Regina Baresi: "Il cognome mi ha aiutato, lo usavo per trasmettere le partite. Mi sono operata al cuore e..."

2 ore fa 1

L’ex capitana dell’Inter donne, figlia di Beppe e nipote di Franco: "A casa mia tutto parlava di Inter, per giocarci ho sfidato fango, freddo e docce gelate. Ora ho un negozio di memorabilia e gioco a padel: io e papà contro mio fratello e Beppe Bergomi"

Guendalina Galdi

Giornalista

24 aprile 2026 (modifica alle 09:25) - MILANO

Per una vita intera il mondo di Regina Baresi è stato di forma rettangolare, verde e delimitato da righe bianche, due porte, quattro bandierine. Lo sfondo tutto nerazzurro, e non poteva essere altrimenti per la "piccola" di Beppe. Figlia e nipote d’arte, con un pallone (anche lei) sempre tra i piedi. Dalle partitelle in casa che facevano cadere i quadri del corridoio a quelle "vere" che ha giocato quando è diventata capitana dell’Inter femminile. Ora ha smesso ma respira ancora calcio ogni giorno; non più in campo ma nel suo negozio di memorabilia. Ci entri e fai quattro passi nella storia, tra maglie introvabili, autografi e cimeli sportivi (e non solo). Su tutte inevitabilmente spicca appesa al muro quella di papà Beppe, accanto a un’altra nerazzurra, di Bergomi: "Impossibile dividerli". Tanta Inter, sempre. 

Che cosa è stato e che cos’è tuttora questo club per lei? 

"Famiglia, in tutti i sensi. Con papà che ha giocato così tanto tempo lì era inevitabile che anche io respirassi quell’atmosfera ogni giorno. Tutto in casa parlava di Inter e andavo spesso a giocare ad Appiano. Poi sono diventata anche io calciatrice dell’Inter e da lì non me ne sono più andata". 

Se ne è mai pentita? A un certo punto le arrivò anche una proposta dagli Stati Uniti. 

"Sì mi avevano chiamato da un college ma il mio sogno era ripercorrere la stessa strada di mio papà. Io volevo solo diventare capitana in Serie A con la maglia dell’Inter e non andarmene più. E ce l’ho fatta". 

Quando giocava lei però quel calcio non era ancora professionismo, che sarebbe arrivato nel 2022. Che vita era? 

"Impegnativa. Prima studiavo e mi allenavo di sera, poi ho iniziato a lavorare e staccavo per andare agli allenamenti dalle 20 alle 22.30. La passione era più forte dei campi in fango, del freddo e delle docce gelate. Col professionismo è cambiato tanto sì, ma c’è ancora molto da fare". 

Il cognome l’ha aiutata? 

"Ho avuto la fortuna di avere più visibilità grazie al fatto che mi chiamo Baresi, per mio papà, per mio zio, e ho provato a sfruttarla per far avvicinare un po’ di più la gente e comunicare con chi altrimenti non avrebbe mai visto nulla. A volte facevamo delle dirette su Facebook per “trasmettere” noi le partite. Me li ricordo i primi tempi che giocavamo al massimo davanti a dieci genitori...". 

I suoi l’hanno sempre appoggiata? 

"Sì, poi papà mi è stato d’aiuto, mi ha dato tanti consigli, ma all’inizio non erano contentissimi". 

Di cosa avevano paura? 

"Che potessi farmi male, rovinarmi le gambe e che potessi diventare un maschiaccio. Allora c’erano poche squadre e questo era un altro pensiero da genitori che posso capire. Vent’anni fa non era come oggi. Tante volte c’è il rischio di avere dei pregiudizi su qualcosa che non si conosce davvero, come poteva succedere in passato col calcio femminile. Ora è diverso. E meno male".

Ci fa una fotografia di com’era casa Baresi? 

"Ogni cosa in giro era nerazzurra. Le partite si guardavano tutte ma ovviamente si tifava solo l’Inter. Nell’armadio di papà c’erano tante maglie e adesso le ho io, come quelle di Ronaldo il Fenomeno, che sono quelle a cui sono più legata, poi ho il pallone della finale di Champions del 2010 e il gagliardetto di Madrid. Ora sono io quella che conserva i cimeli in casa". 

