne dovremo aggiungere altri”.
Quanto sarà importante trovare rinforzi con esperienza?
“La leadership è importante, ma un profilo come quello di Xhaka è davvero raro: dobbiamo prima di tutto proteggerlo, non so se ce ne sono altri così in giro. La leadership non è una qualità naturale, va costruita. E in rosa abbiamo giocatori che penso abbiano questa qualità”.