L’Inter non mi ha mai “tolto” mio padre

Ma anche nella sua "seconda" casa che è questo negozio di memorabilia, Wave.

"Si chiama così, 'Onda' che è anche il nome del mio cane. La passione per il calcio l'ho sempre avuta ma ad un certo punto ho avuto il desiderio di aprire un posto in cui custodire, collezionare e vendere tutte le maglie da calcio, gli autografi del mondo del pallone, della musica, del cinema. Ci sono riuscita insieme al mio compagno, Lorenzo, e abbiamo creato questo posto che è davvero una seconda casa. Stiamo costruendo qualcosa di importante, abbiamo aperto da poco ma sembra di essere qui una vita". 

Qualche numero?

"Abbiamo più di duemila maglie e più di cinquemila autografi. Ma davvero di tutto. C'è l'autografo di Ferrari, il cappellino di Schumacher, i guantoni di Tyson. È bello fissare così il tempo e renderlo un ricordo tangibile".

La sua maglia preferita qual è? 

"Beh ce n'è una di Ronaldo del Brasile, del 2002. È  autografata e meravigliosa".

Conservo io i cimeli adesso. La maglia a cui tengo di più è quella di Ronaldo il fenomeno

Tornando a lei e al legame con Beppe: che papà è stato? 

"Quando ha smesso io avevo due anni, quindi non ho ricordi veri di quando era in attività. Poi ha iniziato ad allenare la Primavera e stava via per più tempo ma quando era a casa era un papà super presente, giocavamo tanto insieme. Il calcio non me l’ha mai “tolto”". 

E partitelle a casa, in famiglia? 

"Certo, sempre. I primi calci al pallone li ho dati con lui in corridoio. Le squadre erano: io e mia mamma contro mio papà e mio fratello. Le due porte delle stanze agli estremi erano le “porte” e usavamo la palla di spugna così non si rompeva niente. Anche se i quadri cadevano lo stesso quindi alla fine li abbiamo tolti tutti". 

Ora invece giocate insieme a padel. 

"La sfida più importante è: io e mio papà contro Beppe Bergomi e mio fratello. L’ultima volta abbiamo vinto noi! Guardi che papà è forte, si difende bene, corre un sacco e non molla mai come faceva in campo. Tutta questione di mentalità: non ce la fa a perdere. E io sono come lui". 

Un problema cardiaco però l’anno scorso l’ha fermata per diversi mesi. 

"Sì, dopo l’operazione al cuore. Quella complicazione è venuta fuori all’improvviso, giocando a padel solo sotto sforzo ho iniziato ad avere fibrillazione atriale, quindi il battito accelerava tantissimo. Ma veniva a spot e ci ho messo tanto per registrare questi episodi. Quando ci sono riuscita il cardiologo mi ha detto di fermarmi subito e che era un miracolo che con i battiti così alti non sia mai svenuta o non abbia mai avuto un collasso. Il cuore “sportivo” ha aiutato. Dopo è andato tutto bene, per fortuna, quando si tratta del cuore c’è sempre un po’ di paura. Sono stata contenta anche del fatto che dopo tutto questo in tanti mi hanno scritto altre persone che dovevano fare l’ablazione. Io ho solo pubblicato alcune storie su Instagram, spiegando quello che stavo affrontando, ma non pensavo che alla fine parlarne potesse risultare utile a così tante persone". 

Se invece lei ora potesse parlare con la Regina dodicenne, che iniziava a giocare nell’Inter seguendo le orme del papà, cosa le direbbe? 

"Di crederci e di non mollare mai la strada verso il suo sogno. Ci sarà sempre qualcuno che riderà dietro al calcio femminile ma tu non ascoltare mai i giudizi cattivi delle persone e non farti fermare dai pregiudizi. I tuoi desideri sono più grandi di loro".

Leggi l’intero articolo